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19/05/2004

La triste storia del commendator Gallassi

di Ernesto De Pascale, alle 12:42

Conobbi a Milano tanti anni fa un certo commendator Gallassi, dal quale ho capito tanto del music business. Il suo stile e il suo modo di trattare le cose furono per me illuminanti, e lo voglio qui ricordare per voi affinchè il suo stile di vita vi serva da lezione in questi tempi di mediocrità.

Il Gallassi era un tipo speciale, facilmente identificabile: girava in impermeabile nero, ombrello nero, cappello nero trecentosessantacinque giorni l’anno. Portava un paio di occhiali rotondi con il bordo d’oro, il commendatore, e i baffetti sottili gli davano un’aria seria e indispettita che si addiceva al suo mestiere fatto di praticità ma anche di un certo estro artistico. Gallassi era, infatti, un editore musicale.

L’editore musicale di una volta era un colosso, un Sonny Rollins dell’estro. Oggi quel personaggio è per lo più colui che tutela i tuoi diritti sulle composizioni in cambio di una fetta di essi: per lui la parola tutela è uguale ad aver svolto il proprio lavoro. Ma la differenza fra un autore e un editore è, il più delle volte, semplice e palese: se tu, autore o compositore che sia, fai circolare (la composizione che hai composto) mangi (o almeno speri) anche se comunque sarà l’editore a riscuotere per primo, mentre se tu la musica non la fai girare, lui, certamente!, non riscuoterà neanche una lira, d’accordo!, ma come te ne avrà altri mille e tu, in compenso, morirai di fame.

Gallassi era però diverso dagli editori di oggi: non solo si dava da fare per tutti i suoi assistiti ma si immedesimava nelle difficoltĂ  altrui; pranzava in piedi in galleria scartando, quasi nascondendosi, un misero panino burro e acciughe che portava in borsa, dividendolo spesso con i suoi artisti e nel ristorante di Brera, dove lo ho visto sempre cenare (sempre nello stesso posto) chiedeva solo una fettina di taleggio, non tanto perchè costava solo 30 lire ma perchè – diceva il commenda – di quel formaggio “era buona anche la crosta!”.

Per i suoi autori il Gallassi era tutto un darsi da fare: li andava a svegliare la mattina presto, si sedeva al pianoforte con loro, partecipava alle registrazioni, cantava a squarciagola ritornelli improbabili per spronarli, girava Milano con spartiti e orchestrine facendo tardi in balere e locali bluebell e tartassando gli orchestrali anche durante i matinee perchè suonassero i brani che rappresentava. Frequentava settimanalmente i magazzini che davano in affitto i jukebox rimpinguandoli con brani di sua edizione, sostituendo i quarantacinque giri di nomi celebri già pronti ad essere caricati nelle macchine, con quelli dei suoi artisti.

Gallassi era, insomma, un entusiasta che veniva dal basso. Per lui fare il musicista era un mestiere che doveva far sentire fortunato chi lo svolgeva. Aveva una propria etica, un’etica che contemplava sicuramente qualche invito a pranzo o a cena o qualche signorina compiacente ma tutto svolto in nome dell’arte.

Un giorno lo vidi piangere all’angolo di via dei Fiori Chiari. Da lontano, vedendolo spuntare non mi pareva il solito Gallassi di sempre; scuoteva, infatti, la testa e mi accorsi che parlava da solo. Quando si fermò appoggiandosi al muro mi accorsi che un rivolo di lacrime gli solcava il viso. Gli chiesi cosa non andava. “Un mio artista è entrato in classifica” – mi disse con la voce rotta dai singulti.
Sinceramente non riuscivo a capire. Ma come – mi chiedevo – un editore per quale motivo si da così tanto da fare se non per portare un proprio artista in classifica? Cosa ci può essere di piĂą bello per chi lavora in questo ambiente di un successo? “Ma no! – esclamò il Gallassi – se mi metti l’artista in classifica allora non hai capito un cazzo!… un artista in classifica non è piĂą nessuno, è succube del suo successo, non mi produce piĂą. Per produrre, un artista deve avere fame, deve avere qualcosa da dire, un motivo per battersi, un ideale, qualcosa a cui aspirare. Così non vale, cazzo cazzo cazzo!…”
Gallassi se ne andò sull’onda di quella tiritera e le ultime parole che gli sentii pronunciare furono “che schifo !…”.

L’artista in questione da lì a poco lasciò le edizioni Gallassi e Gallassi tornò a essere il commenda di sempre. Poi lo persi di vista. Ma sono venuto a sapere, qualche anno fa che il Gallassi, giĂ  avanti negli anni, si era ritirato quando aveva saputo che anche la Rai aveva adottato le playlist e quel mostruoso sistema di verifica falsamente meritocratico che si chiama Media Control. Fu allora che mi vennero in mente le parole di Freak Antoni degli Skiantos “In Italia non c’è giusto ad essere intelligenti”.

Quando Gallassi se ne andò, in silenzio ma con un 45 giri che suonava la canzone del suo repertorio che lui riteneva più bella, l’artista ingrato lo volle ricordare con un album tributo, album a cui tutti i partecipanti, beneficiati in qualche momento dal commenda, parteciparono gratuitamente. L’artista promise di versare i diritti delle vendite a un istituto di beneficenza, ma non specificò che si trovava sull’isola di Goa, nell’oceano indiano, dove avrebbe girato il suo prossimo video. I viaggi vennero dedotti dai versamenti benefici. L’artista venne ricordato negli anni a venire per questo gesto. Non aveva detto a nessuno che per scaricare le tasse aveva già anni prima acquistato le edizioni del Gallassi e si guardò bene di dirlo negli anni a venire.

Ogni riferimento a fatti, luoghi, cose o persone realmente esistiti è puramente casuale e non intenzionale. La storia è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nella vita di tutti i giorni le cose vanno davvero molto meglio….


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  • 2 Commenti al post “La triste storia del commendator Gallassi”

    1. Antonella
      maggio 20th, 2004 12:55
      1

      Eh sì, My Fab Uncle, hai centrato in pieno il punto. Il punto quando senti (o vedi) qualcosa che, a pelle, ti piace, poi scopri che quel tizio, a te finora sconosciuto, ha venduto giĂ  milioni di dischi (o dvd), e non ti fidi piĂą, convinta che la prossima volta topperĂ  per eccesso di benessere…
      Che ci posso fare? Coi ‘moderni’ mi succede così, non ne esco. Tutto nasce dal blues, e se lo perdi produci plastica. Baci.

    2. Jane
      gennaio 4th, 2006 18:52
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