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Post scritti nel marzo, 2004

06/03/2004

Lo scontroso vanitoso

di Enrico Bianda, alle 08:38

Matthew ShippStrani personaggi ci guidano all’acquisto di dischi. Anzi, occorre dire che per tutti quelli che hanno il loro negozio di dischi, esiste davvero, come dice Ernesto De Pascale, il venditore guru. Vale a dire quella persona che per non si sa quali motivi gode della nostra più totale fiducia, e da cui, pur di non contrariarlo, saremmo capaci di comprare tutto quello che suggerisce. Lì per lì non ci passa nemmeno per la testa che il guru possa aver annusato l’affare e – in certi casi – il pollo.
Insomma nella mia vita due sono state le guide, o almeno due sono state le persone che mi hanno fatto, bene o male, da guida e da consiglieri musicali. In particolare devo distinguere due epoche precise: quella dell’apprendistato e della formazione di un certo gusto e quella della conferma di un percorso musicale, diciamo il tratto della consapevolezza.
Della prima parlerò magari un’altra volta, anche perché dietro questa storia forse si nasconde qualche cosa che probabilmente andrebbe indagato psicoanaliticamente.
Per quanto riguarda invece la seconda fase, posso dare delle indicazioni più precise. Non che questo immagino possa interessare granché, ma alla fine potremmo metterci tutti insieme e raccontarci i nostri guru-pusher e la loro influenza.
Dunque dicevo, il secondo sacerdote accreditato dal mio ego come sacro distributore di dischi si chiama Walter, e purtroppo lo incontro poco frequentemente.

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05/03/2004

Anche i blogger suonano – b.georg

di Antonio Sofi, alle 11:26

Così fu che scoprii che dietro un geniale blogger si nascondeva un geniale musicista.
Clicca qui e ascolta se non ci credi

falsoidillio.jpgAntefatto.
Aprile 2003, l’infinita tenzone tra industria musicale e dowload illegale fa segnalare un inedito sviluppo. Madonna (la cantante – l’ho scritto e poi ho pensato alla totale insensatezza del farlo) diffonde nei circuiti peer-to-peer un mp3 con il titolo “Madonna – American Life (new madonna’s unreleased song!!!!).mp3” che però contiene solo la frase, da lei pronunciata: “What the fuck do you think you’re doing?“, “Che cazzo credi di fare?”.
Il motivo è presto detto, ma si intuisce. Nelle intenzioni di Madonna, gli scaricatori illegali, una volta ascoltato l’mp3 con il materno monito autoriale, si sarebbero di certo sentiti irrimediabilmente in colpa, abbandonando, seduta stante e una volta per tutte, ogni ulteriore tentativo di scaricare file musicali da internet, fulminati sulla via di Damasco dei 30 euro a cd.
E invece alcuni di coloro i quali scaricarono il piccolo file, misero su un sito con remix a-presa-per-il-culo del piccolo sound bite cicconiano. Altro che via di Damasco. Qui la pagina originale e qui per saperne di più.

Poi hanno fatto anche una gara, per premiare il remix più bello.
Beh la faccio breve, indovinate chi ha vinto?
B.georg con un pezzo – si sorprende lui – fatto in pochi minuti. (Qui le prove).

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03/03/2004

Svernare a Sanremo

di Enrico Bianda, alle 16:36

[Postato d’imperio dai commenti al post qui sotto. Della serie: litigio in casa Webgol. C’è chi lo guarda e chi non lo guarda. Tony Renis pagherai anche questa! (a.s.)]

No, davvero, non ce la faccio, e non credo sia per il fatto che me ne devo andare a dormire presto presto come un fanciullo o una gallina. Sanremo no, e non credo sia spocchia: anzi, mi è capitato di seguirlo, in passato, non con attenzione, ma un’idea me la facevo, e poi mi piaceva sempre vedere l’orchestra della RAI suonare. Svecchiata una volta all’anno, fatti uscire dagli armadi i vecchi musici della banda di musica leggera della televisione pubblica, era bello vederli suonare, melodie insensate, refrain melensi, assurdità tonali, arrangiamenti mastodontici che sembrano John Williams per canzonette alla Britney Spears…
Faceva un certo effetto e guardavo con una certa tenerezza.
Ma ora no, la pretesa della musica quella no, non la mando giù, l’odore alla John Gotti non lo reggo, l’occhiale fumé mi disgusta, i sorrisi segnati dalla smorfia di accondiscendenza non li vedo, non li guardo. E un po’ mi spiace per quei musici che non possono nulla: che sono felici di suonare, alle spalle la gavetta negli studi di registrazione di Roma, anni 70, la musica di sonorizzazione industriale, le colonne sonore di Morricone per i poliziotteschi all’italiana, i gres di Pierannunzi.
Quell’orchestra racconta quegli anni, oggi sono musici onesti che svernano a Sanremo, malgrado loro, gli stivali bianchi in pelle umana – forse, i rossetti, i tatuaggi, lo sbrilluccichio degli occhi nei riflettori tristi.
Non ce la faccio, meglio Mel Gibson che si muove un po’ rigido, mujahidin cattolico ma almeno mi strappa un piccolo sorriso.

03/03/2004

Sanremo, 1a puntata (what else?)

di Antonio Sofi, alle 00:10

djfrancesco.jpg– Dj Francesco: sembra il primissimo Jovanotti reincarnatosi, porello, con un karma negativo. Il che lo pone, nela scala evolutiva, un pelino al di sotto del Bigattino Reale. Il Dj Bigatta salta, paccheggia, finge un assolo, dice stronzate. Gli mancava di fare una capriola e spaccarsi la capoccia sull’amplificatore. È un suggerimento per il futuro.
Veruska: un incrocio tra Maga Magò, Britney Spears e Luciana Littizzetto. In camerino ha fatto in modo di ingoiarsi per benino tutte le sillabe disponibili nel testo della canzone, e ora riesce solo a biascicare fonemi incomprensibili. Se Mogol scriveva la barzelletta del formaggio formaggino era uguale.
Andrea Mingardi: la presenza dei Blues Brothers, seppur tristi e farlocchi e dimezzati, funziona, per me, come frangi-critiche insuperabile.
Mario Venuti: crudele, nomen (canzone) omen.
Neffa: una canzone indolore vestita da intimismo finto-buscaglioniano (ma senza i baffi giusti, e quindi non vale), una canzone che non è ancora finita e già ti chiedi se sia mai iniziata.

[…]

Poi ammetto di essermi distratto.
Poi ho scoperto che su Canale 5 mandavano “What Women Want“, e io non riesco proprio a resistere a quel film, non ci posso fare niente, è il mio sogno da sempre, e alla scena di lui che salva la povera sfigata che vuole fare la copy mi commuovo sempre.
E poi ho scoperto che mdg sta facendo una cronaca live del festival, e anche molto divertente, che mi sarei potuto leggere con calma all’indomani, e allora, uno sguardo angosciato a Stefano Picchi e vado a dormire, con un certo strano sollievo.

02/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (II)

di Ernesto De Pascale, alle 17:02

(seconda parte – continua da qui)

clicca sulla foto per vederla più grande - US Highway 87, Texas Panhandle, foto di Butch Hancock 1985Quindi, eccomi qui stasera alla casa del popolo di Quinto alto, profondo hinterland fiorentino, con il G.J., il batterista dei gruppo di cui orgogliosamente faccio parte, LightShine, fido compagno di bisboccie. G.J. è un tipo dal fiuto straordinario per la musica ed è stata la prima persona che ho visto capire davvero il rock duro in tempi non sospetti. Anche lui trasmette a Radio Luna e il suo programma si chiama, infatti, “Rock Steady”. E’ da quei microfoni che G.J, fra un “Oh Yeah”, un “Rock & Roll!” urlato a pugno alzato ed un “C’mon” quando parte un solo di chitarra ci suona della roba soda che nessuno in quegli anni di new wave sognerebbe mai di mettere in onda . E’ lui che, nell’autunno millenovecentosettantasette – aveva sedici anni – si era presentato all’appuntamento datogli in piazza San Marco per sostituire il batterista uscente (il precedente partiva per la leva) in jeans, maglietta nera “Wild Things” con lustrini e paiettes, giubbotto denim stone washed e stivali bianchi con zeppa, e nel bel mezzo di un trip (“positivo” mi confessò). G.J. mi rimase subito simpatico per la sua dolcezza agrodolce a ritmo di quattro quarti e dopo Charlie Watts e Ringo Starr ho sempre pensato che veniva nell’ordine lui al numero tre! Eccoci qui tutti e due, quindi, come tante altre sere. “No, G.J. tagliati i capelli e comprati la bicicletta…” questo era il tormentone imperante che lui subiva sorridendo certo di avere trovato un amico. Eccoci qui con i nostri grandi discorsi e tanti suoni nelle orecchie, con il nostro “never ending tour” ancora non finito, sfigati anche se fidanzati ma, sopratutto, fondamentalmente felici e con pochi problemi e le molte lamentele di chi lo deve scoprire che “la felicità costa un gettone / per i ragazzi del juke box“.
Stasera siamo arrivati fino a Quinto, tappa del nostro tour con la mia Fiat 127 verde sempre in riserva. Ci siamo perchè su indicazione di qualcuno ci hanno detto che c’era da veder suonare un tipo “strano” o forse solo per cercare una nuova sala prova ed è così ci troviamo davanti un baffuto americano simpaticone, con una giacca di velluto a coste larghe che canta canzoni per una birra in una casa del popolo senza curarsi troppo di dove e come.
Ascoltandolo nella mia testa cominciano a frullare le ipotesi e le illazioni: qui nessuno lo conosce e un tipo del posto dice che è arrivato da un quarto d’ora e ha chiesto di esibirsi interrompendo così una lunga sfilza di Cantautori Carismatici Contaminati che avevano fatto a tutti due palle così! Lui, invece, chiunque sia, è uno vero, lo si capisce subito. Forse sotto l’effetto dei consigli del su citato “Eù” mi faccio il viaggio che quello che mi trovo davanti è Butch Hancock.
Immaginate il mio stupore quando quello si presenta. G.J. non ci crede e sbraita che lo sto prendendo in giro e che magari siamo anche d’accordo io e il texano. Ci dice di girare l’Europa con i soldi vinti alla lotteria del suo paese e di non sapere dove si trovi.

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01/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (I)

di Ernesto De Pascale, alle 15:57

(Prima parte)
clicca sulla foto per vederla più grande - Farm on US 84 Near Slation, foto di Butch Hancock 1985
Bevevo birra e fumavo sigarette americane, e vivevo sulla corsia di sorpasso. Mentre avevo deciso di intraprendere alcuni esami universitari in un corso della Columbia University di New York City dovevo parimenti terminare quelli dell’anno precedente qui in Italia mentre a Settembre la RAI mi offriva – dopo avermi ascoltato sul circuito privato in FM di Radio Luna – di condurre un programma sul primo canale delle onde medie, Combinazione Suono. Eccomi perciò a fare avanti e indietro alcune volte con New York City dove insieme a Dj Gregg vivo al Greenwich Village, Thompson Street, numero 10 in una casa di tre stanze che da su un muro e mi godo la città non ancora sconvolta della piaga dell’AIDS.

Ma le radici sono qui a Firenze, una città che noi ventenni viviamo come noiosa e cerchiamo di movimentare con tanti gruppi, radio, giornali underground e altro ancora. Da qualche tempo anche il circondario è un pullulare di locali, cinema d’essai e altro ed è proprio verso fuori che ci stiamo dirigendo stasera.
Firenze è collegata all’ hinterland di Sesto Fiorentino, a Nord della città, da piccoli centri abitati che ripropongono le antiche stazioni romane, ed è presso la casa del popolo di una di esse, Quinto Alto che mi apparirà, in circostanze ancora oggi a me poco chiare, Butch Hancock, un nome che gli amanti americana di quei primi ottanta conoscono poco per la musica, molto per sentito dire.

Chi è Butch Hancock si chiederà forse ancora adesso qualcuno di voi ? Butch è un grande storyteller texano, un hobo – così si introduce lui stesso – un viaggiatore di quelli di una volta.
Musicalmente parlando Butch è un cantautore di chiara matrice dylaniana che il proprietario di uno dei più importante negozio d’importazione d’Italia ha elevato al girone degli imperdibili dalle pagine di un mensile, un po’ il “ suo” giornale all’epoca, senza che molti lo avessero però ancora ascoltato una volta, colpevolizzando così centinaia di suoi acquirenti/adepti che pendono dalle sue labbra. Pratica questa di cui è un maestro.

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