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27/04/2004

Il mare dolce che abbiamo sotto i piedi

di Mauro Gasparini, alle 00:16

Alba a Ferrara, Aprile 2004, foto di Enrico BiandaDopo la terza settimana di appunti mi sono deciso a farla finita con questo post. Tanto lo so che non lo reggo un pezzo intero sul rapporto dei veneti con il loro territorio. Ho bisogno di buttarla sul personale, sulla fiction, la sociologia è materia che serve solo a vendere il chinò. E poi mica li frequento tutti i veneti. Quelli di montagna li conosco poco, ancora oggi scendono a valle solo quando ne va della loro stessa vita. Se devono fare due carte in un ufficio partono da casa alle cinque, aspettano due ore che apra lo sportello e alle otto e mezza sono già – stressati e incolonnati – a maledire i pianurosi sulla strada del ritorno. Non parliamo poi di quelli sotto il Brenta che non lo dicono, ma guardano a Ferrara, a Mantova, ovunque tranne che in direzione di Venezia. E gli altri? Mugugnano. Non che Venezia in passato ci sia andata con la mano leggera, anzi. Prima ha fatto della pianura terra di conquista e in montagna ha rapato a zero il Cansilio per via del legname, poi ha azzerato le lingue locali, infine ha spostato il corso di sette – non uno – di sette fiumi per proteggere la laguna. E se non arrivava Napoleone durava più degli Asburgo e magari adesso saremmo un’altra San Marino e comprerei i CD senza l’IVA. Tant’è…
Avete ragione, anche senza studiarci tanto su basta andare ad uno spettacolo di Marco Paolini per venire a sapere le due acche che vi ho appena spiattellato, non solo, ma è proprio dai suoi spettacoli che ho imparato quasi tutto quello che so sull’argomento, tanto che dopo un po’ mi sono spacciato per un esperto e sono riuscito pure a lavorarci. Non contento, ho aspettato al varco Paolo Rumiz e gli ho estorto quante più informazioni potevo. Drammaturgia da un lato, chiacchiere dall’altro, ma con lo stesso identico risultato: a non essere deferenti ci si sbatte i denti. Non vi stupisce che siano anni che non rivedo nessuno dei due vero? Nemmeno a me, anche se la versione ufficiale è che ho un sacco da lavorare.
Ma torniamo a noi: se dove vivete abitualmente il terreno s’increspa in qualche collina e sulle vostre strade ci sono salite diverse dai cavalcavia, non vi posso chiedere né di credermi né di continuare; se invece dove siete ora tutto ciò che potete vedere è all’altezza dei vostri occhi, mettetevi comodi, questo post è per voi ed è composto da circa venticinque cartelle.
Il fatto è che ha ragione Paolini quando dice che la pianura padana è una sterminata periferia senza un centro, ma c’è di più, o di meno, a piacere. È la terra stessa su cui poggiamo i piedi tutti i giorni che è un non luogo, una piazzola di sosta presa a prestito, una sicurezza più effimera della nostra stessa esistenza. Qui non c’è terra, abbiamo solo tolto l’acqua!
Provo a spiegarmi meglio.

Le passerelle in taverna
ferrara02.jpgLa maggior parte delle case qui da noi, non sono case se non hanno l taverna. La taverna è la versione abitabile della cantina, quindi bisogna proprio che stia sotto il livello stradale, altrimenti la si confonde col garage. Il costruttore, sagace, scava scava (e svuota svuota), riveste le fondamenta con una guaina impermeabilizzante, seppellisce un paio di pompe che potrebbero mandare in secca la laguna e nasconde qualche scarico sul pavimento. Eppure ad ogni pioggia, mica una roba seria eh, in taverna si cammina sulle passerelle come a San Marco. Acqua ovunque, mezzo metro stabile nei garage sotterranei, nei sottopassi ferroviari, nei laboratori clandestini dei cinesi.
Acqua che da secoli è irregimentata in migliaia di canali, canalette, fossi, scoli, chiuse e porte. Acqua che fa del Magistrato alle Acque un mandarino capace di decretare le fortune della gente con più precisione di un giro di superenalotto: scavare milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia, magari senza essere troppo controllati nel momento di ricolmare le voragini, rende più che scavare diamanti in Namibia. Controllate. Se poi sparisce il litorale pazienza, è il mare che ha un cieco furore. Mica possiamo pensare alle ferie tutto l’anno…
Acqua da imbottigliare, da far correre sulle spiagge condita con del the alla pesca, donata al mondo dal faccione rassicurante di Massimo Boldi.
Oh com’è bella la falda tuttavia, chi sprofonda lieto sia!
E per favore, non parlate al conducente, che se si sente disturbato ci spara un altro ente di gestione, un consorzio blindato che controlla la borsa del consorzio petulante… ma per cosa? Per l’acqua!
Vi stupite del mio stupore? Non c’è che da dirlo, mi sono documentato.

Un dolore in mezzo al pet
Esempio 1: tutti i comuni sulla linea delle risorgive (dove la pianura e la montagna fanno lo spigolo, tipo il battiscopa), votano unanimi il blocco dell’escavazione della ghiaia dalle cave. Tutti i comuni, nessuno escluso, di tutti i partiti. Lo fanno perché il territorio ormai è più ferito e martoriato di Ground Zero, stuprato in modo quasi irreversibile e pronto ad essere restituito alla comunità cui appartiene (perché demanio è di tutti no?) nel 2234. Eppure passa una settimana e la regione approva in nome del superiore interesse collettivo (non cadete nel tranello di credere che ghiaia e sabbia siano terra, quelle cave sono aperte solo lungo i fiumi). Siamo cinici, anche nelle coincidenze, un esempio non fa vincere a palla prigioniera, facciamo un altro esempio.
Esempio 2: una multinazionale dell’imbottigliamento vuole infilare nella terra demaniale una sonda piccola piccola e succhiare qualche milione di metri cubi di un’acqua buona buona che fa bene bene bene. Gli stessi ottusi e retrogradi comuni, dal Garda fino al mare, dicono no. Dicono scusate il medievalismo, ma ci abbassate la falda e domani va a finire che ci troviamo la zona pedonale nella periferia nord di Auckland (NZ). Sono saldi, i comuni, uniti e compatti, fanno un fronte omonimo. Tuttavia il giorno appresso arriva ad una a caso di queste amministrazioni la gentile richiesta di poter dare una succhiatina, poca roba, ma giusto per non stare fuori all’addiaccio, intanto vanno avanti a costruire i capannoni, che in metri quadri fa la maggiore superficie coperta del suo genere in Europa. Gli si bagneranno le cannucce? Non si sa. Vi state chiedendo chi regge quel comune? Fa lo stesso. Il giorno dopo un parlamentare del colore e del seme giusto telefonerà, cortese, garbato, irremovibile, cristiano: date da bere agli assetati. E che cosa c’entra imbottigliare? Di chi è quell’acqua? Degli stessi padroni della ghiaia: è di tutti. Ma me la fanno pagare se la imbottigliano! Paghi solo il pet, cretino.
Non vi preoccupa questo smisurato potere? Sono stato poco esplicito? Non è un caso. Voi comunque continuate a telefonarmi ogni mezz’ora e fate copia incolla di questo post.

Sgusciare dalla retina
E terra? Non la vuole nessuno? Sì e no. La terra, dicevo, è solo un posto in cui è stata tolta momentaneamente l’acqua. Se per due anni il magistrato non magistrasse, gli arginatori non arginassero e le chiuse non chiudessero, la terraferma tornerebbe ad essere una terramobile e da quello a palude il passo è breve. Del resto è così che nel V secolo i barbari sono rimasti nella melma fino alle caviglie mentre i fuggitivi fondavano Venezia. Troppo antico? Bene: è per una piena del Piave che l’odiato nemico austriaco è stato bloccato sulla riva sinistra del fiume proprio quando stava per mettere un piede in acqua per attraversare. In quei momenti l’acqua è stata bene comune, ci apparteneva e ce la siamo fatta amica.
E non è finita, perché la storia è sempre uguale, anche oggi siamo completamente in balia dell’acqua, è solo che lo abbiamo dimenticato. È stato Paolo Rumiz a notarlo, nel suo La Secessione Leggera, dipendiamo totalmente dall’andamento delle acque e nel contempo non sappiamo più l’acqua dov’è, ci torna comodo rimuovere la sua esistenza, perché dal rubinetto viene sempre fuori uguale, non siamo mica come i baluba africani del sud Italia che devono puntare la sveglia per riempire due taniche e la vasca! C’è chi, e chi scrive è uno di costoro, che non sono nemmeno allacciati all’acquedotto, puntano una sonda nella falda e si lavano le chiappe con l’acqua che voi pagate un tanto al pet. Che cosa ci manca? I soldi forse, ma l’acqua proprio no. È così che ce la siamo dimenticata, che ci sembra veniale se qualcuno, animato da quell’imprenditorialità spregiudicata di cui meniamo vanto, arriva con qualche ruspa, tre o quattro capannoni, sfodera la sua partita iva e comincia ad assumere un po’ di gente a spasso.

Come nella formazione del consenso ci ha fregato la televisione, così nella percezione del territorio ci hanno fregati la fabbrica, il secondo lavoro, il cambio di passo produttivo, il desiderio (più o meno volontario) di correre avanti per non restare più indietro, per non patire più un altro secolo di carestia, pellagra, difterite, colera, vaiolo, carestia (ancora). Ci ha fregato la fame. Troppa, per troppo tempo, capace di svuotare paesi interi, di decimare tre generazioni quanto e più della spagnola e di due guerre. Siamo diventati terricoli, sciatori d’inverno e windsurfisti d’estate, andiamo a fare jogging sugli argini, ma ignoriamo il nome del corso d’acqua che stiamo costeggiando, perché lì l’acqua c’è solo per delimitare l’argine, abbellire il paesaggio, ma ci sfiora il sospetto che sia tutto finto e che sia come l’onda nelle piscine della Riviera Romagnola. Le corriamo a fianco, ci sputiamo dentro, magari alla bisogna ci si fa una pisciatina, e la più ovvia delle verità ci sfugge dalla retina come una tinca dal retino: è anche nostra.

Forse è per questo che non ci siamo mai presi, io e loro, io e questo non luogo, ci frequentiamo per necessità, però non ci apparteniamo, abbiamo delle cose in comune, ma di nessun valore. Perché ormai si son convinti di essere a casa loro e la terra d’altro canto li asseconda. Credono di essere terricoli e sono solo ridicoli. A me non riesce, non ho smesso di sentire il tamburellare sordo dei passi di mia figlia quando corre sul prato, quel suono pieno e riverberato del terreno reso elastico dal mare dolce che abbiamo sotto i piedi. Così penso che se un po’ di tutto quell’oro trasparente è anche mio, sarebbe gentile da parte loro liquidarmi la mia parte per consentirmi di emigrare altrove. Non so ancora dove, però ci penso spesso e nel frattempo continuo a tenere il canotto ben gonfiato giù in taverna.


  • Rumiz naviga sulle onde medie
  • La collina dei ciliegi
  • Il cantico di Rumiz
  • M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

  • 8 Commenti al post “Il mare dolce che abbiamo sotto i piedi”

    1. gabryella
      aprile 27th, 2004 13:45
      1

      che dire? grazie per questo interessante, ironico, circostanziato, affettuoso, polemico, doloroso e parecchio umido documento: ora ho capito un po’ più e meglio quanto siamo fortunati, noi italiani – e con quanta naturale spensieratezza accettiamo d’essere truffati, anche..

    2. Red Apple
      aprile 27th, 2004 14:48
      2

      Mi associo ai complimenti di Gabryella…E’ stato davvero illuminante soprattutto per me che vengo da un luogo in cui la terra spesso è così arida che dobbiamo irrigarla con quell’acqua al gusto di the alla pesca – alla faccia di Boldi – per evitare che si spacchi definitivamente. Vengo da un pezzo di sud in cui, mi ricordo, si faceva la scorta di acqua alle fontane del paese per i giorni successivi in cui non ci sarebbe stata nemmeno una goccia per lavarsi i denti. In un modo o nell’altro, nell’assenza o nella esuberante presenza, è sempre l’acqua che ci unisce e la stupidità della sua gestione..

    3. mitì
      aprile 27th, 2004 15:46
      3

      Io vivo a Genova, spiaccicata tra mare e monti, e i larghi spazi della pianura Padana mi sembrano un altro mondo. In compenso anche qui si allaga tutto ad ogni pioggia, sempre, da secoli…Splendido pezzo il tuo, grazie :-*

    4. Effe
      aprile 27th, 2004 17:37
      4

      ben scritto, e non c’è neppure odor di muffa

    5. tt
      aprile 27th, 2004 17:46
      5

      ma poi come farebbe senza quel suono attutito e riverberato del terreno su cui poggia i piedi? come si troverebbe ad ascoltare una musica secca di passi? ha parole troppo intense per le acque dolci che percorrono sotterranee la sua terra per essere credibile quando parla di emigrare. :-)

    6. carnefresca
      aprile 27th, 2004 21:05
      6

      c’è che è vero certe volte il detto che l’abbondanza è come la carestia, e qui mi riferisco alla mancanza di allacciamento all’acquedotto e all’affare del pet. mi ha colpito moltissimo dalla prima all’ultima parola, complimenti, davvero:-).

    7. gabryella
      aprile 28th, 2004 07:18
      7

      “trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di montare sopra l’aria, e confortata dal foco elemento, elevatosi in sottile vapore, quasi parea della sittiglieza dell’aria, e , montato in alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata dal foco. E piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscano e fannosi pesanti, ove cadendo la superbia si converte in fuga, e cade del cielo; onde poi fu beuta dalla secca terra, dove, lungo tempo incarcerata, fè penitenzia del suo peccato”

      (dal bellissimo “la penitenza dell’acqua”, di leonardo da vinci)

    8. Cyrano
      aprile 28th, 2004 16:45
      8

      Complimenti per il pezzo. Bellissimo. A chi viene in mente di parlare dell’acqua, e a chi viene in mente di leggerselo…?

      Ciao e stai bene.

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