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02/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (II)

di Ernesto De Pascale, alle 17:02

(seconda parte – continua da qui)

clicca sulla foto per vederla più grande - US Highway 87, Texas Panhandle, foto di Butch Hancock 1985Quindi, eccomi qui stasera alla casa del popolo di Quinto alto, profondo hinterland fiorentino, con il G.J., il batterista dei gruppo di cui orgogliosamente faccio parte, LightShine, fido compagno di bisboccie. G.J. è un tipo dal fiuto straordinario per la musica ed è stata la prima persona che ho visto capire davvero il rock duro in tempi non sospetti. Anche lui trasmette a Radio Luna e il suo programma si chiama, infatti, “Rock Steady”. E’ da quei microfoni che G.J, fra un “Oh Yeah”, un “Rock & Roll!” urlato a pugno alzato ed un “C’mon” quando parte un solo di chitarra ci suona della roba soda che nessuno in quegli anni di new wave sognerebbe mai di mettere in onda . E’ lui che, nell’autunno millenovecentosettantasette – aveva sedici anni – si era presentato all’appuntamento datogli in piazza San Marco per sostituire il batterista uscente (il precedente partiva per la leva) in jeans, maglietta nera “Wild Things” con lustrini e paiettes, giubbotto denim stone washed e stivali bianchi con zeppa, e nel bel mezzo di un trip (“positivo” mi confessò). G.J. mi rimase subito simpatico per la sua dolcezza agrodolce a ritmo di quattro quarti e dopo Charlie Watts e Ringo Starr ho sempre pensato che veniva nell’ordine lui al numero tre! Eccoci qui tutti e due, quindi, come tante altre sere. “No, G.J. tagliati i capelli e comprati la bicicletta…” questo era il tormentone imperante che lui subiva sorridendo certo di avere trovato un amico. Eccoci qui con i nostri grandi discorsi e tanti suoni nelle orecchie, con il nostro “never ending tour” ancora non finito, sfigati anche se fidanzati ma, sopratutto, fondamentalmente felici e con pochi problemi e le molte lamentele di chi lo deve scoprire che “la felicità costa un gettone / per i ragazzi del juke box“.
Stasera siamo arrivati fino a Quinto, tappa del nostro tour con la mia Fiat 127 verde sempre in riserva. Ci siamo perchè su indicazione di qualcuno ci hanno detto che c’era da veder suonare un tipo “strano” o forse solo per cercare una nuova sala prova ed è così ci troviamo davanti un baffuto americano simpaticone, con una giacca di velluto a coste larghe che canta canzoni per una birra in una casa del popolo senza curarsi troppo di dove e come.
Ascoltandolo nella mia testa cominciano a frullare le ipotesi e le illazioni: qui nessuno lo conosce e un tipo del posto dice che è arrivato da un quarto d’ora e ha chiesto di esibirsi interrompendo così una lunga sfilza di Cantautori Carismatici Contaminati che avevano fatto a tutti due palle così! Lui, invece, chiunque sia, è uno vero, lo si capisce subito. Forse sotto l’effetto dei consigli del su citato “” mi faccio il viaggio che quello che mi trovo davanti è Butch Hancock.
Immaginate il mio stupore quando quello si presenta. G.J. non ci crede e sbraita che lo sto prendendo in giro e che magari siamo anche d’accordo io e il texano. Ci dice di girare l’Europa con i soldi vinti alla lotteria del suo paese e di non sapere dove si trovi.

Butch Hancock si meraviglia che qualcuno a Quinto Altro, fra Sesto Fiorentino e Firenze, lo conosca ma il suo stupore è limitato a un attimo perchè in quello immediatamente successivo, felice ma chiaramente nel suo mondo, mi comincia a tirar fuori decine di foto in bianco e nero di castelli di sabbia che lui costruisce chiedendomi se conosco una spiaggia vicina dove “esercitarsi“. G.J. scoppia in una flagrante risata che lascia interdetto anche l’americano. Egli mi dice di essere un architetto e mi mostra un blocchetto di schizzi geometrici, esercizi matematici e altro che, lui afferma, sono la parte teorica delle sue costruzioni in sabbia. Ci spiega che grazie ai castelli di sabbia lui è grado di fare progetti a rischio di crollo zero. Il mio socio a questo punto sta per vomitare la Moretti che si è finito da solo (il bastardo…) e gli tiro un calcio negli stinchi perchè la cosa si fa interessante. Il giornalista che è in me bracca dritto Butch e lo invita il giorno dopo a Radio Luna Firenze per una intervista dal vivo. Nelle 24 ore che ci separano dal nostro incontro al successivo io mi riascolto in fila “West Texas Waltzes & the dust-blown tractor tunes” (1978, Rainlight records), “The Winds Dominion” (1979, Rainlight records) e il recentissimo “Diamond Hill” (1980, Rainlight) la cui copertina è uno schizzo per un suo qualche improbabile progetto – mi spiegherà in seguito Hancock – e decreto il secondo di questi tre album un capolavoro.

Jimmie Dale Gilmore, Marcie LaCouture, Butch Hancock, and Joe ElyG.J. stasera è tutta la sera che gli sbadiglia in faccia al texano e senza mezzi termini mi dice che questo sì, insomma è bravo ma “… cazzo Ernesto!…ma dai!, sembra Dylan che ha preso il valium un minuto fa!” . Io,per discrezione, non traduco. Cerco invece di coinvolgerlo ma con pochi risultati positivi. G.J. si sveglierà solo quando Butch gli parlerà della sua amicizia con Johnny Winter. Rock & Roll, appunto! Al negozio di Contempo records dove lavoro ancora quando sono a Firenze e dove sono cresciuto e svezzato musicalmente negli ultimi quattro anni glielo avevo detto stamattina che oggi avrei avuto Butch Hancock alla radio ma nessuno mi ha creduto e allora io, risentito, li ho mandati tutti in culo e li ho invitati ad ascoltare la radio questa sera stessa, ma già so che non lo faranno, soliti detrattori del menga…
Nel frattempo Hancock, che ho raccolto da qualche parte la sera alle 20 e 30 mi dice aver passato la giornata a Viareggio a fare dei castelli di sabbia e mi mostra delle polaroid del suo lavoro odierno con tono entusiastico e orgoglioso.

Alla radio lui si scola da solo una bottiglia di vino (che si era portato nello zaino) e racconta la storia della sua vita e dei suoi amici, uno dei quali, sono preparato grazie ad “Eù” è Joe Ely, altro osannato e lanciato dal nostro scopritore di talenti americani, e – titolo meritorio – nominato da Joe Strummer dei Clash come “ultimo dei veri pionieri”. Naturalmente Butch chi siano i Clash neanche lo sa. G.J. lo guarda schifato con occhio compassionevole. Viene fuori che con Ely e un certo Jimmie Dale Gilmore che lui appella “sonofabitch” avevano fatto un disco ma lui non ne ha mai visto una copia nè lo ha mai ascoltato. Il nome del gruppo era “The Flatlanders”…”a good record but never published…”, dice lui e io giù a sognare i texani con le loro canzoni da ultimi fuorilegge che arrivano a Nashville e vengono fregati dalla music industry. Il mio compagno di bisboccie intanto sbadiglia.

La nostra serata va avanti così fra canzoni, vino, dischi, aneddoti e noia di G.J. che però ogni tanto si riprende quando sente nominare la parola sacra: “Rock & Roll”. Poi anche la serata ha la sua fine e chiedo a Butch dove vuole essere riportato. Lui mi chiede se lo posso scaricare dalle parti del Duomo. Sarà lì che lo lascio con il suo zaino pieno di vita.
Non lo rivedrò mai più.

Quando da lì a poco in Inghilterra l’etichetta Charlie, grazie alla costanza del dj della BBC Charlie Gillette, ha la felice intuizione di ristampare il disco di “The Flatlanders” (in quello stesso 1980) le parole di Hancock sulla bontà delle canzoni saranno tutte confermate.

Non capirò mai se in quei giorni mi si è parato davanti un fantasma, un cowboy visionario, un poeta, un architetto, un bambino cresciuto, un redneck, un honky tonk hero, un outlaw o vattelapesca chissàchi ma non importa. Meglio di tante parole contano le sue visioni poetiche, l’essersi incontrati e guardati negli occhi anche solo per un attimo, avere una storia da raccontare, un amico che ha vissuto con te quella come tante altre notti.
Ecco che quando oggi, nel 2004, “Eù” recensisce l’ album di “The Flatlanders”, “Wheels of Fortune”, e si commuove e intenerisce il cuore a tanti naviganti vecchi e nuovi io mi volto e vedo G.J. sbadigliare e ripetermi la stessa tiritera “… cazzo Ernesto!…ma dai!, sembra Dylan che ha preso il valium un minuto fa!…” e un sorriso si ferma sul mio viso senza troppe domande.

…‘cause there nor question nor answer for an honky tonk hero like me…” Perchè non ci sono domande nè risposte per colui il quale non sai se hai davvero conosciuto mai.

Il vento soffia sul parabrezza e la radio suona tristemente attraverso la notte / una pazza, fiammeggiante stella cadente mi supera sulla destra / e la sua scia scompare laggiù dove l’autostrada scivola via nel buio fuori dal mio sguardo / mentre il cane del fattore può solo abbaiare al vento del nord che morde feroce”. ( da “You’ve never seen me cry“, 1972)

E voi non li chiamereste questi, forse, castelli di sabbia ?


  • Rock & Roll
  • Viande. Capodanno, all’altro mondo.
  • 1980 was a pretty wild year for me (I)
  • Storni, artisti del cielo

  • 2 Commenti al post “1980 was a pretty wild year for me (II)”

    1. Raffaele
      febbraio 6th, 2006 16:16
      1

      potresti indicarmi un modo per mettermi in contatto con la Contempo Records, visto che ci lavori?

      Grazie,
      Raffaele

    2. antonio mura
      novembre 28th, 2007 14:49
      2

      Posso avere la stessa informazione di un altro utente…sapresti dirmi se esiste ancora il negozio della Contempo Records, se si dove????
      Grazie….

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