16/02/2004
Forse la musica ha bisogno di più tempo
di Enrico Bianda, alle 09:15
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Scena prima: fine anni 50, Jackson Pollock si afferma con la sua action painting, altrimenti detta espressionismo astratto.
Scena seconda: proprio sul finire degli anni ’50 Ornette Coleman, altosassofonista texano, cominciava a maturare la sua svolta musicale, che sarebbe sfociata in uno – forse il principale – dei più grandi album di free jazz della storia.
Difatti si intitolerà “Free Jazz: Collective Improvisation By The Ornette Coleman Quartet”.
La copertina originale del disco è dominata dal titolo che la occupa quasi per intero; sul lato destro nel cartone pesante si apre un rettangolo che lascia vedere un particolare del quadro riprodotto all’interno: White Light, uno degli ultimi lavori di Jackson Pollock, scomparso l’11 agosto 1956.
Mi sono tornate in mente queste due situazioni, per altro solo immaginate: per semplici questioni anagrafiche non posso aver vissuto quegli anni, ho solo tra le mani il disco di Ornette con la riproduzione di Pollock al suo interno, e nella memoria i gesti del pittore che si muove leggero a piedi scalzi su una tela tesa a terra.
La scorsa estate ho finalmente potuto rivedere Ornette Coleman suonare dal vivo con un quartetto, in un magnifico ed indimenticabile concerto.

Anche io, al pari di
Lo sospettavo.
All’interno di Round Midnight di mercoledì 11 febbraio, ascoltabile a partire dalle 22.30 sullo
Qualche tempo fa mi era sorto uno scrupolo che volli risolvere al più presto. Mi domandavo se i molti anni di studi radiofonici e di sale di registrazione non avessero danneggiato il mio udito e mi recai così da un audiometrista. Una strana nota bassa, infatti, ogni tanto sbucava da chissà dove e cominciava a ronzarmi per il capo. Ma lo specialista mi rassicurò che il mio udito era simile a quello di un bambino di pochi anni. Perfetto.

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