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22/03/2004

Lo spazio de-flagrante

di Enrico Bianda, alle 08:59

“Non si dovrebbe mai dare un “noi” per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri” Susan Sontag – e.b.

“20.49”, Madrid, stazione – foto di e.b. (clicca per ingrandire)
20.49, Madrid, Stazione - foto di Enrico Bianda C’è un prima e un dopo, nelle immagini degli eventi tragici che sconvolgono le nostre città. C’è la stazione di Madrid, una delle sue stazioni, che, intera, attraversata da una luce serale, l’ultimo sole, mostra la sua eleganza imperiale. C’è un dopo, a colori, in un silenzio rarefatto, tra macerie e corpi rimessi a terra, avvolti in teli colorati e sguardi in silenzio.
Mi sono tornati in mente alcuni film, in questi giorni passati a guardare le immagini della morte trasmesse dalla televisione. La deflagrazione non è mai palese, è sentita, ma non è vista, è percepita nel silenzio appena precedente e nel rombo successivo, ma non si vede. La sentiamo perché passa attraverso gli occhi di chi la vive, di chi se la vede passare sopra.
E’ così che ho immaginato le deflagrazioni del massacro di Madrid. Ho visto passare gli scoppi negli occhi di immaginari attori, sul set di una città intera, colpita e sfregiata.
C’è un prima e un dopo, manca il durante. La mia – forse la nostra – immaginazione esclude il momento della flagranza. Passa come una narrazione, nella stanza accanto, come un suicidio avvertito, un urlo lontano che ci fa correre un brivido lungo la schiena. La morte arriva per differita, la sentiamo intensa, ma non la vediamo. In una societĂ  dove tutto è provvisto della sua immagine, dove tutto è vedibile, la morte passa inosservata. Tornano a mente i versi di una poesia di Pavese: “VerrĂ  la morte e avrĂ  i tuoi occhi”. E con lei le fotografie di una serie di Mario Giacomelli, scatti di volti di anziani, sui quali passa la morte ma non si ferma, non ancora.
Come la morte anche la storia – che è fatta spesso di morte – ci passa accanto. Passa accanto nelle immagini cui ci siamo affezionati de La meglio Gioventù, passa intorno e attraverso nei film di Almodovar, Carne tremula, con la notte in una strada di Madrid, nel silenzio di un coprifuoco. Ma quella è la storia, anche se non la guardiamo negli occhi.
“Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

La storia ci trasforma, ci tocca, anche da lontano. Attraversa i luoghi, li svuota di senso. Oppure, paradossalmente li riempie di senso. Ma trasforma i corpi svuotandoli del loro significato. E’ strano questo processo della modernità, che ha luogo nei non luoghi e trasforma gli individui in non individui. I corpi degli uomini e delle donne che affollavano i treni e le stazioni erano corpi pieni di storia, fatti di memoria e significati. La deflagrazione li ha trasformati. Un luogo di passaggio, ecumene narrativo, stravolge il senso di quei corpi. Il vuoto svuota.
Una trasformazione continua, vasi comunicanti che travasano senso da un luogo all’altro: riempimenti e svuotamenti, Lost in Transalation propone il processo all’inverso, dove un luogo svuotato di senso – l’Hotel di Tokio – riempie due anime di significato. Dall’incomunicabilità all’attrazione costruita su di un senso di attrazione tra corpi in riempimento di emozioni.
Ripercorro a fatica una storia del cinema fatta di occhi che guardano il vuoto e colgono la morte. L’amore molesto di Martone ci accompagna a riscoprire lo sguardo sul male di una donna che ha nascosto, nel tempo, la morte dei suoi occhi.
C’è sempre un prima e poi un dopo. Dimentichiamo il durante, l’occhio dei fotografi e dei cameraman si affatica alla ricerca spasmodica di un durante, appostamenti esasperati e cinici alla ricerca di un evento da cogliere nell’attimo in cui accade. Esserne testimoni diretti.
Si incrociano queste due prospettive. La sparizione dall’orizzonte mediale del durante, che appare flagrante negli occhi degli individui – attori inconsapevoli di un film globale – e la trasformazione dei corpi che nella deflagrazione perdono di significato, divenendo copri da visione, corpi de-flagrati.
Il cinema ci ha insegnato a riconoscere i segnali della paura, veicola strumenti di indagine, un’oculistica delle emozioni anestetizza la nostra capacità di cogliere la tragedia e la trasformazione dei corpi.
A volte l’orrore è in agguato, si nasconde in uno sguardo che si riempie di rabbia e di accuse. Mi torna a mente il lavoro del primo Dario Argento, in Quattro mosche di velluto grigio: il tessuto retinale conserva la memoria della morte, ultimo sguardo, ultima immagine, il sogno del durante, l’illusione dell’ attimo in cui le cose accadono.
Conoscere da morti però è inutile.

(anticipazione dal numero di Aprile di Rosso Fiorentino)


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  • Anno Zero. Quattro libertĂ  alla moviola.
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  • Lo sconfinamento nel corpo

  • 2 Commenti al post “Lo spazio de-flagrante”

    1. Red Apple
      marzo 22nd, 2004 10:14
      1

      I luoghi, la storia, la morte: a ben pensare le strade delle nostre cittĂ  sono un cimitero di nomi: il nome di una strada o di una piazza può portare il nome di qualcuno solo se è morto. E’ così che la storia rende pubblica la morte. Adesso, forse, ci sarĂ  uno spazio urbano, magari un non-luogo che si chiamerĂ  “via-vicolo-piazza delle vittime 11 marzo”. La morte svuota di significato il corpo e la storia riempie di morte le strade.

    2. antonio
      marzo 22nd, 2004 15:20
      2

      La storia riempe di morte le strade: molto affascinante la tua intuizione. Un ribaltamento provocatorio dell’accezione consueta, che non parla di morte ma di memoria, pubblica e simbolica. ciao :)

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