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Post scritti nel maggio, 2004

31/05/2004

La dimensione urbana: conversazione con Stefano Boeri

di Webgol, alle 00:19

Domus n°870, Maggio 2004Visto che ne stiamo diffusamente scrivendo in questi giorni, una segnalazione per gli appassionati di architettura e spazi urbani. Oggi, su RTSI – Rete Due, ascoltabile in streaming (a questo indirizzo – oppure cliccando “ascolta live”) alle ore 9.00 (repliche: 19.30 e 22.30), una conversazione di Enrico Bianda con Stefano Boeri, direttore della rivista Domus.

In un’epoca dove gli architetti sono delle star, dove i nomi di Nouvel, Ghery, Piano, Botta o Koolhas sono i nomi dei nuovi guru cui affidare l’idea stessa di spazio urbano, l’architettura prova a ripensare a se stessa, guarda al suo passato, ragiona in termini di sostenibilitĂ  con il paesaggio. E’ la traiettoria teorica adottata dalla rivista Domus, mensile di Architettura, Design, Arte e Informazione, 76 anni di storia alle spalle, da 5 mesi diretta da Stefano Boeri.

30/05/2004

Teorie e Tecniche dei Nuovi Media

di Webgol, alle 23:45

il blog del corso universitario di Teorie e Tecniche dei Nuovi MediaL’appetito vien mangiando.
Dopo il blog del corso universitario di Nuove forme dell’opinione pubblica, segnaliamo un altro blog che Webgol ha aperto e messo a completa disposizione del corso di Teorie e tecniche dei Nuovi Media, tenuto da Daniele Vernon De Mars, attivo all’interno del corso di laurea “Media e Giornalismo” dell’UniversitĂ  di Firenze. Il blog, che è attivo da quasi un mese (lo abbiamo tenuto nascosto per vari motivi), prevede la partecipazione degli studenti, nella comunicazione/condivisione di riflessioni stimolate dalle lezioni in aula. Dategli un’occhiata.
All’interno di una consapevole politica dei piccoli passi e del trial and error, un ulteriore piccolo contributo al raggiungimento dell’obiettivo finale: sdoganare i blog come strumento didattico, anche all’interno delle universitĂ .

29/05/2004

Torino, la cittĂ  polpo

di Enrico Bianda, alle 15:51

Mirafiori, Torino, 2003, foto di E.B.
Mirafiori, Torino, 2003, foto di Enrico Bianda - clicca per vederla piĂą grandeUna nave morente. Un po’ come in certi romanzi latinoamericani, dove l’equipaggio resta a bordo di una nave arenata, lasciata dal suo armatore, a largo di una spiaggia che non possono raggiungere, perchĂ© non autorizzati, apolidi, senza patria e senza lavoro. Domicilio coatto a bordo di un mercantile.
Un’altra immagine è quella della piovra che ritira i tentacoli lasciando una scia vischiosa sul territorio. Restano le tracce di una presenza avvolgente. La piovra si è ritirata, dietro di se solo l’ombra di un’attivitĂ .
Questo sono i territori che hanno conosciuto la grande industria, che se n’è andata, perduta, rivenduta, approdata in luoghi meno cari e con meno garanzie.
E’ la storia condivisa di molte cittĂ . Viene subito in mente Torino, Mirafiori: i quartieri operai, gli edifici pensati per l’edilizia popolare nata in funzione di una crescita abnorme di un’industria dell’automobile che avrebbe investito tutto il tessuto urbano, culturale e sociale di Torino e di tutti i comuni della cintura periferica. I quartieri dormitorio, avremmo detto in passato, cittĂ  oggi, con un’identitĂ  comune, un passato operaio ed un sapere lasciato morire.

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26/05/2004

Calcinculo

di Antonio Sofi, alle 23:50

Calcinculo, Parco delle Cascine, Firenze, Maggio 2004 - foto di asSemi-strangolato da scadenze non piĂą procrastinabili (che bella parola, procrastinare), costretto a tener fuori a spintoni, con rudi modi da buttafuori cognitivo, la calca dei mille post che vorrei scrivere, metto un paio di veloci fotine con storia minima, per mia personale consolazione.

Il calcinculo è piĂą che un gioco, piĂą che puro divertimento, è un volo targato speranza. Se poi c’è qualcuno che non conosce il calcinculo (foto 1), per punizione una settimana senza playstation , uscire fuori di casa e tour intensivo alle fiere di paese, compresa quella del tortello. Chè lì il calcinculo c’è di certo. Il calcinculo non è mica una ruota panoramica, che stai lì e ti guardi intorno; il calcinculo è sfida inane, azione a vuoto, gioco di squadra, grandi battute di cranio, e tintinnar di rotule nel riacchiapparsi al volo. Nel calcinculo bisogna volare in alto spinti da quello dietro di te e prendere al volo uno straccino pesto che penzola dall’alto (spesso, chissĂ  diavolo perchè, attaccato ad un Super Santos giallo).
Se chiappi lo straccino, un giro gratis.

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24/05/2004

Manoscritti blog

di Antonio Sofi, alle 18:49

indagine sui manoscritti di narrativa ricevuti (e non pubblicati) da un editore, di Silvia PertempiGiallodivino sta leggendo un saggio che sta ai primi posti della mia infinita lista di libri-da-comprare (90% dei quali finisce a prender polvere sugli scaffali in sconfortata attesa di esser letti). Si chiama Romanzi per il macero: indagine sui manoscritti di narrativa ricevuti (e non pubblicati) da un editore, ed è scritto da Silvia Pertempi per i tipi di Donzelli.

Nicola, a questo proposito, pone una domanda interessante, che io traduco così: “In che modo la diffusione e la presenza dei blog ha influenzato la scrittura e/o l’invio di manoscritti alle case editrici?“. La risposta, come nota lui stesso, è solo apparentemente semplice. In assenza – e forse nell’impossibilitĂ  di avere – dati empirici di qualsiasi genere (anche io chiedo a Jacopo di Marsilio Black, però) possiamo solo provare a ragionarci un po’ su utilizzando, un po’ forzatamente, il concetto di “bisogno narrativo” (e editoriale).

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24/05/2004

La condizione urbana

di Enrico Bianda, alle 00:01

[Riprendo su webgol un post di Enrico su Op, anche come introduzione ad una serie di piccoli note (con foto) a margine di cinque viaggi/reportage all’interno di cinque – ex? – cittĂ  industriali: Porto Marghera, Busto Arsizio, Verbania, Torino, Neuchatel. Che posteremo in questi giorni. Non necessariamente in quest’ordine. E forse non necessariamente in questi giorni. Insomma alla bontĂ  di Enrico. as]

Neuchatel, Fabbrica Suchard, foto di Enrico Bianda
Neuchatel, fabbrica Suchard, Primavera 2003, foto di Enrico BiandaC’è un legame stretto, strettissimo, tra il territorio, il modo che l’uomo ha di organizzarlo, le strutture abitative (oggi urbane) che lo animano, e la rete di relazioni che da queste strutture emergono.
Notazione a dire il vero banale, ma alla quale sono arrivato lentamente, con il passare degli anni, e che si è resa evidente solo da poco, incrociando esperienze diverse, incontri e immagini raccolte nel tempo.
Poco meno di un anno fa ho realizzato una serie di reportage dedicati alla perdita dell’identitĂ  industriale in alcune aree urbane, che proprio dall’industria avevano tratto la loro linfa vitale, la forza aggregante capace di legare le comunitĂ  che in quel dato territorio si aggregavano. Con la crisi della grande industria (intendo quella particolare declinazione che potremmo chiamare l’industria urbana), di quelle forze produttive che avevano avuto la forza di innervare intere cittĂ , organizzando spazi sociali, reti relazionali, vengono meno le premesse sociali e culturali che avevano strutturato lo spazio sociale ed urbano. Pensiamo ad esempio a Torino e alla Fiat: una cittĂ  nel bene e nel male organizzata da un’industria, nelle sue strade, nelle sue case, nelle sue strutture fondanti. In questo come in altri casi (almeno quelli che ho incontrato), l’industria ha contribuito in modo determinante alla riconfigurazione (in alcuni casi alla fondazione) dello spazio urbano.

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22/05/2004

Rozzano, non fiori ma rodei

di Antonio Sofi, alle 14:11

Ormai è diventata una questione personale. Parlo di Rozzano. Il bello è che devo avere i riflessi mentali un po’ allentati, in questo periodo. Fino a questa mattina, infatti non avevo fatto due collegamenti che avrei dovuto fare automaticamente, parlando della cittadina dell’hinterland milanese.
Il primo con un evento di cronaca risalente ormai al 23 agosto scorso. A Rozzano, nel quartiere dei fiori (chiamato così per i nomi delle vie), in una sparatoria in strada muoiono quattro persone, tra le quali una bambina di tre anni. Il secondo con la “piĂą sgangherata follia (bloggico) letteraria dai tempi di F. T. Marinetti”, il Blogrodeo tenutosi ieri in quel di Rozzano (io avevo memorizzato “Milano” come sede dell’evento, ed ecco spiegato perchè non avevo capito l’accenno di Effe nei commenti al post precedente).

Del tragico evento di cronaca, che molta sensazionalistica e discutibile copertura provocò all’epoca, segnalo, grazie alla dritta di Franco Bellacci, un post di Settore, formidabile blogger dalla dichiarata – ahilui – fede interista, che racconta la cittadina milanese.

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20/05/2004

Il bello di Cinisello

di Antonio Sofi, alle 18:48

Cinisello Balsamo, 12 racconti di Gianni Berengo GardinScrive Effe nei commenti al racconto di tt su Milano: “Suggestivo e vi[si]vo, as usual. Ma provi a farlo con Rozzano, se ci riesce.”

Non conosco Rozzano, ma è come dire una delle mille cittĂ  della provincia satellite che orbita intorno alle grandi cittĂ , e spesso stenta ad avere una identitĂ  autonoma. Ma davvero non si può raccontare la provincia, il piccolo, l’apparentemente insignificante e anonimo, le periferie piĂą o meno dormitori degli imperi urbani? Forse Effe ha ragione, forse è solo complicato farlo.

Rozzano. ChissĂ  che cittĂ  è. ChissĂ  se è raccontabile, chissĂ  se è fotografabile (a parte che tutto lo è, a patto di trovarne l’anima). Rozzano mi ha fatto venire in mente un libro fotografico che, durante le mie incursioni fotofaghe nelle librerie, riprendo quasi sempre in mano per riguardare. E’ un libro d’immagini del mio fotografo italiano preferito. il mio fotografo italiano preferito si chiama Gianni Berengo Gardin ed è un signore distratto che non si separa mai dalla sua macchina fotografica, s’invisibilizza infrattandosi nelle cose, e scatta sempre nel momento in cui le cose accadono – o i suoi scatti fanno accadere le cose (mai capito bene come funziona, essendo io fotografo disperatamente dilettante).

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20/05/2004

Davanti ad una statua su una guglia

di tt, alle 09:08

Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio
villeggiatura. Mi riposo in Piazza
del Duomo. Invece
di stelle
ogni sera si accendono parole.
Nulla riposa della vita come
la vita.
U. Saba

[foto di Sirio Magnabosco]
Up There, Milano 2004, foto di Sirio Magnabosco - clicca per andare al suo sitoSi accendono i ricordi, in questa città mobile, fluida, sempre in trasformazione, dove nascosta corre la linfa di una storia non ancora del tutto cancellata, segreta, come i Navigli che ne attraversano le viscere, le meraviglie celate al viandante distratto e tutte da scoprire nei vecchi cortili, nei chiostri, nei palazzi signorili e nei giardini privati, gioielli di bellezza discreta e pudica destinati a sguardi rari, non orfani del proprio ieri.
Si posano gli sguardi più attenti su dettagli di memoria, che come tracce segnano il tessuto urbano, e i passi conducono direttamente al passato, strato dopo strato, dove la frenesia della vita contemporanea è solamente un’eco lontana, e il respiro sospiro di fantasmi dentro emblemi, prigioniero di tante sovrapposizioni.
Ed è la Milano romana, la Milano longobarda, la Milano rinascimentale a dar voce al cuore della città. E il Barocco, poco, e il Liberty in tripudio. E si incontra anche la Milano delle ombre, dei tempi dei nostri nonni e genitori, a raccontarsi, lì, all’incrocio delle Cinque Vie.

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19/05/2004

La triste storia del commendator Gallassi

di Ernesto De Pascale, alle 12:42

Conobbi a Milano tanti anni fa un certo commendator Gallassi, dal quale ho capito tanto del music business. Il suo stile e il suo modo di trattare le cose furono per me illuminanti, e lo voglio qui ricordare per voi affinchè il suo stile di vita vi serva da lezione in questi tempi di mediocrità.

Il Gallassi era un tipo speciale, facilmente identificabile: girava in impermeabile nero, ombrello nero, cappello nero trecentosessantacinque giorni l’anno. Portava un paio di occhiali rotondi con il bordo d’oro, il commendatore, e i baffetti sottili gli davano un’aria seria e indispettita che si addiceva al suo mestiere fatto di praticità ma anche di un certo estro artistico. Gallassi era, infatti, un editore musicale.

L’editore musicale di una volta era un colosso, un Sonny Rollins dell’estro. Oggi quel personaggio è per lo più colui che tutela i tuoi diritti sulle composizioni in cambio di una fetta di essi: per lui la parola tutela è uguale ad aver svolto il proprio lavoro. Ma la differenza fra un autore e un editore è, il più delle volte, semplice e palese: se tu, autore o compositore che sia, fai circolare (la composizione che hai composto) mangi (o almeno speri) anche se comunque sarà l’editore a riscuotere per primo, mentre se tu la musica non la fai girare, lui, certamente!, non riscuoterà neanche una lira, d’accordo!, ma come te ne avrà altri mille e tu, in compenso, morirai di fame.

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17/05/2004

Beadeker minimo per viaggiatori burloni (Firenze)

di Antonio Sofi, alle 21:53

Ponte Vecchio Luna, Firenze, Maggio 2004, foto di Antonio Sofi - clicca per photowebgol(Ovvero come fare cose con i luoghi)

Ponte Vecchio
Affacciarsi a Nord Ovest e osservare sereni le traiettorie delle nutrie che nuotano paciose nell’Arno, se ci sono, e le onde che lasciano. Alla vista, invece, dei ratti, fingere sincero disinteresse, con ampi gesti delle braccia. Indi gettare in acqua una mollica di pane per capire da dove scorra il fiume, in che direzione, non prima però di aver espresso ad alta voce un proprio personale convincimento, con ispirata enfasi, e di aver coinvolto gli astanti in un giro di scommesse clandestine.

Ponte di Santa TrinitĂ , Firenze, Maggio 2004, foto di Antonio Sofi - clicca per photowebgolArco di San Pierino
Buia anche di giorno, di notte il neon della gelateria persiana stride sui muri antichi come unghia su lavagna. In trenta metri un intero sommario incarnato del codice penale, da attraversare velocemente, adocchiando furtivi la vita disparata, a testa bassa, come aspettandosi qualcosa, una pacca o uno schiaffo, che non arriverĂ .

Ponte di Santa TrinitĂ 
Affacciarsi a Sud Ovest, scavalcare il parapetto e raggiungere le sporgenze triangolari che fanno da pilone al ponte. Se il posto non è occupato da coppie pomicione o da tenui studentesse svedesi di belle arti, ivi sedersi e invisibile ai più, sopra le acque placide, ristare, in cotanta maraviglia.

(continua con Roma – forse…)

15/05/2004

Sidecar, isole sperdute e centri di riciclaggio

di Antonio Sofi, alle 15:28

Il blog del convegno Culture digitali - i weblog e la nuova sfera pubblicaSegnalo, a chi fosse interessato a questi temi, una mia riflessione su Tre forme di giornalismo blog, che ho scherzosamente individuato in sidecar, isole sperdute, e centri di riciclaggio.
Il post sta su Blogosphere, che fareste bene a seguire, sempre nel tristo caso in cui vi appassioni una certa riflessivitĂ  blog (il risvolto positivo della “autoreferenzialitĂ ”, di cui si parla molto, e spesso a sproposito). Su Blogosphere, infatti, si sperimenta una forma assai originale, e sinceramente efficace, di convegno lungo via blog, che troverĂ  conclusione nella giornata di studi del 4 Giugno 2004 intitolata “Culture digitali – i weblog e la nuova sfera pubblica” organizzata dalla FacoltĂ  di Sociologia dell’UniversitĂ  di Napoli, con la partecipazione di numerosi studiosi.
(se proprio, poi, non volete uscire da webgol, il post sta anche qui)

14/05/2004

Quando la cittĂ  trattiene il respiro

di Santa Di Pierro, alle 12:08

Controra a Malta, Marzo 2004, foto di Antonio SofiCi sono luoghi che hanno uno, mille ritmi. Ci sono città che non si spengono mai. Frenetiche o lentissime. Perché le città sono contenitori di forze vettoriali che fuggono in tutte le direzioni, si dilatano, si frantumano, si moltiplicano. Talvolta, le città, semplicemente, respirano. Inspirano ed espirano. Uno, due. Giorno, notte. Vi sono delle città, però, in cui il battere e il levare è diviso da un’insolita pausa. Un momento che sta tra il giorno e la notte, che non è, però, il pomeriggio. E’ la controra: uno stallo temporale urbano.

Tipico delle città di provincia del sud, la controra è un vero e proprio modo di essere della città e dei suoi abitanti. Si è abituati a percepire i centri abitati attraverso un ritmo che subisce variazioni minime; rallenta a notte fonda e si acutizza nelle ore di punta. Ma avete mai visto una città durante la controra? Avete mai provato a fare una passeggiata in uno di questi luoghi, tagliandoli dalla periferia al centro fra le tre e le cinque del pomeriggio?

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13/05/2004

Pensavo che i fiori fossero tutti morti

di Immanuel Mifsud, alle 09:28

Malta, Grand Harbour, Marzo 2004, foto di Antonio Sofi[Immanuel Mifsud (qui la home page) è un poeta e scrittore maltese della nuova generazione, molto letto e amato in patria. Lo abbiamo conosciuto a Marzo, quando, per una serie di interviste, ci ha raccontato Malta con passione e intelligenza. E’ con vero piacere che pubblichiamo questo suo racconto, uno dei suoi pochi tradotti in italiano (un altro è in uno strano volume intitolato “Racconti senza dogana“). Dieci nuovi paesi, tra cui Malta, sono entrati a far parte dell’Unione Europea; la copertura dell’evento è stata, nella maggioranza dei casi, unicamente economica (nuovi mercati, sovvenzioni, libera circolazione delle merci, ecc.). Pochi hanno letto questo storico momento anche come possibilitĂ  di allargare il nostro patrimonio culturale, iniziando a fare attenzione ai nuovi scrittori “europei”, leggendoli e traducendoli. “Libera circolazione della cultura”, evidentemente, suona proprio male. Nel nostro piccolo, ringraziando Immanuel, ci proviamo. Buona lettura. (as)]

antimeridiano

adesso possiamo raccogliere i fiori non appena svegli
non appena ti guardo e mi accorgo che sei ancora la stessa di ieri
non appena ti chiedo cosa hai sognato
non appena mi rendo conto che potrebbero ancora esserci fiori lĂ  fuori
non appena sentiamo gli operai protestare
non appena mi volto per sentire il tuo sapore e gustarti di nuovo
non appena divento di nuovo il tuo uomo
non appena cerco il tuo viso e non lo trovo nel buio
non appena dici no

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12/05/2004

La stranza (locale ad uso e consumo di)

di Enrico Bianda, alle 17:59

Polkina, Mazurkina?
Ma che due palle! Sorry, ma Donizetti dum pa pa dum pa pa non si regge proprio. E turuturuturuturu mi pare di avere Mietta che scodinzola in queste stanze.
Ora mi ribello al barocco e passo Talking Heads, una roba tipo PsychoKiller e poi mi metto a correre per i corridoi rincorso dai responsabili della programmazione.
Lugubri soggetti, ingrigiti che vivono rinchiusi in sotterranei umidi, camminano aiutandosi da un carrello, spingono le porte servendosi di stampelle di acciaio temperato, che utilizzano anche per vergare le schiene dei conduttori che si ribellano.
Battiato di là canta “Vuoi venire a prendere un thé?”, passo veloce in redazione a prendere i titoli del GR delle 07:30.
– Buongiorno!
– Mmm?
– I titoli dell’edizione?
– LĂ  sopra – dice indicando con mezzo dito medio sette stampanti disposte a raggiera stellata esagonale.

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