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20/04/2004

Vukovar, la città che guarda il fiume

di Enrico Bianda, alle 22:42

Danubio, Vukovar, Croazia, Aprile 2003, foto di Antonio Sofi - clicca per la galleriaVukovar guarda il fiume, guarda il Danubio per non guardarsi alle spalle.
Sulle sponde del fiume sorge questa città, famosa per essere stata una delle più belle della Yugoslavia, città barocca e crocevia di culture straordinario. Prima della guerra a Vukovar si potevano incontrare ungheresi, russi, macedoni, e poi naturalmente musulmani di Bosnia, ebrei, serbi ortodossi, italiani, tedeschi e francesi. La città era un meraviglioso luogo di incontro, convivenza e soprattutto tolleranza.
Poi il conflitto, i quattro mesi di assedio serbo nel corso della fine dell’estate del 1991, nell’indifferenza colpevole della comunità internazionale e del Governo croato. Quattro mesi di resistenza, poi la resa, e la devastazione.
Oggi la città ha perso due terzi della popolazione, e la vecchia multiculturalità è andata perduta. Rimangono due le etnie presenti in città: croati e serbi. Questa coabitazione rende difficile qualsiasi decisione

Non ci sono ponti che collegano Vukovar e la Croazia alla Serbia.
La sponda opposta è inanimata. Un profilo di pioppi e salici e niente più: solo una piccola stazione della polizia di frontiera serba, che si specchia nel suo omologo croato su questa riva.
A Vukovar in pochi ormai si occupano del fiume. A farlo intensamente i pescatori, che volgono le spalle alla città.

Anton, uno dei pescatori che abbiamo incontrato qui a Vukovar, passa le sue giornate sulla riva del Danubio. La sua storia è uguale a tante altre, in questa città. Una città combattuta tra il ricordo e l’orgoglio della resistenza, e l’oblio, nel tentativo di superare il trauma dell’assedio e della resa.

Accade però che la vita fuoriesca quasi furtivamente, all’improvviso, da dietro un palazzo che nasconde il mercato, che ogni mattina, molto presto, si anima di venditori e di gente, tra sacchi di noci sbucciate e uova in cartone, candele e miele.

La cartografia della città si divide in 6 categorie, a seconda del grado di distruzione e della presenza di mine tra le macerie. Ma anche in questo caso la città si muove, impercettibilmente, quasi scusandosi, riprendendo a lavorare per riportare il profilo di Vukovar a quello che poteva essere 12 anni fa: l’occhio del viaggiatore ci mette un po’ ad abituarsi a distinguere tra cantiere e distruzione, e spesso è difficile cogliere la differenza tra ciò che sta crollando e ciò che rinasce.

Continuiamo a pensare ad Anton, il pescatore, che sembra esorcizzare la paura della città, che appare tetra e scheletrica, trasparente nell’aria brumosa del mattino, con i palazzi ancora aperti dai colpi di mortaio.
Chiediamo a Charles Tauber, psicologo americano che lavora a Vukovar dal 95 nell’assistenza alle persone segnate da traumi post guerra come interpretare il gesto di Anton e dei tanti pescatori come lui che lasciano che la città resti alle loro spalle.

Ci sorprendiamo a guardare le mappe geografiche, e torniamo a riflettere su questo fiume, il Danubio, e come lui altri importanti fiumi di queste terre, la Drina, la Sava, la Neretva, corsi d’acqua che nella storia hanno, nel bene e nel male, segnato i confini naturali tra le terre che negli ultimi anni sono state segnate dalle guerre. Oggi questi fiumi disegnano perfettamente i confini, i limiti che si oppongono ai ricordi e all’immaginazione, le spiagge da percorrere d’estate, la pesca lontano dalle rive. Bisogna sempre fare i conti con i confini, che spesso, come nel caso del Danubio, corrono al centro della corrente.
Se i fiumi dunque segnano confini certi, anche se dolorosi, le città si dividono ancora nelle intenzioni e nei sentimenti: Vukovar resta una città in conflitto, divisa tra maggioranza croata e minoranza serba.
Ci chiediamo se allora il fiume non possa tornare a rappresentare un motivo di riconciliazione, qui nella città di Vukovar: in fondo la gente qui vive nella stessa acqua.

Scendiamo al fiume prima di ripartire. Seguiamo le sue rive percorrendo un lungo sentiero erboso che sembra attutire la violenza delle esplosioni, che ancora disegnano con fiori di schegge, le mura dei palazzi che si affacciano sul Danubio.

Abitiamo la stessa via d’acqua: sono le parole che restano.


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