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07/02/2004

Dress sexy at my funeral

di Michaela Barilari, alle 15:16

Bill Callahan Bill Callahan, poeta e cantautore, alias Smog, a dispetto della musica cupa e sofferente che scrive è anche uno che non si prende troppo sul serio.
Quando gli hanno chiesto il perché del nome del progetto musicale, lui ha risposto con noncuranza che un motivo vero e proprio non c’era. Lo ha ispirato Jello Biafra, cantante dei Dead Kennedys, che in un’intervista ha detto che “smog” è il sapore di “jello”.
E per capire che sapore abbia Smog bisogna ascoltarlo.
Un sapore un po’ acre e un po’ amaro, illanguidito da una malinconia sottile, accompagnato da un sarcasmo gentile: è il sapore che rimane dopo aver ascoltato Dress sexy at my funeral.
Da uno così non te lo aspetteresti, invece è una canzone d’amore. La santità della famiglia americana, amata e dunque dissacrata.
Con voce calda e appena roca, tra il noncurante e il disperato, un po’ Lou Reed e un po’ Leonard Cohen, Bill Callahan srotola con voluta monotonia le strofe della sua ballata. Le parole, scarne, essenziali, con pochi tratti dipingono la scena.
Certo, è una storia d’amore particolare.
Intanto chi racconta è morto. Cose che a volte capitano.

E da morto il nostro eroe si toglie la soddisfazione di dire a quella che è stata la sua brava moglie «vestiti sexy il giorno del mio funerale». Dress sexy at my funeral, my good wife. Una cosa romantica, vero?
Poi però aggiunge «vestiti sexy per la prima volta nella tua vita». Sarà che è bello disteso nella sua bara, una posizione che non ti rende incline alla diplomazia, ma il caro estinto non si lascia sfiorare da alcun dubbio. Forse insomma la signora non è così contenta di sentirsi implicitamente rimproverare di non avergli mai suscitato un fremito.
Ma tant’è: è morto e si può finalmente permettere il lusso di dire quello che pensa. Al massimo, come cantava Fabrizio De André, quando lo manderanno al diavolo all’inferno ci sarà già.
Protetto dalla sua olimpica orizzontalità osa addirittura consigli di seduzione, «apriti la camicetta fino a lì, lo spacco sulla gonna fin qua», dimostrando di avere una scarsissima conoscenza dei rudimenti di psicologia femminile. Notoriamente le signore sono molto restie ad accettare consigli sul loro abbigliamento, soprattutto se questi consigli vengono dal marito.
Il tuo funerale non è una scusa adeguata, caro, non insistere.
Ma lui, si sa, è morto e si considera al riparo da qualunque rimprovero. E ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

«Fai l’occhiolino al prete, manda baci ai miei addolorati fratelli».
Il prete, quell’imbecille bigotto, e i fratelli, quelli che non gli sono mai stati troppo simpatici, quelli che la sua signora la guardavano ridacchiando, magari chiedendosi cosa ci trovasse in una così.
Sembra di averli davanti, quei fratelli, con le facce stravolte di chi guarda una persona come se la guardasse per la prima volta e si accorge in tanti anni di non averla mai guardata davvero.
E allora al morto viene in mente un’idea geniale, l’ultimo sberleffo alla grigia e ipocrita cerchia di parenti, chiusa nella rigida convenzione del suo dolore. Morbida di malinconica dolcezza come un’ultima carezza arriva la richiesta di complicità dell’uomo a quella sua brava moglie, che lo ha già perdonato per la sua indelicatezza. A quella donna innamorata, solare e spiritosa, perché lo aiuti a farsi una bella risata di fronte alla morte.
Nessun lamento, nessun ricordo triste, nessuna lacrima. Di fronte all’assemblea nerovestita che recita la sua afflizione, quale migliore omelia del ricordo appassionato delle loro notti d’amore sulla spiaggia?
«Raccontagli di quando lo abbiamo fatto sulla spiaggia, alla luce dei fuochi d’artificio».
Il tono di voce di Bill Callahan si fa se possibile ancora più intenso, suggerendo una ritrovata intimità tra l’uomo che se ne sta andando e la donna a cui non rimane altra scelta se non quella di sopravvivergli.
Nel ricordare gli antichi amplessi la canzone si accende di tenerezza, verso le cose che sono state, verso quelle che non saranno più. Come se questa “prima volta nella vita” avesse aperto il sipario su felicità solo intraviste e inevitabilmente impossibili.
Come quella volta che hanno fatto l’amore sui binari, con i sassolini che si conficcavano nella schiena, o nel retro di un bar affollato.
«O su questa stessa tomba dove ora riposo».


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  • 3 Commenti al post “Dress sexy at my funeral”

    1. Alessandra
      febbraio 7th, 2004 18:35
      1

      ah, quanto mi piace questa canzone. :)

    2. Antonio
      febbraio 7th, 2004 19:46
      2

      Altro che sole-cuore-amore… se può dì? Questa è la canzone d’amore che ha definitivamente ucciso la canzoni d’amore. (vabbè, diciamo tramortito)

    3. carnefresca
      febbraio 7th, 2004 23:19
      3

      la canta con una voce che ti scava nello stomaco…

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