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17/03/2004

Carta (musica) moschicida

di Antonio Sofi, alle 15:44

(della serie: riflessioni con poco filo logico)

moreau.jpgUn po’ di tempo fa, scoprendo quanto Tiziano Ferro, italico cantante dalle impensabili (eheheh) estimatrici, fosse popolare in Lettonia, Lituania, Siberia, Mongolia, Tibet, Xinjiang, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Grecia, nonché un vero e proprio idolo (i-do-lo) in Turkmenistan, non ho potuto fare a meno di farmi una semplice domanda. Perché? Perché in Turkmenistan e non in Kazakistan, perché in Lettonia e non in Estonia, e così via. E’ una domanda che, a ben pensarci, fa tremare le vene dei polsi. Per modo di dire, ovvio.

Sarà che, come spesso accade, la percezione di default che si ha di nazioni così distanti, culturalmente e/o geograficamente, è notevolmente imprecisa. E ce ne accorgiamo quando poi ci andiamo, in quei posti. E cominciamo a cogliere le differenze, ad apprezzarne le particolarità, a sviluppare la sensibilità per i segni dissonanti, a trovare le discrepanze come nei giochini della settimana enigmistica. Il quadro che ci eravamo costruiti nella capoccia ignorante si sbriciola come pane raffermo di fronte ad una realtà molto più complessa e morbida, sfaccettata, eterogenea. I motivi per i quali Tiziano Ferro piaccia così tanto ad un adolescente turkmeno e invece disgusti il coevo del vicino Kazakistan, se pure possono apparire incomprensibili ad un italiano, sono probabilmente assai chiari a chi lì ci vive.

Eppure continua a stupirmi il fatto che esistano (apparentemente) inspiegabili empatie tra luoghi e musica. Tra una certa musica e una certo luogo. Ma non solo. Un oggetto, un momento, un libro.
Carta moschicida per emozioni forti.

A me, per esempio, spesso capita di leggere un libro con un disco che suona in sottofondo. E non sempre, ma capita, se ho scelto bene la musica da accoppiare a ciò che sto leggendo, quella musica si incolla indelebilmente alle parole, e all’atmosfera che quelle parole evocano.

Un’empatia che faccio fatica a spiegarmi e a spiegare.
Forse perché parlare di musica è essenzialmente parlare dell’indicibile.
Puoi solo evocare sensazioni soggettive, come parlare di un odore. E non perchè non sia possibile analizzare la musica ma perchè la fruizione della musica, spesso colonna sonora di altro, passa attraverso le maglie larghe della disattenzione, filtra dentro, senza che vi sia modo di accorgersene.
Diverso è guardare un film, per esempio, o ammirare un quadro: aldilà della sospensione della incredulità, comunque ti posizioni consapevolmente alla fruizione. Anche per la musica puoi farlo, per carità: conosco molti che si acculano sulla poltroncina e ascoltano rigidi, cd alla mano, attenti alla singola nota.
Ma poi, più spesso, la musica è sottofondo, vibra inaspettata nell’aria densa di altre faccende. Ti coglie impreparato, dalla radio, da una canzone che non ricordavi bene, di quelle che ti pare di ascoltare per la prima volta, anche se così non è. La musica è spesso la colonna sonora di una modernità pervasa dal multitasking, collante sensoriale di molteplici velocità.

Spesso la musica ti frega, il tuo co-cor svolazza allegro per i cavoli suoi, non confidando in nulla che non siano le sue vibranti inconsapevoli mete, e in niente diffidando, e tac!, trovi una musica moschicida e rimani lì, sorpreso, imprigionato, indicibilmente affascinato.

P.s.: Indicibilmente, appunto. Come spiegare infatti la prima volta che accadde a me?
Da piccolissimo una compilation di Antonello Venditti che mi aveva regalato mio zio si attaccò all’Isola del Dottor Moreau di H. G. Wells, uno dei primi libri che abbia letto in vita mia. Da allora, ogni volta che mi capita di ascoltare Venditti, immagino orridi e infelici mix genetici. Beh forse non così inspiegabile.


  • La carta del giorno dopo e le riflessioni interstiziali
  • NeU Web: Giovani, idee, tendenze emergenti
  • Quinta di Copertina e il giornale che non vuole morire
  • La musica sul Web è pronta al peggio. Andrea Girolami a Qdc.

  • 5 Commenti al post “Carta (musica) moschicida”

    1. Daneel
      marzo 17th, 2004 21:24
      1

      Molto più spesso a me succede di abbinare involontariamente una colonna sonora ad un ambiente. Un brano in filodiffusione aspettando la metropolitana, una cassetta in macchina, un juke box o chi per lui in qualche bar. A volte si legano negli strati bassi della coscienza in un modo così stretto da apparire sorprendente, se considero la scarsa attenzione che presto al contesto in situazioni simili. O forse proprio per questo motivo tento di essere poco ricettivo quando esploro per la prima volta un nuovo territorio: per evitare associazioni involontarie, che entreranno in contrasto con le impressioni successive e con i sempre pericolosi input cinematografici e letterari. Non mi resta che domandarmi perché la parola scritta e la scena filmata abbiano tanto bisogno di un secondo livello musicale a cui rimanere incollate appena se ne presenta l’occasione. Forse perché nella vita comune molti eventi da ricordare spariscono nel silenzio di minuti in cui il tecnico audio è fuori per la pausa caffè.

    2. Proserpina
      marzo 17th, 2004 21:49
      2

      La categoria sbarellamenti è la migliore :)
      ciao antò

    3. Gaia
      marzo 18th, 2004 11:55
      3

      Ricorda, al di là di tutti gli sbarellamenti: Tiziano Ferro è un grande.

    4. antonio sofi
      marzo 18th, 2004 15:49
      4

      Hai ragione daneel, maledetto tecnoco audio :)
      Pros: :)
      Gaia: lo sai che, in fondo, piace anche a me anche se mi vergogno ad ammetterlo :)

    5. micce
      marzo 18th, 2004 16:55
      5

      Il tuo post mi ha fatto ricordare il giorno in cui ho comprato il libro di Andrea de Carlo “I veri nomi” e con stupore vi ho trovato un CD all’interno. Per ogni personaggio del libro ha composto dei brani molto semplici, per lo più si tratta di chitarra o percussioni, musiche di sottofondo. Mi è sembrata una bella idea.

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