home

Leggi gli aggiornamenti in home page

23/02/2004

Tra il Televideo e un saggio d’attualità

di Antonio Sofi, alle 12:58

Nicola, nei commenti a questo post scrive: «quanto s’incazzano quelli che intervisti quando riassumi il loro pensiero e lo semplifichi. vagli a spiegare che il giorno dopo il giornale serve a incartare le uova, e un servizio in tv diventa una cassetta da riciclo. la mia opinione è che i blog non facciano informazione, almeno qui da noi. (…) (non mi ricordo una notizia corposa tirata fuori da un blog italiano, e non è mica una colpa)».
Visto che siamo in un blog e posso permettermi di lasciar scorrere un po’ di parole e pensieri in libertà, senza l’assillo delle precisione accademica, lo faccio e mi perdonerete. L’ho diviso in capitoletti che indicano il punto esatto in cui vi dovete ridestare dall’abbiocco e continuare a leggere.
Dopo torniamo alla musica.

Non solo scoop.
L’equazione i blog non fanno informazione regge finché pensiamo alla notiziabilità giornalistica come valore puntuale legato alla semplice novità dell’evento. I blog, da questo punto di vista, non possono reggere il confronto con le organizzazioni editoriali, che hanno risorse umane e economiche per soddisfare la domanda di continuo aggiornamento informativo. Ma i processi giornalistici non si esauriscono nella semplice produzione di news, cioè di novità, di notizie che hanno la caratteristica dell’appena-accaduto. Il punto è che il giornalismo non è solo scoop, è anche qualcos’altro.
Una delle tendenze che più caratterizzano il giornalismo moderno è la velocizzazione. Le nuove tecnologie (ma non solo) hanno letteralmente creato una domanda di informazione aggiornata che prima non esisteva. Tutto si deve sapere subito, immediatamente, senza dilazioni di tempo o di riflessione. Quindi accade che in una unità tempo determinata ora sono disponibili più notizie, e che queste notizie sono sempre più, per ovvie ragioni e con le ovvie eccezioni, poco approfondite, adatte ad essere ingoiate e metabolizzate in fretta, che ti permettono di stare nel presente, ma che domani ti serviranno a poco. Una enorme mole di informazione aggiornata che deperisce in fretta.

Il giornalismo è una coperta troppo corta.
La mia impressione è che se da una parte il giornalismo ha spostato il suo raggio d’azione sul presente, e, devo dire, con ottimi risultati, raggiungendo una capacità di copertura dell’attualità a volte strabiliante, ha però lasciato scoperto dietro di sè uno spazio intermedio. Ovvero lo spazio dell’approfondimento giornalistico. Volendo banalizzare, con sprezzo della accuratezza: lo spazio intermedio è il grande campo di confine, la terra di nessuno che sta tra il Televideo e un saggio sull’attualità. In altre parole: è quel tempo morbido e liquido che si espande tra il minuto e il mese.
I giornalisti, parlando della loro professione, spesso si lamentano proprio della scomparsa di questo spazio/tempo intermedio: “non c’è più l’approfondimento giornalistico” – diranno. E a ragione. I luoghi dell’approfondimento giornalistico diventano sempre meno, e con sempre meno impatto reale. L’appiattimento sul presente limita la funzione di interpretazione e comprensione della realtà e di costruzione di significato sociale che appartiene storicamente al giornalismo.

I blog come personalizzazione comprendente.
E arriviamo ai blog. Ovviamente questa riflessione è da prendere con le molle. Perché a questo punto entriamo nel campo del possibile. Perchè la vera potenzialità intrinseca dei blog è proprio quella, a mio parere, di abitare lo spazio intermedio dell’approfondimento giornalistico.
Che non è, e non può essere, la competizione sulle news, ma la capacità di approfondire, di riconsegnare al presente una profondità diacronica e sincronica. Di contestualizzare e allargare lo sguardo. Nei blog la risorsa tempo non è così scarsa ed esigente come per altri soggetti dell’informazione professionale, e internet, da questo punto di vista, dà infinite possibilità comparative. Certo, nessuno ti paga, e non è un problema da poco, ma è anche una variabile quasi strutturale, di difficile risoluzione: inutile prenderla più di tanto in considerazione.
Sta di fatto che se il giornalismo non è solo news e scoop, ma anche, sempre con lo sprezzo di prima, produttore di cultura, o approfondimento culturale, allora i blog possono essere il luogo adatto in cui fare questo tipo di giornalismo.
Un approfondimento che, però, ulteriore distinguo, non può essere quello dei mensili, o delle riviste specializzate. I motivi per i quali non può esserlo sono molti. Tra i due più importanti, un blog non ha periodicità mensile, e spesso è una sola persona che lo cura: nasce insomma come strumento fortemente personalizzato, e quotidiano.
I blog quindi, a mio parere, creano a tutti gli effetti un nuovo campo giornalistico. Che io, in altri contesti, ho chiamato della personalizzazione comprendente.
Un campo che si inserisce coerentemente all’interno della terra di nessuno intermedia generata dalla velocizzazione del giornalismo, e con alcune caratteristiche assai distintive.
Tra cui:
a) la capacità di stare comunque attaccato al presente, e all’attualità, dato il suo aggiornamento continuo;
b) la possibilità da una parte di approfondire la notizia, commentarla, e dall’altra di inserirla in un contesto, di collegarla orizzontalmente ad altre notizie e altri commenti con link, sfruttando al meglio l’ambiente internet;
c) la condivisione della conoscenza tramite un approccio divulgativo e personalizzato.

Hegel e De Crescenzo
La divulgazione, mi vado convincendo, c’entra molto. È utile prenderla in considerazione, perché è comunuque un formato giornalistico e comunicativo già esistente, e questo facilità la riflessione. Anche se poco frequentato (nel giornalismo ma non solo: si pensi per esempio a buona parte del mondo accademico) e talvolta per motivi di mera conservazione del potere (che passa anche attraverso il controllo delle informazioni).
Ma i blog di potere ne hanno poco o niente, cosa dovrebbero conservare?
Anche se non lo vogliono, i blog fanno intrinsecamente divulgazione (che è anche, se non soprattutto, approfondimento, densificazione di una complessità). E non solo perché non hanno potere.
Perché sono un dono che una persona fa ad altre persone che lo leggono ma potrebbero anche non leggerlo, qualora questo dono non avesse alcun valore aggiunto. Un valore aggiunto che non è e non può essere solo quello della novità nuda e cruda, ma dell’approfondimento, della riflessione, dell’interpretazione del contesto: il valore aggiunto di un punto di vista.
I blog fanno intrinsecamente divulgazione perché sono un dono, gratuito ma non spassionato (un dono non lo è mai del tutto). Sono un trasferimento di conoscenza con aspettativa di rientro. A buon rendere, diciamo.
Cesare, uno che di divulgazione se ne intende, scrive nei commenti: «Vediamo se ho capito: in fondo si tratta di raggiungere un equilibrio, ma molti, per ragioni non sempre nobili, questo equilibrio non provano nemmeno a raggiungerlo. Per cui siamo condannati, parlando di filosofia, a scegliere tra Hegel e De Crescenzo.»
Parlando di giornalismo, a scegliere tra Televideo e un saggio d’attualità.
In mezzo, sempre di più, mi piacerebbe ci fossero i blog.


  • L’Occidente estremo? Scilipoti, per esempio.
  • Interisti con consecutio
  • Il campo giornalistico: l’informazione nell’era dei blog
  • Round Midnight

  • 11 Commenti al post “Tra il Televideo e un saggio d’attualità”

    1. n.
      febbraio 23rd, 2004 14:13
      1

      Quante cose da dire!… stasera, più tardi, stasera, più tardi commento. e comunque un post interessantissimo, antò: è carne fresca (non il blog) per quanto mi riguarda.

    2. massimo mantellini
      febbraio 23rd, 2004 14:18
      2

      Antonio,
      trovo questa meditazione molto convincente. L’unica cosa che non mi convince troppo e’ il valore che dai alla sopravvenuta velocita’ di aggiornamento delle notizie.Che pur esiste. Lo spazio di mezzo che tu vedi per i blog nel mondo dell’informazione secondo me non dipende tanto da questo, quanto da oggettivi nuovi spazi di espressione e visibilita’ che la tecnologia consente. Si e’aggiunto qualcosa insomma. Esisteva ed esiste poi, per dirla tutta, anche un contigentamento professionale non tanto legato al tempo che era possibile dedicare ad ogni singolo evento ma a assai piu’ complesse ragioni di filtro informativo (le solite vecchie storie su AP e sul suo monopolio)e di tutela della posizione raggiunta (il rapporto asfittico ancor oggi presente fra notizia e suo commento). L’amplificazione delle possibilita’ di commento ed opinione(pur scaricando il tutto dal metro solito per cui chi commenta deve godere di una autorevolezza in qualche maniera riconosciuta) fa parte credo di questo nuovo importante spazio di mezzo.

    3. SiSi
      febbraio 23rd, 2004 18:14
      3

      Mio dolcissimo Dr Antonio, complimenti per quel lavoro sulla “personalizzazione comprendente”. E’ realmente interessante. Bacio doppio :-)

    4. antonio
      febbraio 23rd, 2004 19:09
      4

      Si, Massimo, ovviamente concordo. La velocizzazione è una di quelle variabili di contesto che favoriscono, a mio parere, il posizionamento dei blog nel campo giornalistico, ma non certo lo determinano, né ne hanno determinato la nascita. In questo caso, e credo che sia in parte vicino a quello che scrivi tu, una tecnologia friendly non è stata altro che il cavallo di troia, il grimaldello che è servito per scardinare un sistema (giornalistico ma non solo) troppo chiuso e poco disponibile a prendere in considerazione le nuove esigenze di una società moderna o post-moderna alle prese con fortissime dinamiche di secolarizzazione (anche ideologica) e di individualizzazione. I termini in “zione”, anche a me, incutono timore, ma forse una volta tanto hanno senso!
      Però allo stesso tempo la velocizzazione (e la moltiplicazione delle notizie, va detto) crea una esigenza, apre un “mercato” giornalistico. O per meglio dire, visto che mercato implicherebbe un qualche seppur minimo “valore di”, una domanda giornalistica. Esiste, non esiste una domanda di approfondimento giornalistico? Intendo con approfondimento anche la capacità di orientarsi in un questo territorio di mezzo, di legare il presente con il passato, di ricucire discorsi e discussioni che diventano via via sempre più complessi e complicati da seguire e capire. Tessitori dell’informazione, insomma (è tra l’altro un’azzeccatissima definizione di Falso Idillio che richiama – credo – questo stesso tipo di approccio). Se esiste una domanda di questo tipo di approfondimento giornalistico, insomma, non lo so dire, ma forse parte del fenomeno blog si può leggere in controluce a partire da questo punto di vista.

    5. Luca
      febbraio 23rd, 2004 19:52
      5

      La tua affermazione per cui il giornalismo attuale stia dimenticando l’approfondimento è piuttosto controcorrente. L’opinione comune – a me pare fondata – tra chi si occupa di giornali italiani è che sia in corso il contrario: una “settimanalizzazione” dei quotridiani, che non potendo vincere in attualità con la tv e la rete, dedichino molto più spazio di un tempo a racconti, inchieste, commenti, riflessioni, pezzi lunghi. Le prime pagine di Corriere e Repubblica oggi sono gremite di firme più che di notizie. Gli articoli occupano pagine intere. Autori inchiestisti e narratori come Rumiz, Stella, Bonini, Cazzullo hanno spazi e rilevanza molto maggiori di qualche anno fa. Per non parlare dei commentatori e degli opinionisti. Non so se questo complica il tuo ragionamento complessivo, ma la singola valutazione mi pare affrettata. O forse non l’ho capita. Ciao, L.

    6. antonio
      febbraio 23rd, 2004 20:39
      6

      Ovviamente lo complica, altrochè. Ma è questo il divertente.
      Conosco la posizione di chi sostiene la settimanalizzazione dei quotidiani, il luogo giornalistico che più ha risentito, ovviamente, della cosiddetta velocizzazione (che poi in realtà ha varie velocità interne e andrebbe distinta ma vabbè). C’è chi questo fenomeno lo fa risalire addirittura agli anni ’70 e alla nascita di repubblica, che ha innovato lo stile e il linguaggio dei quotidiani di allora, e alcuni dicevano, appunto, con lo stile e il linguaggio dei settimanali di allora. Che dire? Che è vero, e che non è vero, banalmente, almeno a mio parere. E’ vero che da non molto a questa parte il cosiddetto approfondimento è tenuto un po’ più in considerazione, e gli esempi che citi ne sono una prova importante, e molti altri che hanno negli ultimi tempo frequentato il quasi abbandonato formato del reportage giornalistico. Ma è anche vero che però rimane spesso un fenomeno limitato ad alcuni luoghi privilegiati. Numeri e dati non ne ho, e credonon si possono avere, perchè in fondo sono valutazioni molto soggettive, posso parlare di sensazioni. Oltre Corriere e Repubblica ci stanno tutti gli altri quotidiani, ci sta la televisione, ci stanno mensili che non ci stanno (tranne diario e qualcos’altro), ci sta la radio, e tutti questi strumenti mi sembrano un po’ appiattiti sul presente. Sensazioni, ovviamente. E’ pure vero che lamentarsi che non esiste più l’approfondimento giornalistico è diventato per molti una sorta di “non ci sono più le mezze stagioni”. In realtà penso che la cd settimanalizzazione dei quotidiani, se esiste davvero (e anche io penso che ci sia qualcosa del genere – almeno sui due quotidiani che hai citato, e non dal 1970 come dicono alcuni) l’inclusione nei quotidiani di un certo tipo di approfondimento sia proprio una risposta alla emersione di quello spazio intermedio di cui malamente scrivevo. In cui i blog si inseriscono, o possono inserirsi sensatamente (con le ovvie differenze). Insomma, più che divergenti, li vedo com fenomeni che collaborano o condividono parte del percorso di “rinculo” all’indietro del giornalismo velocizzato.

    7. Ubik
      febbraio 24th, 2004 00:03
      7

      Ma perchè bisogna tirar fuori la “settimanalizzazione” dei quotidiani quando mi sembra che ci siano esempi molto più semplici di editoria cartacea e web dedicata all’approfondimento, alla cultura e non alla notizia gridata, alla news, in sintesi le tematiche che sarebbero state coperte solo con la nascita dei blog?
      Altrimenti mi dovresti spiegare cosa sono l’espresso, panorama, internazionale, diario, avvenimenti, tempi, tanto per citare quelli più famosi.
      In questo caso mi sembra che l’imbeccata di Mantellini sia quella corretta. La novità ( e non è poco) rispetto ai già esistenti spazi di approfondimento è che i blog fanno Rete. In parte grazie alla tecnologia e in parte per il fatto che editore e produttore dell’informazione coincidono.

    8. antonio
      febbraio 24th, 2004 13:29
      8

      questo è un possibile posizionamento, e direi: solo per i blog “giornalistici” che non esauriscono, anzi!, tutto l’universo dei blog; ma non è detto che non ce ne siano altri, o magari nessuno.

    9. antonio m.
      febbraio 24th, 2004 14:32
      9

      Condivido in larga parte la tua analisi, però, io
      farei un ulteriore passo in avanti. Secondo me i blogger e i blog possono
      occupare quello spazio di cui scrivi se c’è interazione con gli altri strumeni di comunicazione (un esempio è stato segnalato da
      giuseppe oggi http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=154 )… è
      l’approccio blog alla comunicazione (l’essere rete, insieme al lettore) che
      può diventare la vera novità negli spazi occupati normalmente dai media
      nella vita di ognuno di noi. Comunque, cercherò di approfondire meglio
      questo aspetto in un post un po’ più articolato. :-)

    10. MassimoSdC
      febbraio 24th, 2004 19:12
      10

      (chiedo venia per i vari refusi: scrivere troppo velocemente e non rileggere in “preview” è stato un errore) ;-)

    11. n.
      marzo 1st, 2004 17:14
      11

      Sostiene Antonio che in Italia – nel mondo dell’informazione – manchi lo spazio dell’approfondimento. Non sono d’accordo. Almeno sulla carta stampata, se vuoi, puoi trovarlo, nel senso di comprarlo. Sia sui quotidiani che su qualche settimanale settimanali (l’inchiesta di Dario Di Vico sui poveri – per il Corsera – ha smosso una politica sonnacchiosa, il Diario tematico di Repubblica, il Diario di Deaglio, la ricerca a pezzi che Molinari sulla Stampa sta facendo sugli archivi della Cia appena desecratati, la sintesi del lunedì del foglio rosa, e via così, giusto per fare qualche esempio) I newsmagazine italiani (Panorama e l’Espresso), no, è vero, non fanno approfondimento da un bel pezzo.
      In tv ci stanno Ballarò, Otto e mezzo, Enigma, Terra e RaiEdu la mattina (quando ci riescono) e se vogliamo anche Report (che considero poco-poco televisivo – ma questo è un altro discorso). Di Sky non parlo per ragioni di personale conflitto di interesse. E comunque quattro cinque trasmissioni sono un po’ pochine, in effetti. A me personalmente manca molto Mixer, ma anche Sciuscià.
      Detto questo lo spazio dell’approfondimento potrebbe essere – è vero – occupato dai blog, ma – se vogliamo restare nel parallelo col mondo del giornalismo – ai blog stessi manca un pezzo fondamentale. Mi spiego. I blog stanno fermi; escluso quello di Pino Scaccia, giusto per fare un esempio facile. Cioè sono – siamo – tutti culi di pietra, come si chiamano nei giornali quelli che fanno il desk, la macchina. E non c’è nulla di male ci mancherebbe altro. I blog, insomma, non vanno sul posto – il luogo della notizia – non sentono la puzza che si respira, e nemmeno parlano con i testimoni: tutti processi fondamentale del mestiere di cronista. Diceva un direttore del New York Times – di cui ovviamente non ricordo il nome – che più importante di una buona penna è avere buone gambe. I blog – secondo me – anche se sono senza gambe, hanno buone orecchie. Un po’ di lavoro se proprio-proprio dobbiamo darglielo, potrebbe essere quello di spiegarle le notizie. Né darle, né commentarle.
      (Oh, sia chiaro quelli che lo vogliono, che hanno ambizioni paragiornalistiche. Personalmente mi piacciono di più i blog diari, ma è un altro discorso).
      Potrebbero insomma spiegare la realtà. Aprirla alla comprensione. E questo sì mi sembra un pezzo di lavoro che la stampa dovrebbe fare e spesso non fa. Raccontare le correnti che stanno sotto la superficie del mare.
      Perchè potrebbero farlo i blog? Beh perchè hanno la capillarità, – le orecchie. Sono tanti e sono connessi tra loro. Hanno accesso alle fonti. E non hanno problemi di filtro, nè di censura. E spiegare – secondo me – è più difficile che raccontare. Anche se meno di trovarle e darle, le notizie. Tutto questo potrebbe essere quello che tu chiami “personalizzazione comprendente”, forse.
      Faccio un esempio: Parmalat. Avrei voluto scrivere un Parmalat for dummies, cioè avrei voluto spiegare quello che è successo. Lo ammetto non ho avuto tempo nè voglia. Badate bene, che però non avevo intenzione di dire “di chi è stata la colpa…” Ma spiegare, impresa ardua e improba, ma che si può fare. E spiegare significa aprire. Cioè mettere in fila tutti i ritagli, allargarli sulla scrivania, parlare con un amico che lavora in una società di revisione, leggere i bilanci in rete e limitarsi a ripercorrere giorno dopo giorno quello che è successo.
      Altro esempio: i trentenni invisibili, che oggi affollano le pagine dei giornali.
      Ho letto qualche tempo fa un post di Candido (http://www.candido.to/blog/) che parlava in controluce degli “illusi” dalla new economy. Non i capitalisti, ma i lavoratori. Quelli che c’hanno creduto. Mi piacerebbe capire che è successo loro: non sul piano economico, ma su quello psicologico (ammetto, avrei voluto scrivere anche questo, e l’avevo pure abbozzato).
      Cioè avrei voluto chiedere a queste persone: dopo la sbornia che v’è successo?
      Che fine hanno (abbiamo) fatto quei trentenni? Domanda semplice, che meriterebbe un racconto e una spiega. E non ditemi che mancano blog che possano raccontarsi e raccontare quello che hanno visto e vissuto loro e gli amici vicini di scrivania.

      Già che ci siamo, mi ripeto pure sulle preferenze blogghistiche. A me divertono molto – molto di più – i blog che raccontano la propria vita. Anzi, ho anche scoperto come leggerli. Il metodo è quello del tiro col mortaio: a forchetta Leggete la fine di un blog, vi piace? Bene tornate indietro, andate a pagina uno dell’archivio e iniziate il romanzo della vita di questa persona nei mesi in cui ha scritto. Poi dopo averlo letto tutto, lo lasciate decantare, come il vino. Ci tornate passate un po’ di settimane e scoprite cosa è successo andando subito all’ultimo post. Ci sono novità? Bene ritornate indietro e leggete quello che avevate perso per strada. Credetemi è una goduria. Perchè qui fuori ce n’è di gente che sa scrivere. E sa scrivere anche bene – sono strad’accordo con val (http://sogliaminimadicoccole.splinder.it/) quando dice che il primo requisito di un buon blog è la qualità della scrittura. E c’è anche gente cui capitano cose straordinarie, persone che hanno vite ingarbugliate, incasinate. Leggere tutto questo – oltre a farti sentire un guardone autorizzato – spesso è appassionante. Ma ti restituisce anche pezzi di vita che tante volte nemmeno t’immagini.

    Lascia un commento