29/04/2004
Purfina, periferia romana. L’isola che c’è.
di GiallodiVino, alle 16:25
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L’urlo era belluino. Arrivano i baraccati della maglianaa! E tutti scappavano.
In realtà non esistevano da una vita i baraccati della magliana, non so nemmeno se ci siano mai stati. Ad essere onesto.
Nel cuore di Roma a due passi dal San Camillo, dietro Monteverde, poco sopra piazzale della Radio c’era la raffineria di Roma, si chiamava Purfina. Pochi lo sanno, i più vecchiotti se la ricordano. Un tempo in zona le ciminiere erano evidentemente un paio: quella della raffinazione colla fiammella che brucia alta, e quella della camera mortuaria dell’ospedale, ancora in funzione fino a poco tempo fa. A metà degli anni sessanta decisero che la faccenda era abbastanza insalubre, o che forse conveniva spostare l’olio nero a due passi da Malagrotta, e regalare la collinetta ai palazzinari. Da raffineria a quartiere di Roma, una virgola sul piano regolatore. Nasceva l’ex Purfina.
Una volta m’hanno detto che c’è chi la chiama l’isola. Pessimo nome, ma rende l’idea: un mucchio di palazzoni alti in media nove dieci piani, tagliato da una parte da via Majorana, dall’altra dal terreno dell’ex raffineria, ormai campetto per cani e ragazzini, e verso il centro delimitato dalla Stazione di Trastevere. Non è una borgata. E nemmeno un quartiere residenziale di Roma.
Quando ero ragazzino le urla belluine risuonavano nel campetto dove giocavamo a calcio, la raffineria stava proprio lì. Si vedevano ancora i tuboni neri della pipeline che poi sono spariti. Il glorioso comitato di quartiere reclamava un posto per i bambini. Volevano chiamarlo parco Gianni Rodari. Noi correvamo sul cemento e dribblavamo anche le siringhe. Poi è finita l’eroina. E il grande sindaco (un tutt’uno: Rutelloni) l’ha trasformato in un luogo appetibile anche per le carrozzine. Adesso si chiama parco Gianni Rodari: vent’anni dopo.

L’atteggiamento di Kafka verso Praga fu sempre ambiguo. La amò e la odiò, parlò di lei con tenerezza e anche con sferzante ironia, la vide come la sua casa e la sua prigione, come un rifugio e come una insidia, come una madre e come una suocera. Un’ambivalenza che rispecchia l’umano desiderio di liberare se stessi da cosa ci attira di più. E Kafka, la sua Praga la usò spesso nelle sue opere, per esorcizzarla, confondendo i rifugi fisici che la città gli offriva con quelli metafisici che invece gli offriva la scrittura.
Malta, una ventina d’anni fa. Vacanze studio, soggiorno in famiglia.
Dopo la terza settimana di appunti mi sono deciso a farla finita con questo post. Tanto lo so che non lo reggo un pezzo intero sul rapporto dei veneti con il loro territorio. Ho bisogno di buttarla sul personale, sulla fiction, la sociologia è materia che serve solo a vendere il chinò. E poi mica li frequento tutti i veneti. Quelli di montagna li conosco poco, ancora oggi scendono a valle solo quando ne va della loro stessa vita. Se devono fare due carte in un ufficio partono da casa alle cinque, aspettano due ore che apra lo sportello e alle otto e mezza sono già – stressati e incolonnati – a maledire i pianurosi sulla strada del ritorno. Non parliamo poi di quelli sotto il Brenta che non lo dicono, ma guardano a Ferrara, a Mantova, ovunque tranne che in direzione di Venezia. E gli altri? Mugugnano. Non che Venezia in passato ci sia andata con la mano leggera, anzi. Prima ha fatto della pianura terra di conquista e in montagna ha rapato a zero il Cansilio per via del legname, poi ha azzerato le lingue locali, infine ha spostato il corso di sette – non uno – di sette fiumi per proteggere la laguna. E se non arrivava Napoleone durava più degli Asburgo e magari adesso saremmo un’altra San Marino e comprerei i CD senza l’IVA. Tant’è…
Questo ritratto di Marat morente – o morto definitivamente – mi ha sempre aiutato ad inquadrare un periodo storico che mi appassiona da anni: la Rivoluzione francese, e ancora più precisamente il terrore giacobino. Non so per quale motivo, forse perchè alle medie, forse l’ultimo anno, ero così debole in francese che mio padre mi obbligò a leggere un saggione enorme sulla rivoluzione, naturalmente scritto in francese, e la cosa mi procurò tanti di quegli incubi da farmi letteralmente deviare di interessi e farmi innamorare della lingua.



Spesso accade che alcuni luoghi, alcuni posti, si caricano di forza simbolica per conto terzi, vengono rivestiti della forza della immaginazione altrui. Spesso questa immaginazione si proietta sul reale quasi a volerne prendere il posto, e ci sono città abitate da persone, percorse da strade, divise da mura e piazze che nascono sulla carta, che gocciolano inchiostro e sudore di qualche creatore di mondi. Così tanto che quando ci vai ne cerchi le tracce, i segni, le parole scritte in controluce, che galleggiano nell’aria tutto intorno.



