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24/05/2004

La condizione urbana

di Enrico Bianda, alle 00:01

[Riprendo su webgol un post di Enrico su Op, anche come introduzione ad una serie di piccoli note (con foto) a margine di cinque viaggi/reportage all’interno di cinque – ex? – città industriali: Porto Marghera, Busto Arsizio, Verbania, Torino, Neuchatel. Che posteremo in questi giorni. Non necessariamente in quest’ordine. E forse non necessariamente in questi giorni. Insomma alla bontà di Enrico. as]

Neuchatel, Fabbrica Suchard, foto di Enrico Bianda
Neuchatel, fabbrica Suchard, Primavera 2003, foto di Enrico BiandaC’è un legame stretto, strettissimo, tra il territorio, il modo che l’uomo ha di organizzarlo, le strutture abitative (oggi urbane) che lo animano, e la rete di relazioni che da queste strutture emergono.
Notazione a dire il vero banale, ma alla quale sono arrivato lentamente, con il passare degli anni, e che si è resa evidente solo da poco, incrociando esperienze diverse, incontri e immagini raccolte nel tempo.
Poco meno di un anno fa ho realizzato una serie di reportage dedicati alla perdita dell’identità industriale in alcune aree urbane, che proprio dall’industria avevano tratto la loro linfa vitale, la forza aggregante capace di legare le comunità che in quel dato territorio si aggregavano. Con la crisi della grande industria (intendo quella particolare declinazione che potremmo chiamare l’industria urbana), di quelle forze produttive che avevano avuto la forza di innervare intere città, organizzando spazi sociali, reti relazionali, vengono meno le premesse sociali e culturali che avevano strutturato lo spazio sociale ed urbano. Pensiamo ad esempio a Torino e alla Fiat: una città nel bene e nel male organizzata da un’industria, nelle sue strade, nelle sue case, nelle sue strutture fondanti. In questo come in altri casi (almeno quelli che ho incontrato), l’industria ha contribuito in modo determinante alla riconfigurazione (in alcuni casi alla fondazione) dello spazio urbano.

Raccontando quelle storie, le storie di Marghera, di Busto Arsizio, di Orbassano e di Verbania, di Neuchatel, mi sono accorto di una cosa fondamentale. Per capire, per interpretare, occorreva allargare lo sguardo, adottare un punto di vista innovativo, o semplicemente più ricco. Dovevo farmi carico di altri saperi, leggere la trasformazione urbana in termini di organizzazione sociale, in termini di paesaggio urbano, di legami culturali e consumi simbolici. I luoghi si caricavano di significati, viaggiare e raccontare (esperienze fondanti per la conoscenza) si ponevano come esperienza cognitiva densa. La città e il territorio allargavano la sfera del sapere. L’oggetto della trasformazione necessitava un approccio comprendente, organico. E’ in questo contesto di relativo disorientamento che si è definita la nozione di condizione urbana.

In un testo di diversi anni fa, un architetto italiano, Paolo Castelnovi, scriveva che il rapporto di una società con il suo ambiente è descrivibile anche con un sistema di comunicazioni (La città: istruzioni per l’uso, PBE Einaudi 1980). Pensare in termini di trasformazione delle opinioni pubbliche non può allora prescindere dall’allargamento della riflessione ai temi del territorio nel suo complesso, prendendo in considerazione anche la riflessione sulla città, sul suo evolversi anche da un punto di vista architettonico. In questo un contributo italiano viene anche da una rivista, che negli ultimi mesi ha rimesso mano, per così dire, al suo approccio al reale. Domus, sotto la nuova direzione di Stefano Boeri (cui in parte dobbiamo la nozione di condizione urbana), credo vada proprio in questa direzione. Raccontare l’architettura non svincolandola dalla dimensione culturale che le è propria. Questo approccio ci permette di avvicinarci alla comprensione del territorio come complesso di informazioni capaci di leggere in controluce l’evoluzione della società.

La città è comunicazione. Le sue strade sono comunicazione, come i suoi palazzi e le persone che ci vivono. E’ una necessità, lo sappiamo bene. Occorre saper leggere ed interpretare questa necessità. Con lei saremo in grado di comprendere anche le trasformazioni delle opinioni pubbliche. E’ la prospettiva allargata, organica, che ci insegna Bourdieu, quando parla, riprendendo Panowsky, della relazione tra architettura gotica e pensiero scolastico.
Ne parleremo un’altra volta. Intanto impariamo a guardare le nostre città e cerchiamo di capire perché sono fatte in un certo modo. Quel modo probabilmente determina anche le scelte politiche che segnano il territorio e la rete di relazioni che caratterizza la comunità – o le comunità – che vivono su quel territorio.


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  • Un commento al post “La condizione urbana”

    1. aaarturo
      maggio 24th, 2004 09:13
      1

      Con Messina a breve, rischieremmo di prender un abbaglio, da posteri ovvio, fuorviando la comprensione della sua comunità e le comunicazioni che quest’ultima avrà con il continente.

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