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01/03/2004

1980 was a pretty wild year for me (I)

di Ernesto De Pascale, alle 15:57

(Prima parte)
clicca sulla foto per vederla piĂą grande - Farm on US 84 Near Slation, foto di Butch Hancock 1985
Bevevo birra e fumavo sigarette americane, e vivevo sulla corsia di sorpasso. Mentre avevo deciso di intraprendere alcuni esami universitari in un corso della Columbia University di New York City dovevo parimenti terminare quelli dell’anno precedente qui in Italia mentre a Settembre la RAI mi offriva – dopo avermi ascoltato sul circuito privato in FM di Radio Luna – di condurre un programma sul primo canale delle onde medie, Combinazione Suono. Eccomi perciò a fare avanti e indietro alcune volte con New York City dove insieme a Dj Gregg vivo al Greenwich Village, Thompson Street, numero 10 in una casa di tre stanze che da su un muro e mi godo la città non ancora sconvolta della piaga dell’AIDS.

Ma le radici sono qui a Firenze, una città che noi ventenni viviamo come noiosa e cerchiamo di movimentare con tanti gruppi, radio, giornali underground e altro ancora. Da qualche tempo anche il circondario è un pullulare di locali, cinema d’essai e altro ed è proprio verso fuori che ci stiamo dirigendo stasera.
Firenze è collegata all’ hinterland di Sesto Fiorentino, a Nord della città, da piccoli centri abitati che ripropongono le antiche stazioni romane, ed è presso la casa del popolo di una di esse, Quinto Alto che mi apparirà, in circostanze ancora oggi a me poco chiare, Butch Hancock, un nome che gli amanti americana di quei primi ottanta conoscono poco per la musica, molto per sentito dire.

Chi è Butch Hancock si chiederà forse ancora adesso qualcuno di voi ? Butch è un grande storyteller texano, un hobo – così si introduce lui stesso – un viaggiatore di quelli di una volta.
Musicalmente parlando Butch è un cantautore di chiara matrice dylaniana che il proprietario di uno dei più importante negozio d’importazione d’Italia ha elevato al girone degli imperdibili dalle pagine di un mensile, un po’ il “ suo” giornale all’epoca, senza che molti lo avessero però ancora ascoltato una volta, colpevolizzando così centinaia di suoi acquirenti/adepti che pendono dalle sue labbra. Pratica questa di cui è un maestro.

Chi è questo giornalista non meno importante nella nostra storia di Butch? Egli è fondamentalmente uno di noi, più grande di noi, che per vivere vende dischi (ottima cosa!) riuscendoci con una certa facilità e – come tutti noi cresciuti nei settanta e forse prima, senza dubbio prima dell’avvento della videomusica e del corporativismo – pensa che ciò che dice sia oro colato (l’ ho sempre pensato anch’io senza vergognarmi troppo ) e che si fa dei gran viaggi sull’America e i pionieri (almeno allora, nel 1980 mi pareva se ne facesse tanti…) e che, tramite il giornale, il suo bollettino mensile di vendite, una certa autorevolezza fisica e secondo il detto che chi prima arriva meglio alloggia, si è costruito un’aurea epica intorno a se. D’altronde, altrove, allora come oggi, in Inghilterra, in America, non ci si comporta in modo molto diverso, basti pensare a certe firme giornalistiche dell’epoca come Lester Bangs o Nick Kent. Perciò tutto ok.

Jimmie Gilmore, Joe Ely, Butch Hancock - The FlatlandersDi questo appassionato negoziante si raccontano gesta tremebonde e modi bruschi per chi non è fedele alla linea; pensate che un amico fiorentino, anche lui appassionato di musica e che frequentavo a quell’epoca, lo apostrofava con l’appellativo mitologico di “Eù”: Il mio amico era solito per i suoi acquisti settimanali (diverse centinaia di mila lire ogni sette giorni esatti…) telefonare il sabato pomeriggio al negozio di “Eù” (sai il casino e la processione che ci doveva essere…) e mettere giù la cornetta se quello in persona non poteva rispondere; egli non accettava, insomma, consigli da nessun altro dipendente e se dal tono del Profeta capiva che non era giornata accettava a testa bassa tutti i dischi che sua Altezza gli suggeriva, anche le peggio puttanate!, senza battere ciglio. Beh! Con questa storia siamo andati avanti così per anni e con molti, comunque i meriti del signore in questione sono molti: ha introdotto con una certo entusiasmo molti in Italia a tanta buona musica anche se – lo deve ammettere pure lui – ha preso delle cantonate micidiali e oggi le mostre di dischi usati di seconda mano e rari ( o presunti tali ) sono piene di scatole di alcuni di quegli album che lui presentava con tanta enfasi sulle pagine del mensile.

A questo punto, a scapito di Butch Hancock e del nostro incontro vi voglio rivelare come distinguere questi album a un convention di rarità: stiamo parlando di trentatré giri di (presunta) musica country o country rock americano pubblicati intorno alla metà degli anni settanta ( il periodo pericoloso è quello che va fino al 1980 circa) e facilmente identificabili. I suddetti album
“consigliati da” non li scoverete mai fra le raritĂ  e costano mai piĂą di 10 euro -nonostante ci siano dischi dello stesso periodo che raggiungono prezzi stellari! – e presso i banchi li distinguerete facilmente perchè non sono mai trattati con la stessa cura di certi altri a cui, pur se non rari, si attribuisce un certo valore artistico e si riserva a loro un trattamento speciale (bustina di protezione, prezzo indicato, adesivo con attributi artistici entusiastici etc…)
Ancora oggi, a onor del vero, basterà leggere il mensile che ospitava le recensioni di “Eù” per capire la visione non oggettiva, concentrica del suo gusto. E nondimeno i migliori negozi di dischi – nonostante le generazioni siano altre con altri punti di riferimento e nessun rischierebbe più acquisti incauti – un occhietto a quello che quella rivista scrive, ce la buttano sempre, nonostante che anche su quelle pagine traspaia la noia di doversi aggrappare oramai sempre agli stessi nomi.
I meriti di questa persona sono, come dicevo, però molti : certo è che le cosiddette Jam Band non avrebbero avuto così presto attenzione in Italia se qualcuno non se ne fosse accorto subito, nè bravi artisti, oggi cari amici di chi scrive, come Jono Manson.
Di queste intuizioni lo devo ringraziare personalmente anche se gli contesto il disinteresse verso l’Italia musicale e il lavoro di tanti indipendenti e certi veti sulle pagine di quella rivista che i suoi collaboratori più stretti imputano personalmente a lui facendo scarica barile e, oltretutto, sputtanandolo dietro i cappelli.

Ma dopo questa lunga digressione sullo stato di certe cose musicali in Italia nel 1980, torniamo ad Hancock e diciamo che “Eù” ha fiutato da poco questo Butch e che negli ultimi mesi ce lo sta rifilando in tutte le salse, descrivendolo come se l’America – piĂą o meno – senza di lui non possa andare avanti. E te lo scrive con talmente tanta enfasi che tu sei portato a crederci anche perchè quando aggettiva un disco con il termine “ sapido “ tu non sai se scherza o fa davvero e nell’imbarazzo qualche volta ci caschi e ti adegui…altri tempi…

(Firenze, 26.02.2004)
(continua domani)


  • Rock & Roll
  • Viande. Capodanno, all’altro mondo.
  • 1980 was a pretty wild year for me (II)
  • Storni, artisti del cielo

  • 2 Commenti al post “1980 was a pretty wild year for me (I)”

    1. ...
      marzo 1st, 2004 18:32
      1

      e chi sarebbe questo “Eu”? Mi sa che ho capito… la descrizione corrisponde, ma non sono certa del tutto. se potrĂ  sapè?

    2. antonio
      marzo 2nd, 2004 17:43
      2

      devo dire di essere curioso anche io. Ora provo ad informarmi se il nome può essere reso pubblico. :)

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