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Post scritti nel aprile, 2004

29/04/2004

Purfina, periferia romana. L’isola che c’è.

di GiallodiVino, alle 16:25

[clicca per ingrandire]
Purfina, ciminiera San Camillo, Aprile 2004, Roma - foto di Antonio Sofi - clicca per ingrandireL’urlo era belluino. Arrivano i baraccati della maglianaa! E tutti scappavano.
In realtà non esistevano da una vita i baraccati della magliana, non so nemmeno se ci siano mai stati. Ad essere onesto.
Nel cuore di Roma a due passi dal San Camillo, dietro Monteverde, poco sopra piazzale della Radio c’era la raffineria di Roma, si chiamava Purfina. Pochi lo sanno, i più vecchiotti se la ricordano. Un tempo in zona le ciminiere erano evidentemente un paio: quella della raffinazione colla fiammella che brucia alta, e quella della camera mortuaria dell’ospedale, ancora in funzione fino a poco tempo fa. A metà degli anni sessanta decisero che la faccenda era abbastanza insalubre, o che forse conveniva spostare l’olio nero a due passi da Malagrotta, e regalare la collinetta ai palazzinari. Da raffineria a quartiere di Roma, una virgola sul piano regolatore. Nasceva l’ex Purfina.
Una volta m’hanno detto che c’è chi la chiama l’isola. Pessimo nome, ma rende l’idea: un mucchio di palazzoni alti in media nove dieci piani, tagliato da una parte da via Majorana, dall’altra dal terreno dell’ex raffineria, ormai campetto per cani e ragazzini, e verso il centro delimitato dalla Stazione di Trastevere. Non è una borgata. E nemmeno un quartiere residenziale di Roma.
Quando ero ragazzino le urla belluine risuonavano nel campetto dove giocavamo a calcio, la raffineria stava proprio lì. Si vedevano ancora i tuboni neri della pipeline che poi sono spariti. Il glorioso comitato di quartiere reclamava un posto per i bambini. Volevano chiamarlo parco Gianni Rodari. Noi correvamo sul cemento e dribblavamo anche le siringhe. Poi è finita l’eroina. E il grande sindaco (un tutt’uno: Rutelloni) l’ha trasformato in un luogo appetibile anche per le carrozzine. Adesso si chiama parco Gianni Rodari: vent’anni dopo.

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28/04/2004

In lontananza vedo una città

di Proserpina, alle 19:56

[Luoghi di carta, quando l’immaginazione si proietta sul reale quasi a volerne prendere il posto, e ci sono città – invisibili – abitate da persone, percorse da strade, divise da mura e piazze che nascono sulla carta, che gocciolano inchiostro. Alcune note a margine di Proserpina su Kafka e Praga. Altri luoghi di carta qui, e – forse – ce ne saranno altre. as]

kafka_praga.gifL’atteggiamento di Kafka verso Praga fu sempre ambiguo. La amò e la odiò, parlò di lei con tenerezza e anche con sferzante ironia, la vide come la sua casa e la sua prigione, come un rifugio e come una insidia, come una madre e come una suocera. Un’ambivalenza che rispecchia l’umano desiderio di liberare se stessi da cosa ci attira di più. E Kafka, la sua Praga la usò spesso nelle sue opere, per esorcizzarla, confondendo i rifugi fisici che la città gli offriva con quelli metafisici che invece gli offriva la scrittura.
Scrive Kafka in una lettera a Oskar Pollak il 20 dicembre 1902.

“Praga non molla. Non molla noi due. Questa mammina ha gli artigli. Bisogna adattarsi o… In due punti dovremmo appiccarle il fuoco, al Vyserhard e al Hardschin, e così sarebbe possibile liberarci. Pensaci un po’ fino a carnevale”

Altre città dividono lo spazio interiore e quello esteriore. Separano case, strade, vie, piazze e così via. Ma Praga combina spazio pubblico e privato creando invisibili collegamenti per mezzo di innumerevoli corridoi che corrono lungo le case da una parte all’altra della città. Uno spazio ambiguo, insieme reale e irreale, scavato dall’immaginazione, distorto dalle emozioni, ridisegnato con intime geografie del cuore.

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28/04/2004

Una specie di coprifuoco

di tt, alle 00:01

Falcone Maltese, Malta, Marzo 2004, foto di Antonio SofiMalta, una ventina d’anni fa. Vacanze studio, soggiorno in famiglia.
Prima serata fuori, al rientro, dopo l’una di notte, l’intuizione: non riconosco punti di riferimento, non ho idea di dove si trovi, dal punto in cui mi trovo, l’alloggio.
Coraggio: si comincia, in una Msida deserta, a percorrere la strada principale del quartiere, per cercare l’incrocio sperato. Appena mi rendo conto che la direzione dovrebbe essere quella giusta mi accorgo pure che, in piedi al centro dello slargo poco avanti, si trova un militare armato di tutto punto (eravamo ai tempi di Dom Mintoff, la sera – io non lo sapevo – dopo una certa ora c’era una specie di coprifuoco).
Costui mi vede e imbracciando la mitraglietta mi viene incontro, l’idea di darmela a gambe levate mi sembra idiota.
Pertanto, mi immobilizzo e aspetto.
Mi parla in maltese.
Rispondo in inglese che non capisco.
Mi chiede in inglese: “Cosa fai in giro a quest’ora da sola?”.
“Stavo andando a casa, ma mi sono persa”. Aggiungo l’indirizzo per rendere più credibile l’affermazione e gli domando se sa indicarmi dove andare.
“Perché non sai dove abiti?” , insiste.
Gli spiego. Appena arrivata, ho percorso la strada verso casa solo una volta, alla luce del giorno.

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27/04/2004

Il mare dolce che abbiamo sotto i piedi

di Mauro Gasparini, alle 00:16

Alba a Ferrara, Aprile 2004, foto di Enrico BiandaDopo la terza settimana di appunti mi sono deciso a farla finita con questo post. Tanto lo so che non lo reggo un pezzo intero sul rapporto dei veneti con il loro territorio. Ho bisogno di buttarla sul personale, sulla fiction, la sociologia è materia che serve solo a vendere il chinò. E poi mica li frequento tutti i veneti. Quelli di montagna li conosco poco, ancora oggi scendono a valle solo quando ne va della loro stessa vita. Se devono fare due carte in un ufficio partono da casa alle cinque, aspettano due ore che apra lo sportello e alle otto e mezza sono già – stressati e incolonnati – a maledire i pianurosi sulla strada del ritorno. Non parliamo poi di quelli sotto il Brenta che non lo dicono, ma guardano a Ferrara, a Mantova, ovunque tranne che in direzione di Venezia. E gli altri? Mugugnano. Non che Venezia in passato ci sia andata con la mano leggera, anzi. Prima ha fatto della pianura terra di conquista e in montagna ha rapato a zero il Cansilio per via del legname, poi ha azzerato le lingue locali, infine ha spostato il corso di sette – non uno – di sette fiumi per proteggere la laguna. E se non arrivava Napoleone durava più degli Asburgo e magari adesso saremmo un’altra San Marino e comprerei i CD senza l’IVA. Tant’è…
Avete ragione, anche senza studiarci tanto su basta andare ad uno spettacolo di Marco Paolini per venire a sapere le due acche che vi ho appena spiattellato, non solo, ma è proprio dai suoi spettacoli che ho imparato quasi tutto quello che so sull’argomento, tanto che dopo un po’ mi sono spacciato per un esperto e sono riuscito pure a lavorarci. Non contento, ho aspettato al varco Paolo Rumiz e gli ho estorto quante più informazioni potevo. Drammaturgia da un lato, chiacchiere dall’altro, ma con lo stesso identico risultato: a non essere deferenti ci si sbatte i denti. Non vi stupisce che siano anni che non rivedo nessuno dei due vero? Nemmeno a me, anche se la versione ufficiale è che ho un sacco da lavorare.
Ma torniamo a noi: se dove vivete abitualmente il terreno s’increspa in qualche collina e sulle vostre strade ci sono salite diverse dai cavalcavia, non vi posso chiedere né di credermi né di continuare; se invece dove siete ora tutto ciò che potete vedere è all’altezza dei vostri occhi, mettetevi comodi, questo post è per voi ed è composto da circa venticinque cartelle.
Il fatto è che ha ragione Paolini quando dice che la pianura padana è una sterminata periferia senza un centro, ma c’è di più, o di meno, a piacere. È la terra stessa su cui poggiamo i piedi tutti i giorni che è un non luogo, una piazzola di sosta presa a prestito, una sicurezza più effimera della nostra stessa esistenza. Qui non c’è terra, abbiamo solo tolto l’acqua!
Provo a spiegarmi meglio.

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26/04/2004

Bingo ecclesiastico (ecumenico)

di Enrico Bianda, alle 09:15

Bingo, Malta, Marzo 2004, foto di Enrico Bianda - clicca per andare alla galleria immaginiSabato pomeriggio tardo. Malta, il corso de La Valletta. Si cammina in un flusso di persone che di lì a poco scompariranno nelle loro case.
Passiamo accanto ad un portone. Accanto, seminascosta, un’insegna che dice “Bingo”. Entriamo. Quello che si spalanca difronte ai noi è un salone barocco, dalle volte alte e aperte su delle finestre con i vetri verdi. Un soppalco tipo sinagoga, un bar gremito di gente che mangia e beve aperitivi e birra, tanto fumo, centinaia di vecchine e uomini di mezza età seduti ai tavoli, rotondi, piccoli, grandi, enormi, da biliardo.
Le luci un po’ basse al neon: sono le lampade dei biliardi che aprono dei quadrati al centro dei tavoli dove sono seduti tutti come intorno ad una tavola imbandita.
E’ la tombola del sabato pomeriggio alla Valletta, uno spettacolo indimenticabile, simpaticissima situazione con queste donnine dotate di mega pennarellone dalla punta quadrata, che riescono a fare nello stesso tempo: seguire la tombola, chiaccherare, fumare, bere il caffè, ridere, scherzare, complottare, sbirciare la permanente della vicina, organizzare il dopo tombola, fare la maglia e gestire il nipotino.

Sinestesie

Foto: otto foto in bianco e nero di cartelle e vecchine, di Enrico Bianda, su Photowebgol
Suoni: clicca qui per sentire la chiamata dei numeri della banditrice, con l’eco del banditore dall’altra parte della sala.
[oppure soundblox]

24/04/2004

Giornalismo integrato (organico)

di Enrico Bianda, alle 13:17

Marat di DavidQuesto ritratto di Marat morente – o morto definitivamente – mi ha sempre aiutato ad inquadrare un periodo storico che mi appassiona da anni: la Rivoluzione francese, e ancora più precisamente il terrore giacobino. Non so per quale motivo, forse perchè alle medie, forse l’ultimo anno, ero così debole in francese che mio padre mi obbligò a leggere un saggione enorme sulla rivoluzione, naturalmente scritto in francese, e la cosa mi procurò tanti di quegli incubi da farmi letteralmente deviare di interessi e farmi innamorare della lingua.
Poi credo vi sia un secondo motivo, la lettura, molto più divertente della Storia a fumetti diretta da Enzo Biagi, con le illustrazioni di grandissimi maestri del fumetto. Le pagine che ricordo con maggior nitidezza sono proprio quelle della Rivoluzione Francese.

Ecco. Forse è proprio in quegli anni formativi (e dolorosi per la pochissima voglia di studiare che avevo, dilaniato tra la passione per la pallacanestro e la musica, tra piccoli gruppi rock e la Big Band dove suonavo la tromba) che nasce l’inclinazione a fare del giornalismo uno strumento capace di integrare i linguaggi, la scrittura, la fotografia, i suoni con quel complesso meraviglioso che possiamo tranquillamente indicare come drammaturgia del rumore.
Di giornalismo comprendente prima, e integrato dopo, avremmo cominciato a parlarne solo molti anni dopo, durante le lunghe conversazioni con Carlo Sorrentino, professore all’Università di Firenze, che da anni si occupa proprio di giornalismo e naturalmente con Antonio.
Tutto poi pare esser confluito nell’idea condivisa di Multicanale cognitivo, parolone molto contestato durante uno sfortunato intervento ad un convegno accademico.
A qualcuno potrà semprare giornalismo frolloccone, facile e spregiudicato perchè forse ruffiano. A me, a noi, pare un modello di condivisione tematica (e sensoriale) che aiuta non poco la narrazione, e con lei la possibilità di costruire comunità di interessi.

23/04/2004

Tritacarne cognitivo

di Antonio Sofi, alle 14:51

Da un paio di settimane, aperto il tema “Luoghi” con idee in parte vaghe, abbiamo deciso di declinarlo attraverso un approccio sinestetico (parole, suoni, immagini, video – e questa parola è stato un suggerimento di Chiaraaa nei commenti di un post – e c’è chi dice che non servono a nulla) che rientrano perfettamente nelle possibilità tecniche e, se vogliamo, concettuali dello strumento blog. “Piegare lo strumento blog ad un approfondimento tematico, senza spezzarlo (o quantomeno non del tutto)” è, in fondo, il piccolo mantra che ci segue da quasi un anno.

Cosa abbiamo fatto? Una cosa molto semplice, che anch’essa rientra perfettamente nelle pratiche quotidiane, consapevoli o meno, di molti blogger. Scarti di produzione: notiziole che non trovano spazio sui giornali, riflessioni a margine, appunti laterali. Noi abbiamo ripreso “scarti” di cosine un po’ più serie (nel nostro caso i reportage radiofonici che Enrico – con il mio inutile contributo – ha realizzato in questo ultimo anno per la Rtsi, Radio Svizzera di lingua italiana, benemerita produttrice di formati radiofonici lunghi e, purtroppo, ormai, inusali, come il reportage di 20 o 30 minuti) e li abbiamo riplasmati in forma di post testuali, gallerie fotografiche, pezzettini sonori.

Questa idea, peraltro, ci segue, appunto, da un anno. Abbiamo iniziato a svilupparla durante il master in giornalismo on line (da cui, tra l’altro, è nato webgol) all’interno dei spazi di libertà didattica che, in varie lezioni, ci hanno coraggiosamente concesso, e che noi abbiamo proditoriamente occupato.
L’idea è quella di un giornalismo a multicanale cognitivo.
Niente di completamente originale, per carità, ma eviterei di mettere le note a piè di pagina.
I presupposti sono dati dalle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Dai blog, che consentono una narrazione quotidiana, diretta, fortemente personalizzata, alle fotocamere digitali che diminuiscono i tempi e i passaggi produttivi dell’analogico popolarizzando la funzione “documentaristica” della pratica fotografica, dai registratori audio alle videocamere digitali, il tutto integrandosi in formati compatibili con i computer, e confluendo in un ambiente comunicativo basato su Internet che permette di rendere pubblica questa integrazione.
Tutto questo alla portata di tutti (o quasi).

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22/04/2004

Paceville, la città dell’oblio

di Antonio Sofi, alle 09:04

Paceville, Malta, Aprile 2004 - clicca per la pagina del reportage su rtsiTornati da Malta, vi avevamo promesso che vi avremmo annoiati. Abbiamo scritto di mercato del pesce, di autobus scalcinati, suggerito origini maltesi di un popolare fumetto italiano, e altro seguirà, con foto e suoni.
Tutti, più o meno, “scarti” produttivi di un reportage su Malta, a cura di Enrico, concepito all’interno di una serie di reportage sui dieci Stati che entreranno a far parte dell’Unione Europea tra pochissimi giorni (il 1 Maggio – e questa serie di pezzi vuole anche essere il modo per ricordare questo momento, un po’ in ombra, per usare un eufemismo, nell’agenda mediale di questi giorni). Il reportage si intitola Paceville: la città dell’oblio e racconta Malta e la sua contraddittorietà attraverso la storia di questo incredibile distretto del divertimento, una intera città dove convivono discoteche, ristoranti, pub, una chiesa aperta tutta la notte con tanto di prete e psicologo a disposizione per crisi di coscienza, residence per turisti, e cantieri a cielo aperto.

Se avete tempo e voglia potete ascoltarlo questa sera, alle 22.30, in streaming a questo indirizzo
(oppure andando sulla home e cliccando ASCOLTA LIVE / DUE.)

21/04/2004

Cattivik è di Malta

di Antonio Sofi, alle 11:00

Cattivik - clicca per sentire l'mp3Io l’ho notato. Loro, i maltesi, non confermeranno mai, ma io so di aver ragione. Il trilinguismo dei maltesi (di fatto l’italiano è parlato da tutti, via televisione italica, seguitissima) è fonte di grossi imbarazzi sociali. Quando due maltesi si incontrano per strada o in autobus spesso rimangono fermi immobili, un due o tre secondi, senza sapere che lingua usare. È tutto un gioco di finte, di scarti oculari, si guardano e si studiano, italiano, inglese, maltese, maltese, inglese, italiano. Alla fine, ho notato, pescano a caso e l’altro si adegua. In fondo ci si può divertire con poco.
Il Maltese d’altronde, che con l’inglese è una delle due lingue ufficiali, è una lingua ben strana. Di origine semitica, fonde sonorità tipicamente arabe (e sarà, per inciso, e forse non viene dato a questo dettaglio l’opportuna rilevanza, la prima e unica lingua ufficiale “araba” dell’unione Europea) con immissioni di derivazione romanza, e stratificazioni linguistiche anglosassoni più recenti. Mi fermo qui perché non sono un linguista.
All’orecchio del foresto, per di più italico, però il maltese è proprio divertente da ascoltare. Praticamente basta pensare a qualcuno che parla in arabo e poi, come per scherzo, inserisce alcune parole per 9/10 italiane, solo con la finale troncata.
Insomma mi sono fatta la precisa opinione che Cattivik sia maltese.
Precisament, sincerament, naturalment.

Sinestesie
Suoni: un pezzo di un’intervista con Immanuel Mifsud, scrittore e poeta maltese, che ci ha fatto da gentilissimo “intermediario culturale” in quel di Paceville, distretto/ghetto del divertimento maltese. Tra l’altro le poche cose tradotte di lui in italiano sono assolutamente adorabili, e si proverà ad averne qualcosa per Webgol.

Ascolta Immanuel che interpreta Cattivik (parlando proprio della lingua maltese) (Mp3 – 540 kb circa)
[oppure soundblox]

20/04/2004

Appunti di viaggio

di Enrico Bianda, alle 22:47

Riprendo in mano vecchi appunti. E’ passato solo un anno. Era primavera e con una leggerezza inquietante abbiamo attraversato mezzi balcani, da Spalato fino a Vukovar. E’ solo un pezzo – nemmeno tutta – di Croazia. Ma l’arrivo a Vukovar al buio davvero non lo dimenticherò. E non lo dimenticheremo.
Antonio mi ha spinto, con un piccolo ricatto, a riprendere in mano queste carte, abbozzi di lavoro, piccoli appunti segnati su un quaderno mentre si beveva una birra nella piazzetta del mercato di Vukovar, magari aspettando il nostro amico Charles, uno psicologo pazzo americano che vive dal ’94 a Vukovar e si occupa di traumi post bellici. Porta la gente che ne ha bisogno sulle rive del grande fiume, il Danubio, e parlano tutti insieme sulla spiaggia. Dovremmo parlare un giorno di Charles. Di cognome fa Tauber e porta dei buffi pantaloni corti alle caviglie. Abbiamo anche delle fotografie, e gli renderemo omaggio. Racconta delle buffe storielline sul pesce gatto al mercurio (che ho mangiato).
Prendiamoli per quello che sono: appunti, ricordi, senza pretese. Poi sono diventati qualcosa. Poi. Ma forse possono vivere anche così.

20/04/2004

Vukovar, la città che guarda il fiume

di Enrico Bianda, alle 22:42

Danubio, Vukovar, Croazia, Aprile 2003, foto di Antonio Sofi - clicca per la galleriaVukovar guarda il fiume, guarda il Danubio per non guardarsi alle spalle.
Sulle sponde del fiume sorge questa città, famosa per essere stata una delle più belle della Yugoslavia, città barocca e crocevia di culture straordinario. Prima della guerra a Vukovar si potevano incontrare ungheresi, russi, macedoni, e poi naturalmente musulmani di Bosnia, ebrei, serbi ortodossi, italiani, tedeschi e francesi. La città era un meraviglioso luogo di incontro, convivenza e soprattutto tolleranza.
Poi il conflitto, i quattro mesi di assedio serbo nel corso della fine dell’estate del 1991, nell’indifferenza colpevole della comunità internazionale e del Governo croato. Quattro mesi di resistenza, poi la resa, e la devastazione.
Oggi la città ha perso due terzi della popolazione, e la vecchia multiculturalità è andata perduta. Rimangono due le etnie presenti in città: croati e serbi. Questa coabitazione rende difficile qualsiasi decisione

Non ci sono ponti che collegano Vukovar e la Croazia alla Serbia.
La sponda opposta è inanimata. Un profilo di pioppi e salici e niente più: solo una piccola stazione della polizia di frontiera serba, che si specchia nel suo omologo croato su questa riva.
A Vukovar in pochi ormai si occupano del fiume. A farlo intensamente i pescatori, che volgono le spalle alla città.

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20/04/2004

Una rondine per ogni bossolo

di Antonio Sofi, alle 12:04

Chiatta sul Danubio, Vukovar, Croazia, foto di Antonio Sofi, Aprile 2003 - clicca per andare alla galleria fotograficaArriviamo a Vukovar di notte. L’aria è fresca, nonostante la primavera inoltrata, poche la macchine in giro, le luci dei lampioni rompono a fatica lo scuro denso delle ombre. Fiutiamo l’aria friccicorina in cerca dell’hotel Danubio, l’unico degno di tal nome in tutta Vukovar. Rumiz e Altan ne avevano scritto e disegnato nel loro splendido Tre uomini in bicicletta, e ci pare di poterlo trovare, in quel buio, odorandone le tracce narrative. Dopo un po’ di giri nel vuoto di una segnaletica inesistente, ci risolviamo a chiedere. L’Hotel Danubio è uno dei pochi palazzi che danno sul fiume che è rimasto in piedi per tutta la guerra che ha squassato questi luoghi, in fondo pochi anni fa. Entriamo dentro, l’ansia della ricerca si trasforma in fame. Ci sediamo al ristorante dell’albergo e ordiniamo da un anziano cameriere con giacca rossa, lisa, dello stesso colore del velluto antico degli interni, una cofanata di cevapcici, salsiccine di carne cipollata. La radio trasmette canzoni croate, intorno a noi un gruppo di ragazzi bevono birra, in un’allegria poco spensierata, diffidente, che non rompe mai in contentezza, come un cavallo abituato solo a trottare.
Il Danubio, là fuori, a due passi, gorgoglia lento, silenzioso, pacifico.
Una liquida ninna nanna.

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17/04/2004

Luoghi di carta

di Antonio Sofi, alle 18:22

camilleri.jpgSpesso accade che alcuni luoghi, alcuni posti, si caricano di forza simbolica per conto terzi, vengono rivestiti della forza della immaginazione altrui. Spesso questa immaginazione si proietta sul reale quasi a volerne prendere il posto, e ci sono città abitate da persone, percorse da strade, divise da mura e piazze che nascono sulla carta, che gocciolano inchiostro e sudore di qualche creatore di mondi. Così tanto che quando ci vai ne cerchi le tracce, i segni, le parole scritte in controluce, che galleggiano nell’aria tutto intorno.

Un esempio? La notizia è di quasi un anno fa (all’epoca ne avevamo parlato): Andrea Camilleri autorizza il comune di Porto Empedocle ad adottare come secondo nome quello del paese del commissario Montalbano, Vigata.
(leggi articolo su Repubblica).

Altri?
Così senza troppo riflettere, qualche connessione luoghi-autori raccolte in cinque minuti, tra me ed Enrico. (e se qualcuno vuole contribuire, così vediamo somiglianze e differenze)

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15/04/2004

Un rumore che si muove

di Antonio Sofi, alle 16:48

Autobus #6, Malta, Marzo 2004, di Antonio Sofi - clicca per la galleriaA Malta, i pensieri non trovano ostacoli e si perdono subito al largo, oltre i bastioni fortificati, oltre le case gialle, basse. Malta è un’isola che nei secoli si è mangiata se stessa, costruendo le sue case con la pietra calcarea che la costituisce, scavando nell’itterico delle cave profonde.
Dall’alto Malta è brulla, piatta, gialla: una padellata di polenta mozzicata che galleggia in mezzo al Mediterraneo, e un po’ affonda.
Il giallo è dovunque, è tutto intorno. I criteri percettivi, dopo un paio di giorni, si modificano inesorabilmente. Qualsiasi colore che non sia una sfumatura di giallo ti colpisce come una carezza che non ti aspetti, come un bacio non previsto.
Anche gli autobus di Malta sono gialli.
Ma c’è anche il rosso, dipinto a mano, sui musi dei pochi residuati scalcinati della colonizzazione inglese, tenuti su con lo sputo, che ancora viaggiano sulle tratte periferiche.
Gli autobus di Malta, quelli vecchi, partono solo quando sono pieni e hanno il motore truccato per fare più rumore possibile. O almeno così sembra. Le donne, quando entrano negli autobus con le monetine in mano, si fanno il segno della croce.
Ne hanno motivo. I vecchi autobus inglesi beccheggiano come zattere, hanno le marce che entrano solo a forza di bestemmie, le discese le fanno in folle e quando frenano le gomme stridono per contratto.

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13/04/2004

Mercato del pesce, Malta

di Antonio Sofi, alle 10:29

(esperimento: testo, immagini, suoni)

asta05piccolo.jpgMaledette siano le guide e chi le scrive. Leggiamo sulla Lonely Planet. Asta del pesce al mercato de La Valletta. Siamo a La Valletta, il cuore deserto di una isola gialla in mezzo al mediterraneo, perfetto. Quando inizia? Alle cinque. Alle cinque? Alle cinque.
Un po’ meno perfetto, ma si fa. Sveglia del cellulare alle quattro e trenta. Usciamo dalla guest house dominata da una curva vecchina pedante ed adorabile, che ai nuovi ospiti usa spiegare con dovizia di particolari come si chiude una porta e si accende la luce, provvisti di tutto ciò che di rubabile abbiamo portato con noi. Almeno quattro macchine fotografiche in due, tra reflex e digitali, minidisk, microfoni ambientali, clip varie e chi sa cosa altro ci sia nella borsa pesantissima da cui Enrico si separa con malcelati mugugni.
Ci accoglie il buio, alle cinque di mattina.
E una pioggerellina rada, sabbiosa, che ci colora le giacche di rosso.
Ci muoviamo per il porto scuro, costeggiamo le alte mura di roccia calcarea che formano il bastione della capitale maltese, scendiamo verso il mare. Lo sentiamo, un odore rugginoso, prima ancora di vederlo. Una luce in lontananza, dovrebbe essere il mercato. Da un garage in riva al mare, deposito di pescatori, inaspettata, il rumore di una televisione, e la luce azzurrognola e intermittente dello schermo filtra dalle prese d’aria, lassù in alto.
Latrare di cani, da qualche parte, nel buio.
L’asta del pesce. Vuol dire che i pescatori appena tornati dal largo vendono ai grossisti il pescato. Beh, l’asta del pesce, quando siamo arrivati, era appena finita. Maledette siano le guide e chi le scrive.
Iniziava alle quattro.

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