home

Leggi gli aggiornamenti in home page

16/02/2004

Forse la musica ha bisogno di più tempo

di Enrico Bianda, alle 09:15

pollock4.jpgScena prima: fine anni 50, Jackson Pollock si afferma con la sua action painting, altrimenti detta espressionismo astratto.
Scena seconda: proprio sul finire degli anni ’50 Ornette Coleman, altosassofonista texano, cominciava a maturare la sua svolta musicale, che sarebbe sfociata in uno – forse il principale – dei più grandi album di free jazz della storia.
Difatti si intitolerà “Free Jazz: Collective Improvisation By The Ornette Coleman Quartetâ€.
La copertina originale del disco è dominata dal titolo che la occupa quasi per intero; sul lato destro nel cartone pesante si apre un rettangolo che lascia vedere un particolare del quadro riprodotto all’interno: White Light, uno degli ultimi lavori di Jackson Pollock, scomparso l’11 agosto 1956.
Mi sono tornate in mente queste due situazioni, per altro solo immaginate: per semplici questioni anagrafiche non posso aver vissuto quegli anni, ho solo tra le mani il disco di Ornette con la riproduzione di Pollock al suo interno, e nella memoria i gesti del pittore che si muove leggero a piedi scalzi su una tela tesa a terra.
La scorsa estate ho finalmente potuto rivedere Ornette Coleman suonare dal vivo con un quartetto, in un magnifico ed indimenticabile concerto.

Da poco – e ne abbiamo parlato su queste colonne – mi è capitato di leggere un libro entusiasmante, Gli immortali di Giorgio Pestelli, che a pagina 7, in un pezzo intitolato (e dedicato) alla musica di Bartók, si concentra sul Concerto n.3 per pianoforte e orchestra, e, nelle prime righe scrive:
«E’ incredibile quanto l’uomo di media cultura sia ancora lontano dalla musica del Novecento; per non parlare del cinema, basta fare un confronto con le sue conoscenze in letteratura, pittura, architettura dello stesso periodo, anche nelle manifestazioni più spericolate, per rendersi conto dell’arretratezza in cui permane nel campo musicale: chi frequenta Joyce, Faulkner o Kandiskij incomincia a perdersi con Debussy e ha ancora paura di Schoenberg; anche i “classici†del secolo appena concluso sono classici solo per gli addetti ai lavori; forse la musica ha bisogno di più tempo. (…)»

ornettefree.gif Ornette Coleman è un vecchietto di settantaquattro anni, imbraccia sassofono alto (di plastica perlopiù), tromba e violino da una quarantina d’anni almeno ed ha sconquassato la storia e l’estetica del jazz. Eppure provate oggi a mettere sul piatto Free Jazz, lasciatelo girare un poco, magari tra amici e cronometrate un po’ il tempo che passa tra la prima nota e la prima imprecazione (a ridatece i coldplay…). Il disco ha quarantaquattro anni, la maggior parte di quelli che ci suonano sono passati a miglior vita, eppure ancora in pochi lo capiscono, in meno lo amano.
Il quadro di Pollock di cui parlavamo prima è un’opera d’arte riconosciuta, e a Pollock hanno dedicato anche un film (per altro nemmeno brutto). Ornette deve ancora combattere – o forse davvero non ne ha più voglia, tanto è un’icona al punto che per il suo settantesimo compleanno a festeggiarlo in un party newyorkese c’era anche Patty Smith e a cercarlo per le registrazioni ci sono Lou Reed e John Henry – e la sua musica resta per la maggioranza un oggetto del tutto sconosciuto.


  • La tag cloud del discorso di Veltroni. Noità e lavoro (supersintesi)
  • Più Berlusconi meno Veltroni, ma viceversa per i partiti
  • La casa di Quiff. Buon Natale a tutti i lettori di Webgol.it
  • Il discorso di Walter Veltroni in una tag cloud. Più noi che io, più nord che sud, Berlusconi non pervenuto.

  • Un commento al post “Forse la musica ha bisogno di più tempo”

    1. carnefresca
      febbraio 16th, 2004 13:53
      1

      veramente pure a jakson pollock ho sentito dare della ‘piastrellatura per cessi’. è che a chi prova gusto a mettersi la riproduzione della gioconda nel soggiorno bisogna dare la riproduzione della gioconda nel soggiorno. è che la modernità in realtà non è altro che un rumore di fondo che nemmeno ci accorgiamo di percepire nell’universo. e si, ci vuole tempo, tutto il tempo.
      gli sfondi sfumati di leonardo non lo sanno nemmeno quanto sono ‘jazz’.
      i dischi migliori li cominci a capire al terzo ascolto, il tempo fisiologico che qualcosa dentro faccia ‘crack’.

    Lascia un commento