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02/06/2004

Tallin, la lingua che non c’è

di Antonio Sofi, alle 00:08

Lasnamac, Tallin, Novembre 2003, foto di Antonio Sofi - clicca per andare alla galleriaTallin, Estonia. Domenica mattina. Freddo, fa freddo. L’aria intorno è limpida e densa. Un velo di colore. Un celeste color ghiaccio che si fa trasparente sotto un sole smorto, sotto un vento gelido che pulisce il panorama, lo rende netto nei contorni.
Nel centro di Tallin incontriamo Serghei, giovane giornalista che lavora per un quotidiano russo. Ci porterà a Lasnamac, quartiere periferico a pochi minuti di autobus, una schiera innevata di casermoni popolari dell’epoca sovietica, così diverso dal centro-bomboniera odoroso di profumi barocchi. E’ ancora Tallin, e non lo è già più.

L’Estonia è un paese diviso in due. Estoni da una parte, russi dall’altra: i primi risicata maggioranza, i secondi emigrati negli anni dall’Unione Sovietica a lavorare nelle fabbriche. In Estonia (quasi) tutti sanno parlare il russo: fino a poco più di dieci anni fa, prima dell’indipendenza, era la lingua ufficiale. Eppure la lingua russa non esiste, scomparsa, volatilizzata dai cartelli stradali, dalle insegne dei negozi, dagli opuscoli informativi. Non esiste. Tutto ciò che è pubblico è scritto in Estone, una delle lingue più difficili al mondo. Una nazione di fatto bilingue resa monolingua da una volontà politica di assimilare la popolazione russa. I russi in pubblico parlano in estone. Anche tra russi. Chi lo conosce. Chi non lo conosce, specie la vecchia generazione, s’arrangia. E se non lo conosci non puoi superare la prova di lingua necessaria per ottenere la cittadinanza estone. Se non lo conosci hai una cosa chiamata grey passport. Un passaporto grigio.
Anche Serghei ha un passaporto grigio. Se deve andare fuori i confini, deve chiedere un visto e pagare una tassa. Ha diritti di voto limitati. Poi scopriremo che non la prende, la cittadinanza, per non dover fare il militare. Di nuovo il grigio. Mai bianco o nero: nel grigio si nascondono sfumature e ragioni dimezzate.
Lasnamac impressiona. Una strada enorme, lunga, diritta la taglia in due, come un nero fiume d’asfalto. Enormi cavalcavia uniscono le due sponde, e da lontano il riflesso li rende poco più che ponti traballanti. Quartieri disposti secondo rigide geometrie lineari. Poca gente in giro. Vecchie macchine russe parcheggiate. Neve sugli alberi e sugli scivoli dei parco giochi. Muri scrostati, dal colore che una volta era vivo, e che ora s’intuisce, come un ricordo. Fa così freddo che, dopo pochi scatti, si bloccano tutte le macchine fotografiche, prima la mia digitale, poi le reflex di Enrico.
Tornando ci fermiamo a mangiare in un grosso centro commerciale, un non-luogo ai margini dell’immenso quartiere, nel bel mezzo di una distesa di erba smangiata dalla neve. Lì il primo cartello bilingue della nostra permanenza in Estonia. Era cosa di cibo. Anche i russi devono mangiare. Il marketing ci salverà.

Sinestesie

Foto: sei foto su photowebgol
Suoni: Serghei che parla sotto la neve di Lasnamac (mp3, 370 kb circa) e
passi sulla neve di un prato ghiaccio (mp3, 290 kb ca)


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  • 2 Commenti al post “Tallin, la lingua che non c’è”

    1. carnefresca
      giugno 2nd, 2004 14:11
      1

      gli estoni hanno trovato un modo ineguagliabile per vendicarsi dell’invasione subita, freddo, omeopatico ma al tempo stesso giusto ed equo: la nazionalità è fatta da una lingua e da una cultura, ci si può girare intorno quanto si vuole ma senza questi due elementi si rimane stranieri, tagliati fuori. è ammirevole nella sua lungimiranza. i passi nella neve sono incredibili. è bellissimo: pare di essere li.

    2. reginadelsole
      giugno 3rd, 2004 16:24
      2

      “Cio che non posso dire, non esiste.Se non posso dire, non esisto”

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