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28/04/2004

In lontananza vedo una città

di Proserpina, alle 19:56

[Luoghi di carta, quando l’immaginazione si proietta sul reale quasi a volerne prendere il posto, e ci sono città – invisibili – abitate da persone, percorse da strade, divise da mura e piazze che nascono sulla carta, che gocciolano inchiostro. Alcune note a margine di Proserpina su Kafka e Praga. Altri luoghi di carta qui, e – forse – ce ne saranno altre. as]

kafka_praga.gifL’atteggiamento di Kafka verso Praga fu sempre ambiguo. La amò e la odiò, parlò di lei con tenerezza e anche con sferzante ironia, la vide come la sua casa e la sua prigione, come un rifugio e come una insidia, come una madre e come una suocera. Un’ambivalenza che rispecchia l’umano desiderio di liberare se stessi da cosa ci attira di più. E Kafka, la sua Praga la usò spesso nelle sue opere, per esorcizzarla, confondendo i rifugi fisici che la città gli offriva con quelli metafisici che invece gli offriva la scrittura.
Scrive Kafka in una lettera a Oskar Pollak il 20 dicembre 1902.

“Praga non molla. Non molla noi due. Questa mammina ha gli artigli. Bisogna adattarsi o… In due punti dovremmo appiccarle il fuoco, al Vyserhard e al Hardschin, e così sarebbe possibile liberarci. Pensaci un po’ fino a carnevale”

Altre città dividono lo spazio interiore e quello esteriore. Separano case, strade, vie, piazze e così via. Ma Praga combina spazio pubblico e privato creando invisibili collegamenti per mezzo di innumerevoli corridoi che corrono lungo le case da una parte all’altra della città. Uno spazio ambiguo, insieme reale e irreale, scavato dall’immaginazione, distorto dalle emozioni, ridisegnato con intime geografie del cuore.

Da qui sorge il mondo del Processo, dove la Legge penetra in ogni parte della città e emerge inaspettatamente in attici misteriosi. Ed anche la stanza del tribunale dove si svolgono gli interrogatori è un luogo in cui si mescolano pubblico e privato.

“K. ebbe l’impressione di entrare in un’assemblea. Una folla di gente disparata (nessuno si curò che lui entrava) empiva una stanza di media grandezza, con due finestre, intorno alla quale immediatamente sotto al soffitto girava una galleria anch’essa tutta occupata dove la gente stava in piedi e curva toccando il soffitto con la testa e con le spalle.” (Romanzi, “Il processo”, pag 351, a cura di E. Pocar, Oscar Mondadori)

La stanza che sembra prima una stanza qualunque, si svela essere un vero e proprio tribunale con tanto di loggione. Un luogo quotidiano diventa il luogo del processo. Una trasfigurazione che si verificherà in tutti i luoghi visitati da K.: la casa dell’avvocato, le stanze nella casa della signora Grubach, le stanze “opprimenti” degli uffici del tribunale.

“Aveva creduto di poter riconoscere già da lontano la casa da qualche indizio che egli stesso non si era figurato con precisione o da un insolito movimento davanti all’ingresso. La Julius Strasse invece nella quale doveva sorgere la casa e al cui principio K. si fermò un istante era formata ai due lati da case quasi uniformi, case d’affitto, alte, grigie, abitate da povera gente. Essendo domenica mattina la maggior parte delle finestre era occupata, vi stavano uomini in maniche di camicia che fumavano o tenevano con cautela e tenerezza bambini appoggiati al davanzale. Altre finestre erano cariche di biancheria da letto, al di sopra della quale appariva di sfuggita qualche donna coi capelli scomposti. […] La casa si presentava piuttosto larga, quasi insolitamente estesa, il portone specialmente era alto, largo, evidentemente destinati a carichi di merci per i diversi magazzini che, ora chiusi, circondavano l’ampio cortile e recavano insegne di ditte, alcune delle quali erano note a K. dalla banca.” (“Romanzi”, “Il processo”, pag 351, a cura di E. Pocar, Oscar Mondadori )

Il dramma dell’interrogatorio che si sta per compiere viene preannunciato dalla rappresentazione ‘grafica’ della strada, che intensifica la tensione emotiva sia nel lettore sia nello stesso K., perso nella ricerca del tribunale.

Ed ancora, sempre nel Processo, di particolare interesse è la visita di K. al Duomo, in occasione della venuta del cliente italiano. L’architettura gotica del Duomo di San Vito, con i suoi archi rampanti, con le lingue di fiamma dei suoi frastagliati pinnacoli, uno dei luoghi storicamente più densi di memorie storiche e spirituali di Praga, fa da perfetta cornice all’oppressione di quell’attesa senza fine che K. è costretto a sopportare nella giornata di pioggia aspettando il cliente italiano.

“Quando passò nella navata centrale per cercare il posto in cui aveva lasciato l’album, notò contro una piccola colonna, quasi aderente ai banchi del coro un piccolo pulpito secondario, molto semplice, di pietra nuda e pallida. Era così piccolo che da lontano sembrava una nicchia ancora vuota destinata ad accogliere la statua di un santo. […] Oltre ciò la volta del pulpito, pure di pietra, era insolitamente bassa e, senz’alcun ornamento, s’innalzava con una tale curva che un uomo di media statura non avrebbe potuto starvi dritto, ma doveva sporgersi sempre dal parapetto.” (“Romanzi”, “Il processo”, pag 351, a cura di E. Pocar, Oscar Mondadori)

Anche le case a Praga sembrano diverse. Gli appartamenti raramente sono divisi da corridoi. Piuttosto una camera conduce direttamente ad un’altra, come nella casa di Samsa ne La metamorfosi. Gregor Samsa, l’uomo che si trasforma in scarafaggio, è segregato dalla sua famiglia e dalla sua casa, la sua stanza è circondata a destra dalla stanza della sorella, a sinistra dal soggiorno dove lo aspetta il Procuratore, davanti dal corridoio. Davvero, il suo unico dilemma può anche servire come simbolo per la paradossale personalità di Praga: entrambi, lui e la sua società, sono ibridi logicamente impossibili, legati da esistenze che si escludono a vicenda. Un habitat mentale.

Ed ancora, la casa è il luogo dove si svolge il dramma della condanna per Georg Bendemann. In questo caso abbiamo ancor maggiore corrispondenza tra la locazione della casa praghese di Kafka e la casa del giovane Georg.
Kafka scrive il racconto nella notte tra il 22 ed il 23 settembre 1912, nel periodo, cioè, in cui abita in “Via Mikulaska, al 36, nell’ultimo edificio verso la Moldava, all’altezza del Ponte Cechuv in costruzione … Dalla sua stanza Kafka può vedere il fiume.”, quindi “La condanna è strettamente legata a quelle case del centro così dense di storia e di stratificazioni, che è tanta parte dell’energia narrativa di Kafka: porte, finestre, ballatoi, soffitte, scale, stanze, ripostigli svolgono una funzione determinante nella sua struttura.” (Praga, viaggio letterario nella città di Kafka, di Marino Freschi, p. 241, )

All’inizio de La condanna, così Kafka scrive.

“Giorgio Bendemann, un giovane commerciante, sedeva nella sua stanza al primo piano, in una di quelle case basse e fragili, che, seguendo il fiume, si allineavano in una lunga serie, distinguendosi quasi solo per l’altezza e il colore” (“Racconti”, “La condanna”, pag 141, a cura di E. Pocar, Oscar Mondadori)

Ma perché tanta ossessione nella descrizione delle case praghesi?
La risposta, forse, possiamo trovarla ne La lettera al padre, quando Kafka ricorda un episodio dell’infanzia, in cui, in seguito ad una richiesta insistente e piagnucolante, il padre lo aveva sbattuto sul ballatoio lasciandolo lì fuori per qualche minuto. Quell’episodio ha certamente segnato l’autore, tanto da fargli ricordare più volte nei suoi scritti la struttura delle case praghesi che incarnano lo stesso dolore inscenato nella sua infanzia e freschissimo nella memoria di Franz.

Risulta particolare il brevissimo racconto Lo stemma cittadino, probabilmente ispirato dallo stemma della città di Praga, ovvero un pugno stretto intorno all’elsa di una spada. Il racconto, attraverso una lettura del mito della torre di Babele, serve ad interpretare la situazione di Praga, e delle sue case, fregiate di stemmi, emblemi, simboli, tutte memorie incancellabili del passato, che segnano gli abitanti, li catalogano, li selezionano. La costruzione della Torre, porta a conflitti che vanno via via inasprendosi con il passare delle generazioni, e la soluzione, secondo l’autore, è proprio nello stemma cittadino: un pugno destinato a spianare l’intera città con i suoi conflitti.

Kafka, nel raccontare la città boema, è preciso e insieme sfocato.
Persone, oggetti, ambienti sono presentati con moduli di estremo realismo, con minuta attenzione. Ma è una realtà piena di risvolti, implicazioni simboliche. Come nei sogni: dimensione realistica e dimensione simbolica coesistono parallele. La minuziosa insistenza realistica la esaspera, la fissa in emblema. Acquista un’aura stregata e inquietante. In un frammento tardo tratto dai diari egli descrive Praga come un’immagine vista in lontananza, ma evocata con calore insolito rispetto alle fredde atmosfere a cui la città aveva sempre fatto da sfondo.

“In lontananza vedo una città: è quella che intendi tu? E’ possibile, ma non capisco, come puoi riconoscervi una città, io vi scorgo qualcosa solo dopo che tu vi hai attirato la mia attenzione e niente altro che contorni incerti nella nebbia. Oh sì. La vedo, è un monte in cima con un castello e piccole abitazioni sulle pendici. Già, è quella città, hai ragione, in realtà è un enorme paese.”

In lontananza vedo una città: è quella che intendi tu?
No, mai – eppure sempre.


  • Ancora ballano
  • La città digitale è una rete sociale
  • Polis che viaggia III – Birmingham, cantieri, Pizza Hut e treni locali
  • La città perfetta esiste

  • 5 Commenti al post “In lontananza vedo una città”

    1. MassimoSdC
      aprile 29th, 2004 00:32
      1

      Inutile che dica che la scelta di parlare di Kafka/Praga da parte di Manila non può che piacermi. ;-)

      Non posso poi resistere alla tentazione di ricordare un suo famoso brano che tratta del rapporto decrizione/immaginazione dei luoghi ed in particolare del nesso potere/realtà.

      Insomma, mi riferisco a questo:

      – Il Castello di Franz Kafka (1922-26).
      Dal capitolo primo:

      “Come appariva da lontano, il Castello corrispondeva alle aspettative di K. Non era né una vecchia fortezza feudale, né una costruzione fastosa; era piuttosto una vasta costruzione composta da pochi edifici a due piani e da molte case basse una accanto all’altra. Se non si fosse saputo che era un castello, lo si sarebbe potuto scambiare per una piccola città. K. vide solo una torre, ma non si riusciva a capire se si trattasse di un’abitazione o di una chiesa. Uno stormo di cornacchie le volava intorno.

      K. proseguì il cammino con lo sguardo fisso sul Castello e null’altro lo interessava. Ma, con l’avvicinarsi, il Castello lo deluse. Non era che una misera cittadina, un’insieme di casupole con la sola particolarità di essere costruite tutte in pietra; l’intonaco, però, era caduto da tempo e la pietra sembrava scrostarsi.”

    2. Effe
      aprile 29th, 2004 10:30
      2

      Le città invisibili son quelle in cui occorre continuamente perdersi per, alla fine, ritrovarsi, o rinnovarsi.
      In lontananza vedo una città: sono io, eppure sei tu.

    3. antonio
      aprile 29th, 2004 11:56
      3

      “In lontananza vedo una città: sono io, eppure sei tu.”
      Egregio signor Effe, la smette di scrivere titoli moooolto più belli di quelli che penso io, che poi mi deprimo? (o al massimo me li mandi prima – nel caso ho pronto un contrattino per assunzione in veste di titolista ufficiale) :)

    4. Effe
      aprile 29th, 2004 12:09
      4

      A me invece piacciono molto, i titoli webgoliani. Come dire, il post del vicino è sempre più verde

    5. panda4x4
      aprile 30th, 2004 08:29
      5

      Molto bello: dopo vani tentativi ho scovato qualcuno che ha letto “Il Castello”.
      Chissà perchè leggendo Kafka ho questa visione di Praga in bianco e nero… mentre vedendola, a colori, mi sembra totalmente un’altra città. Positiva.

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