home

Post scritti nel marzo, 2004

29/03/2004

Il-lejl it-tajjeb

di Antonio Sofi, alle 21:42

Siamo tornati.

Malta è un’isola strana, densa, pensosa, vicina e insieme lontana, chiara come libro aperto, e ad un tratto incomprensibile, sconosciuta.
Ne riparleremo fino alla nausea (di sicuro prima vostra che nostra).
E’ una vera e propria minaccia.

Niente Tiziano Ferro, a Malta, però. Strano per un paese dove l’italiano è la terza lingua, anche se non ufficiale. O forse proprio perchè capiscono i testi, chissĂ . Eppure non lo conosceva nessuno. Antonello Venditti, invece, spopola. Ormai ho perso ogni speranza di capire i motivi di queste empatie musicali, e mi limito a lasciarmi sorprendere come bimbo curioso.

Finiamo qui il mese (un bel po’ di piĂą di) dedicato alla musica. Per leggere di nuovo in fila tutti i post (togliendo gli altri interventi) basta cliccare sulla categoria musica. Come al solito, come ogni scarrafone, a noi è piaciuto assai. Ovviamente il pensiero va a tutti quelli che hanno contribuito a farne un bello scarrafone, molto piĂą bello di quello che avremmo potuto fare con le nostre sole forze (in ordine di apparizione): Sergio Maistrello, GiallodiVino, Daniela Amenta, Proserpina, Ernesto De Pascale, Michaela Barilari, Carnefresca, Antonio Montanaro, Gaia Capecchi. Abbiamo volutamente evitato di frequentare il classico campo delle recensioni, cercando di riflettere sulla musica come leva per memorie, datemi una musica e vi ricorderò il mondo, come fuoco per emozioni, come chiave per capire il mondo che cambia. Insomma il solito papocchio, uno sparare in mille direzioni per colpire qualche co-cor, qualche sensibilitĂ  affine.

Tra un po’ di giorni si cambia.
Altro tema, altra sperimentazione-saltonelbuio-papocchiata.

Continua a leggere »

25/03/2004

Dobbiamo sapere

di Webgol, alle 08:24

Vi faremo sapere se Tiziano Ferro è un i-do-lo anche a Malta, terra calduccia e meticcia di falconi e cavalieri. E’ la nostra missione segreta, altro che ingresso in Europa a Maggio 2004, quella è solo la scusa per la Radio Svizzera.
Webgol al completo (Enrico&Antonio, quest’ultimo in veste di fido scudiero) si trasferisce a La Valletta fino a lunedì.
Tempo e internet permettendo proveremo a sbarellare anche da lì, ovviamente.

25/03/2004

Next Brel, ovvero la vendetta consumata

di Antonio Sofi, alle 01:21

L’uomo è un nomade (Jacques Brel)

nextbrel.jpgPrendo spunto da una recensione del compare di Webgol, Enrico Bianda, per Il Popolo del Blues, la rivista on line di Ernesto De Pascale, per continuare a scrivere di cover. La recensione è di un disco tributo a Jacques Brel (Next Brel – David Bowie, Scott Walker, Dusty Springfield, Nina Simone, Marc Almond, e altri – Barclay – Universal 2004): “Next Brel è un omaggio che sonda il tempo, raccoglie le perle sparse negli anni, tra gli omaggi che in molti hanno reso a Jacques Brel.

Il disco è sorprendente, anche – e forse soprattutto – per chi, come me, non conosceva molto le canzoni di Brel. Il disco è ormai in loop ossessivo da alcune settimane; quando accendo il pc, è il computer stesso che se lo ricorda e mi apre musicmatch in automatico con la prima canzone. Quando sopraggiungerĂ  la nausea, mi toccherĂ  formattare, giĂ  lo so.
Il disco me l’ha passato con modi da carbonaro lo stesso Enrico, che è ormai diventato il mio personale pusher di musica. Pusher dalla bastardaggine simile a quello di Daniela, il mitologico Mariuccio di Porta Portese, o quello, anonimo e brusco, di Ernesto, o, ancora, quello, scontroso e vanitoso, dello stesso Enrico – il quale, evidentemente, intende vendicarsi con me. Mi sa che li fanno con lo stampino.
Ma il tempo della vendetta è venuto, e ho pronta la bacchetta.

Continua a leggere »

24/03/2004

Cover lover

di Antonio Sofi, alle 09:11

(avvertenza: guarda la “categoria” qui sopra e leggi di conseguenza – roba con poco filo logico)

ascoltomusica.jpgSono sempre stato affascinato dalle cover, ovvero le versioni successive di un brano scritto e/o pubblicato da qualcun altro.

Faccio subito una digressione, mi scappano i distinguo che quando scappano scappano, perchè con il termine cover (e la definizione generale di cui sopra mantiene questa ambiguitĂ ) spesso si intendono due cose che, per quanto mi riguarda, sono diametralmente opposte, e poco compatibili l’una con l’altra.
Mi spiego (o provo a farlo).

Da una parte ci sono le cover vere.
C’è chi prende, cioè, una canzone fatta e finita, la guarda fisso come il bambino aspirante maestro di Matrix guarda il cucchiaio e la piega al suo talento, la scompone con un atto d’amore, e la trasforma di nuovo in materia grezza. Un insieme autosufficente e concluso, piĂą o meno equilibrato, di note e parole viene disarticolato e ricomposto in un nuovo equilibrio. C’è chi la interpreta, insomma, ne cerca il cicciolo denso che sta in fondo alle cose, il senso profondo, e intorno a quello ricostruisce un qualcosa che è insieme nuovo e vecchio. Riconoscibile e originale. GiĂ  e mai sentito. Non è forse quello che si dovrebbe fare con tutte le cose che si amano?

Continua a leggere »

23/03/2004

Niente sesso siamo studenti

di Antonio Sofi, alle 17:45

Se siete dalle parti di Brescia venerdì 2 aprile alle 20.30 un salto al festival A qualcuno piace giallo lo farei: è prevista una performance musical-letteraria di Stella Duffy, autrice dei romanzi noir Calendar girl e La settima onda, pubblicati da Marsilio Black, e della giovane cantante emiliana Fiamma.
(Ulteriori informazioni da Jacopo.)

Non credo che questa volta ci porteranno le scuole a vederlo. C’è, infatti, un precedente gustoso riguardo a questo reading, ed è una notizia che risale allo scorso autunno, quando uno spettacolo con pezzi estratti da Calendar Girl viene previsto all’interno del programma del Grinzane Festival.
I dirigenti delle scuole superiori di Saluzzo portano i ragazzi a vederlo, il libro non è per educande, parla di amore saffico, e molti professori si scandalizzano. Fin qui tutto torna (Qui un articolo che racconta la storia.)
Cosa mi sorprende, invece?

Continua a leggere »

22/03/2004

Cdcrossing

di Antonio Sofi, alle 14:33

Il book crossing sta al Il cd crossing come il book shifting sta a (cd shifting?)

Urge intervento del memeista Tao.

Oltre che nascondere le ciofeche musicali, sostituendole dietro cosine piĂą degne, mi permetto una piccola variante scherzosa, per niente in linea con lo spirito gentile del book shifting, e con l’ulteriore limite che può essere applicato solo a cd non lucchettati (ormai pochissimi, ma non sono un gran frequentatore). Un semplice cambio di cover, e tac, pensi di aver acquistato l’ultimo di Gigi D’Alessio e poi ti trovi ad ascoltare i Red Hot Chili Peppers. Cose così. Tra serendipity indotta, e stronzaggine formativa

22/03/2004

Lo spazio de-flagrante

di Enrico Bianda, alle 08:59

“Non si dovrebbe mai dare un “noi” per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri” Susan Sontag – e.b.

“20.49”, Madrid, stazione – foto di e.b. (clicca per ingrandire)
20.49, Madrid, Stazione - foto di Enrico Bianda C’è un prima e un dopo, nelle immagini degli eventi tragici che sconvolgono le nostre città. C’è la stazione di Madrid, una delle sue stazioni, che, intera, attraversata da una luce serale, l’ultimo sole, mostra la sua eleganza imperiale. C’è un dopo, a colori, in un silenzio rarefatto, tra macerie e corpi rimessi a terra, avvolti in teli colorati e sguardi in silenzio.
Mi sono tornati in mente alcuni film, in questi giorni passati a guardare le immagini della morte trasmesse dalla televisione. La deflagrazione non è mai palese, è sentita, ma non è vista, è percepita nel silenzio appena precedente e nel rombo successivo, ma non si vede. La sentiamo perché passa attraverso gli occhi di chi la vive, di chi se la vede passare sopra.
E’ così che ho immaginato le deflagrazioni del massacro di Madrid. Ho visto passare gli scoppi negli occhi di immaginari attori, sul set di una città intera, colpita e sfregiata.
C’è un prima e un dopo, manca il durante. La mia – forse la nostra – immaginazione esclude il momento della flagranza. Passa come una narrazione, nella stanza accanto, come un suicidio avvertito, un urlo lontano che ci fa correre un brivido lungo la schiena. La morte arriva per differita, la sentiamo intensa, ma non la vediamo. In una societĂ  dove tutto è provvisto della sua immagine, dove tutto è vedibile, la morte passa inosservata. Tornano a mente i versi di una poesia di Pavese: “VerrĂ  la morte e avrĂ  i tuoi occhi”. E con lei le fotografie di una serie di Mario Giacomelli, scatti di volti di anziani, sui quali passa la morte ma non si ferma, non ancora.
Come la morte anche la storia – che è fatta spesso di morte – ci passa accanto. Passa accanto nelle immagini cui ci siamo affezionati de La meglio Gioventù, passa intorno e attraverso nei film di Almodovar, Carne tremula, con la notte in una strada di Madrid, nel silenzio di un coprifuoco. Ma quella è la storia, anche se non la guardiamo negli occhi.
“Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Continua a leggere »

19/03/2004

Carsiche memorie

di Enrico Bianda, alle 12:31

Musica per le vostre orecchie, madame (II)

kitano.gifSe solo potessi trasformarmi e diventare Chet Baker che suona My Funny Valentine, le prime volte, quando all’improvviso si ritrovò negli anni ’50 tra i migliori cantanti jazz, subito dopo Nat King Cole… Oppure Bill Evans che suona Peace Pieces, passo sospeso delle dita sulla tastiera, un languore che flirta con Satie. O ancora Kurt Elling che a Chicago canta una versione di My Foolish Heart con quel lungo intermezzo in crescendo e con l’esplosione di ottimismo alla fine.

Ecco, così, la musica che ti penetra e non ti lascia scampo. E forse, ancor più della scrittura, ti permette di scioglierti in qualcosa che non sarai mai. Fa quest’effetto, ti tocca da vicino, e se non scendi a troppi compromessi ti capita prima o poi ti lasciar fare.
Mi succede alle volte di sentire un’esigenza fisiologica, una corsa alla ricerca dell’ascolto, una frenesia viscerale, quella musica, quel pezzo, quel disco, veloce sul piatto e parte. Ad intervalli regolari accade, che debba rincorrere un suono, un tema, riascoltare un passaggio, proprio quello, solo quello per la soddisfazione dei sensi. E sono alla fine una manciata, che si muove un po’ con gli umori del periodo, qualcosa scompare, altro riappare, raramente si insinua una novità. La lista dei preferiti al massimo si ridefinisce, sono priorità che si incasellano, una playlist emotiva e carnale. Ciccia, pelle, stomaco e poco cervello.

Continua a leggere »

17/03/2004

Carta (musica) moschicida

di Antonio Sofi, alle 15:44

(della serie: riflessioni con poco filo logico)

moreau.jpgUn po’ di tempo fa, scoprendo quanto Tiziano Ferro, italico cantante dalle impensabili (eheheh) estimatrici, fosse popolare in Lettonia, Lituania, Siberia, Mongolia, Tibet, Xinjiang, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Grecia, nonchĂ© un vero e proprio idolo (i-do-lo) in Turkmenistan, non ho potuto fare a meno di farmi una semplice domanda. PerchĂ©? PerchĂ© in Turkmenistan e non in Kazakistan, perchĂ© in Lettonia e non in Estonia, e così via. E’ una domanda che, a ben pensarci, fa tremare le vene dei polsi. Per modo di dire, ovvio.

Sarà che, come spesso accade, la percezione di default che si ha di nazioni così distanti, culturalmente e/o geograficamente, è notevolmente imprecisa. E ce ne accorgiamo quando poi ci andiamo, in quei posti. E cominciamo a cogliere le differenze, ad apprezzarne le particolarità, a sviluppare la sensibilità per i segni dissonanti, a trovare le discrepanze come nei giochini della settimana enigmistica. Il quadro che ci eravamo costruiti nella capoccia ignorante si sbriciola come pane raffermo di fronte ad una realtà molto più complessa e morbida, sfaccettata, eterogenea. I motivi per i quali Tiziano Ferro piaccia così tanto ad un adolescente turkmeno e invece disgusti il coevo del vicino Kazakistan, se pure possono apparire incomprensibili ad un italiano, sono probabilmente assai chiari a chi lì ci vive.

Eppure continua a stupirmi il fatto che esistano (apparentemente) inspiegabili empatie tra luoghi e musica. Tra una certa musica e una certo luogo. Ma non solo. Un oggetto, un momento, un libro.
Carta moschicida per emozioni forti.

Continua a leggere »

15/03/2004

Jesus blood never failed me yet

di Antonio Sofi, alle 19:07

jesus.jpgUna volta (Gavin Bryars, ndr) stava girando per Londra con un registratore in cerca di suoni per un programma della BBC. Si imbattè in un barbone forse ubriaco che trascinava ripetitivamente tra i pochi denti una canzoncina. Non era proprio una canzoncina. Una specie di canto religioso: diceva “Il sangue di GesĂą non mi ha mai tradito finora”, e lo ridiceva, e lo ridiceva. Bryars si portò a casa il suo nastro e lo tenne lì. Ogni tanto lo riascoltava e ci pensava su.

(Luca Sofri su Donna di Dicembre 2002)

Così inzia una delle piĂą affascinanti storie recenti di progetti musicali, che i confini della musica ampiamente scavalcano, diventando qualcos’altro. Una storia che si compone, come tutte le storie affascinanti, di un misto di caso e di attenzione, di fortuna nel trovare le cose e di sensibilitĂ  nel capire cosa diavolo farne. Io la leggo come una storia esemplare di serendipity, quell’attitudine che Pasteur spiegava così: “il caso aiuta la mente preparata“.

Bryars, dopo aver ritrovato per caso la cantilena registrata – e non utilizzata – per la sonorizzazione di un film sulle strade di Londra, la mette in sottofondo nello studio di registrazione, in loop continuo, e va a prendersi un caffè. Quando ritorna trova nello studio una atmosfera strana. Le persone sembrano subire la fascinazione di quella cantilena borbottata, si muovono piano, quietly weeping.

Continua a leggere »

13/03/2004

Carsiche memorie

di Enrico Bianda, alle 20:59

Musica per le sue orecchie, madame (I)

tango.jpgPrendiamolo come un piccolo esercizio di memoria. Non ci sono in effetti dei brani che in assoluto pongo al di sopra di altri. Insomma non è come al cinema dove più o meno credo che riuscirei in quel gioco così affascinante del mettere i primi dieci film della vita uno dietro all’altro. Nella musica proprio no. Nel senso che si, certo, ci sono dei brani che hanno segnato qualcosa nella mia vita. Ma rimetterli tutti in ordine no. E’ un po’ come l’ordine dei dischi in Alta fedeltà: si possono mettere in ordine alfabetico per autore, per composizione, per genere, oppure per anno di pubblicazione, oppure ancora – sempre più difficile – per tipo di emozione che mi scatenano dentro. E allora potrei immaginare una sequenza gastronomica, e Monk lo metterei di nuovo in testa, a seguire mi sa che ci finirebbe il Chet Baker ma solo quello che canta, perché con la tromba passerebbe poco più in la… Eppure la tromba di Chet l’ho amata subito, e l’ho odiata anche subito, per l’impossibilità della riproduzione.
Ecco che allora si pone il problema. Ma questa serie di dischi e canzoni in ordine di emozione mi rigira per la testa da tempo. Ma ogni settimana se ne aggiunge qualcuna e sparisce qualcosa d’altro. Così a freddo, proprio ora metterei subito un brano di Kip Hanrahan, magari proprio da uno degli ultimi dedicati a Le Mille e una notte, ci sono Don Pullen e Steve Swallow che suonano. E subito dopo mi viene in mente la lacerante melodia dell’Ode to life proprio di Don Pullen, dal vivo a Chicago nel 1992, poco prima che morisse, ma si tratta di un disco che non esiste, un’incisione pirata che mi è arrivata tra le mani un po’ per caso. Quindi alla fine si tratta di una cosa privata, un po’ come la canzoncina di un bambino sentita una mattina presto nel silenzio di un paese.

Continua a leggere »

11/03/2004

La Zappa sui piedi

di Carnefresca, alle 15:05

zappa02.jpgInterviste possibili.

E’ cominciata come doveva cominciare, ovverosia per caso, ovverosia per nessun motivo.
E’ che cercavo sotto il letto le mie scarpe marroni e dentro la scatola ci ho trovato mister Zappa.
Zappa Frank, si, quello la’, quello che ce ne fosse una, di canzone, con il titolo normale.
Magari voi siete abituati a trovarvi una rock-star defunta sotto il letto, dentro la scatola delle scarpe.
Io no, lo ammetto.

Zappa (mettendosi le dita nel naso): You’re probably wondering why I’m here.
Carnefresca: Francamente, signor Zappa, si! Non era morto?
Zappa (scuotendo la testa): No No No.
Carnefresca: Ma che ci fa nella mia scatola delle scarpe?
Zappa: Brown shoes don’t make it, baby.
Carnefresca: In effetti lo penso anche io, ma erano in saldo, lei al posto mio che avrebbe fatto per dieci euro?
Zappa: Call any vegetable, Things that look like meal.
Carnefresca: Non ho fame, grazie. Ma, signor Zappa, perchè mi guarda i piedi?
Zappa (annusando in giro): Stinky footDon’t you ever wash that thing?
Carnefresca: I miei piedi sono pulitissimi, è inutile cambiare argomento, mi dica invece: che cercava nella mia scatola?
Zappa: A nun suit painted on some old boxes.
Carnefresca: Questo è quello che si dice avere le idee chiare.
Zappa: Touch me there!
Carnefresca: Perchè dovrei signor Zappa?
Zappa:Why does it hurt when I pee?
Carnefresca: E io che ne so scusi? Si levi dalla mia scatola di scarpe e vada dall’andrologo, non le ha detto niente l’andrologo?
Zappa: Oh yes, he said that tengo na minchia tanta.

Continua a leggere »

09/03/2004

Una musica dentro le frasi

di Gaia Capecchi, alle 11:02

sax, foto di Gaia CapecchiDa quando Webgol ha inaugurato l’argomento musica, sono in ambasce.
Volevo scrivere un pezzo fulminante, una specie d’improvvisazione parkeriana che lasciasse tutti di stucco. Qualcosa che avesse a che fare con quegli assoli che escono così assoluti e perfetti da diventare essi stessi temi impossibili da dimenticare. Volevo una cosa magari fumosa e struggente come certe balere contiane, dove t’infili per caso e non esci più, perché dentro ci trovi un ballerino con l’occhio allungato che ti guarda come un lupo e come un lupo ti fa ballare e poi ti mangia in un solo boccone. Pensavo poi magari a una cosa pensosa e lunare tipo Bill Evans, da allungarsi sulla sedia mentre la leggi, di notte, intorno il silenzio e nella testa ossessivi pensieri lontani. Avrei voluto parole che uscissero affilate e nitide come dalla tromba di Miles, gemme durissime e isolate, che brillassero di rarefatta poesia, irraggiungibili. Mi piaceva l’idea di un torrenziale insistito calipso narrativo rollinsiano, dove partire e ripartire continuamente, sfinendo il lettore con una specie di pazzesco sole caraibico. Sarebbe stato bello. Trovare una musica per scrivere di musica. Fare che qualcuno si alzasse dalla sedia davanti allo schermo e invitasse una donna sconosciuta formosa e distratta a ballare una rumba; oppure stringerla forte e dondolare piano, mentre tutti vanno via. Trovare una musica così dentro le frasi.
Invece non l’ho trovata; il tema musicale ormai stempera verso la fine; giù, sul tavolino di vetro del soggiorno, si accatastano dischi bellissimi che mi feriscono e mi curano uno più dell’altro. Ma non so parlarne.
E questo è, in qualche modo, un piccolo dolore.

08/03/2004

Anche i blogger suonano – Hotel Messico

di Antonio Sofi, alle 08:21

Così fu che scoprii che ci può non essere differenza tra scrivere un blog e scrivere una canzone
Clicca qui e ascolta se non ci credi

hotelmessicoHo sempre associato Hotel Messico ad un vicolo come quelli che si vedono nei film, o nei fumetti. Quelli stretti e bui, o fiocamente illuminati, quelli che un mio amico in Inghilterra chiamava “yellow street”, a causa degli intuibili usi, quelli con i muri rabberciati di mattone rosso sangue, e immondizia stratificata, che nessuno va a pulire. Quei vicoli che si affacciano solo le finestre del bagno di servizio, senza uscita, non previste da nessuno, semplici vuoti d’aria tra un palazzo e un altro, che non vogliono condividere muri portanti. Il segno della distanza metropolitana. Quei vicoli che sono un posto dove nascondersi o dove sparire, che sono sempre un retro di qualcosa.
Hotel Messico è una cosa così: uno sguardo sul retro di qualcosa.

La prima volta che lessi Hotel Messico, mi scaricai anche una canzone, che proprio quel giorno aveva linkato. S’intitolava “Troie, fiori e gatti“. Per ascoltarla basta aprire il soundblox cliccando qui, scegliere la playlist “Hotel Messico”, e scegliere il pezzo gentilmente concesso dal tenutario dell’Hotel. Potrebbe metterci un po’ ma abbiate pazienza, una volta che si carica il riascolto è veloce.

Chiamai una cameriera, sembrava niente male
ma le luci del locale son bugiarde come puttane
le chiesi la mia birra, glielo dissi in un orecchio
avevo l’alito di sigaretta, fa sempre un certo effetto

07/03/2004

Dopo il tuono, la musica e altre storie

di Webgol, alle 00:09

Quattro segnalazioni di eterogenee letture musicali, scovate sui blog, buone per la domenica mattina (se fa freddo e piove – ma anche no)

Dopo il tuono, la musica

Franciskje racconta splendidamente di come s’innamorò della radio.

Non ricordo quanto tempo passai a guardare, gli altri amici erano andati tutti via, fuori era ormai buio, il tizio in regia esce e intanto il disco finisce, la puntina arriva fino in fondo all’etichetta grattandoci attorno; il silenzio rumoroso dura alcuni minuti, poi salto sullo sgabello prendo un disco dalla pigna a cui attingeva l’altro, mi tremano le mani e il respiro accelera di un misto tra emozione e paura, lo sfilo dalla copertina lo piazzo sul giradisci sposto il braccio, lascio cadere la puntina malamente con il cursore alzato e nelle casse fa un rumore di tuono poi inizia la musica.


Continua a leggere »