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19/03/2004

Carsiche memorie

di Enrico Bianda, alle 12:31

Musica per le vostre orecchie, madame (II)

kitano.gifSe solo potessi trasformarmi e diventare Chet Baker che suona My Funny Valentine, le prime volte, quando all’improvviso si ritrovò negli anni ’50 tra i migliori cantanti jazz, subito dopo Nat King Cole… Oppure Bill Evans che suona Peace Pieces, passo sospeso delle dita sulla tastiera, un languore che flirta con Satie. O ancora Kurt Elling che a Chicago canta una versione di My Foolish Heart con quel lungo intermezzo in crescendo e con l’esplosione di ottimismo alla fine.

Ecco, così, la musica che ti penetra e non ti lascia scampo. E forse, ancor più della scrittura, ti permette di scioglierti in qualcosa che non sarai mai. Fa quest’effetto, ti tocca da vicino, e se non scendi a troppi compromessi ti capita prima o poi ti lasciar fare.
Mi succede alle volte di sentire un’esigenza fisiologica, una corsa alla ricerca dell’ascolto, una frenesia viscerale, quella musica, quel pezzo, quel disco, veloce sul piatto e parte. Ad intervalli regolari accade, che debba rincorrere un suono, un tema, riascoltare un passaggio, proprio quello, solo quello per la soddisfazione dei sensi. E sono alla fine una manciata, che si muove un po’ con gli umori del periodo, qualcosa scompare, altro riappare, raramente si insinua una novità. La lista dei preferiti al massimo si ridefinisce, sono priorità che si incasellano, una playlist emotiva e carnale. Ciccia, pelle, stomaco e poco cervello.

Non solo jazz, a dire il vero: c’è anche Jacques Brel che canta C’est ces gens là, o Ivano Fossati che canta La mia giovinezza con quelle parole che ci metti un po’ a ricordare, a cogliere “Ci vuole un anno ci vuole un giorno/ confidare nel silenzio/ e nella condizione umana/ badare alla casa/ e alla pioggia di stravento/ come un uomo vestito da uomo fa”. Quello che conta è che si conficchino nella memoria, anche lentamente, ma il tarlo della melodia, l’ossessione dell’ascolto, lo scatto, indietro, indietro, repeat.

Ecco, il segreto forse è che diventi il pezzo, la canzone, la pioggia di stravento la prendi in faccia, anche seduto in quella poltrona fatta solo per stare accanto all’impianto, con una mano che si allunga dietro alla cassa per aggeggiare con il cavo che fa i capricci. La tromba la suoni tu, il piano anche, la batteria pure, e magari un giro di basso, o la sezione intera dei sassofoni in Fringe Benefit, Butler University, l’orchestra di Stan Kenton, pazzesca, noir, viali, Jacaranda in fiore e le colline con il vento che scende caldo all’inizio della primavera: non solo sei tutte le trombe, ma sei anche Philipp Marlowe che guida lentamente. Ecco, un’aggiunta improvvisa: Hana Bi, il film di Kitano, all’inizio, la colonna sonora nella sequenza della macchina che viaggia lungo la costiera. Non ho mai saputo il titolo di quel pezzo, ne l’autore, ho visto il film una volta, ma è bastato.


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  • 2 Commenti al post “Carsiche memorie”

    1. Proserpina
      marzo 19th, 2004 14:44
      1

      Un post che inizia nominando Chet, merita il sorriso doc della giornata.

    2. Gaia
      marzo 20th, 2004 18:39
      2

      bello, molto.

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