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29/05/2004

Torino, la città polpo

di Enrico Bianda, alle 15:51

Mirafiori, Torino, 2003, foto di E.B.
Mirafiori, Torino, 2003, foto di Enrico Bianda - clicca per vederla più grandeUna nave morente. Un po’ come in certi romanzi latinoamericani, dove l’equipaggio resta a bordo di una nave arenata, lasciata dal suo armatore, a largo di una spiaggia che non possono raggiungere, perché non autorizzati, apolidi, senza patria e senza lavoro. Domicilio coatto a bordo di un mercantile.
Un’altra immagine è quella della piovra che ritira i tentacoli lasciando una scia vischiosa sul territorio. Restano le tracce di una presenza avvolgente. La piovra si è ritirata, dietro di se solo l’ombra di un’attività.
Questo sono i territori che hanno conosciuto la grande industria, che se n’è andata, perduta, rivenduta, approdata in luoghi meno cari e con meno garanzie.
E’ la storia condivisa di molte città. Viene subito in mente Torino, Mirafiori: i quartieri operai, gli edifici pensati per l’edilizia popolare nata in funzione di una crescita abnorme di un’industria dell’automobile che avrebbe investito tutto il tessuto urbano, culturale e sociale di Torino e di tutti i comuni della cintura periferica. I quartieri dormitorio, avremmo detto in passato, città oggi, con un’identità comune, un passato operaio ed un sapere lasciato morire.

La fabbrica a Orbassano, cittadina paese attaccata a Torino, respira ancora, muove i polmoni e accoglie ancora operai, uomini e donne. Tutt’intorno l’indotto respira a fatica: componentistica, sedili, lamiere, laminati, specchietti, pneumatici. E’ la scia lasciata dalla fabbrica polpo, che allunga i tentacoli nello spazio, abbraccia il sapere produttivo, lo muove, lo strapazza, poi comincia a ritirarsi lentamente.
Per un po’ ancora regge, sussulta, vive, forte di un passato glorioso, di un sapere raro. Ma per quanto. Orbassano, Rivalta…
Il territorio in prossimità del quartiere di Mirafiori a Torino si fa quasi geometrico, si taglia per viali a scacchiera, e si entra in una dimensione da paese: la metropoli industriale si prende la rivincita sugli amministratori. La città torna ad essere paese: vocìo, strenne, festoni, panni e comunità. E’ solo un’impressione? La fabbrica li vicino, subito dietro la muraglia, si chiede che cosa succede, guarda con occhio attento la vita che non l’abbandona. Si aggrappa all’idea della continuità, alla consapevolezza di un desiderio operaio, produttivo e orgoglioso.
Si parla di un una prospettiva quasi emozionante: il territorio, forte di un sapere tecnologico e di infrastrutture industriali, sembra predisposto ad accogliere e rilanciare l’idea di uno sviluppo locale, riprendendo l’idea del distretto industriale.
Ma ci si domanda, nei circoli e nei bar, nei locali e per i viali della città-polpo: chi si farà carico della propulsione economica. Chi spingerà il rilancio?


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