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02/02/2004

Nick Drake al nostro matrimonio

di Daniela Amenta, alle 08:00

drake.jpg
La musica sarĂ  per sempre legata alla domenica mattina. La mia, almeno.
C’era da percorrere viale Marconi, l’unica strada di Roma che racchiude un intero quartiere senza nome. C’era da camminare sotto certi raggi d’estate feroci come chiodi incandescenti, e ripararsi sotto le tendine a sbuffo dei negozi quando pioveva. C’era da marciare, tre chilometri di viale Marconi, quasi di corsa, con un’ansia e un’adrenalina che neppure allo stadio mi prende così. Quella voglia di arrivare subito alla fine, di essere lì. Lì era il tunnel che separa il quartiere senza nome da Porta Portese.
Lì è già qui, ora. E qui la domenica mattina si vendono i dischi usati.

Sono stati i miei primi dischi, comprati alla cieca dai pusher di vinile, come li chiamavano noi pischelli.
I pusher arrivavano con le buste delle discoteche piĂą incredibili del mondo, buste rosse di Hong Kong e a strisce blu della Londra swingante e poppettara, e buste nere della New York folky e occhialuta, certamente ebrea che beveva sidro di mele e fumava sigarette al mentolo.
I pusher avevano facce esperte da freak e tenevano le buste in mano. C’era da arrampicarsi sulla punta dei piedi per guardarci dentro, passare con le dita velocemente la costola dei dischi, passare le dita perché la musica è anche tatto. Quando Eno disse che la musica era architettura compressa di suoni, capii e sorrisi. E quindi m’arrampicavo e toccavo, guardavo, valutavo con gli altri pischelli mentre i pusher se la ridevano. Che eravamo alle prese con un miliardo di titoli e due lire in tasca e il dolore estremo della selezione epocale: individuare l’album dell’isola deserta, quello per sempre, della vita.
E poche idee, e zero sapere, e tante volte scegliemmo per un’assonanza, una copertina.

Così il primo disco fu Bowie con gli occhi cangianti, neppure avevo lo stereo, ma bisognava pur cominciare. E scelsi per estetica.
Il pusher disse: «controlla che non sia rigato».
Lo sfilai della mutanda di carta bianca, lo tenni tra le mani e sotto il cielo.
Esattamente tra le mani, senza poggiare le dita sulla plastica nera come se io fossi il re del mondo e stessi analizzando un asteroide.
Il pusher, che aveva occhi azzurri come gli infissi della Grecia e i capelli rossi spiccicati a quelli di Pippi Calzelunghe, osservò.
Commentò: «siamo esperti, eh?».
Annuii. Avevo 12 anni e il cuore nelle orecchie, per il mio primo disco. Me lo incartò tra i fogli di un giornale. Ripercorsi viale Marconi, verso casa, con la sensazione precisa di essere diventata, di colpo, adulta.
Altro che baci, altro che sesso.
Bowie me l’ero scelto, l’avevo soppesato. L’unico elemento casuale poteva riguardare il contenuto. Ma per quello, c’era tempo. Bowie rimase incartato come un’icona, con la carta di giornale fermata agli angoli da due grosse orecchie. La domenica ero di nuovo lì, e pure quella dopo, e per tutte quelle che arrivarono per i successivi tre anni.

drake.jpgIl pusher Mariuccio fu il mio guru, e il maestro, il Don Juan del rockenroll.
«Ma lo sai che cos’è Woodstock, pischè?».
Racconta Mariuccio. E Mariuccio raccontava di palchi e decibel e di chitarre. E di quella chitarra, soprattutto.
«Lui si chiama Jimi, con una emme, ripeti. Ma può esse che non l’hai mai ascoltato? Ma non ce l’hai un fratello più grande? Ma guarda, guarda, siete uguali voi due. Ti battezzo come Jimetta».
Ero Jimetta e il rock era roba mia, ero la sorella di Hendrix e l’allieva prediletta di Mariuccio. La musica arrivò così, per parentele impreviste, suggellate sotto il tunnel di Porta Portese. Fu così e poi nulla fu più uguale.
Quando ascoltai “Voodoo Chile” mi venne la febbre.
Era sangue del mio sangue, roba di viscere e furore scritta da mio fratello. Ero la predestinata, quindi.
Ebbi altri attacchi, a seguire, a metĂ  tra la rosolia e il delirio, con la fronte che scottava per gli Zeppelin, i Pink Floyd, gli Who, i Kinks.
Mariuccio si aprì un negozio in provincia e sparì. Prima, l’ultima consegna.
Anzi, il primo, unico, prezioso regalo: “Bryter layter”, con la foto di un tipo senza scarpe e una chitarra in braccio.
«Ti consegno questo Jimetta, ascoltalo con attenzione. Quando cresci ci sposeremo e metteremo una canzone al nostro matrimonio».

La canzone era “At the chime of a city clock”, Mariuccio? E tu eri il cugino di Nick Drake? Ogni tanto mi ritorni in mente. E quel disco si chiude con Sunday.
SarĂ  di domenica che ci ritroveremo. Tu con le buste inglesi, io in punta di piedi.
SarĂ  di domenica che mi verrĂ  di nuovo la febbre per un assolo, una melodia tristissima, per un uomo coi capelli spiccicati a quelli di Pippi Calzelunghe.

“When the light of the city falls
You fly to the city walls
Take off with your bride.
But at the chime of a city clock”


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  • 7 Commenti al post “Nick Drake al nostro matrimonio”

    1. Zu
      febbraio 2nd, 2004 09:21
      1

      Bryter Layter! Ne ho appena ricevuta copia in regalo da un amico di Bolzano. Il primo contatto con il delicato genio del draghetto avvenne tramite una cover dei Carnival of Fools (ex gruppo di Joe, come si faceva chiamare allora Mauro Giovanardi, il cantante dei La Crus).

    2. gomitolo
      febbraio 2nd, 2004 10:41
      2

      commuoversi di prima mattina. a casa. dopo giorni folli e deliranti. grazie per avergli dato questo spazio, Antonio. e ggrazie a te, come e piĂą di sempre, Da’.

    3. MassimoSdC
      febbraio 2nd, 2004 12:07
      3

      Una reazione simile fu quella che il commesso del negozio di dischi ebbe quando acquistai il mio primo disco (avevo 14 anni?): “The man machine” dei Kraftwerk.

    4. Carnefresca
      febbraio 2nd, 2004 13:38
      4

      il primo disco è un battesimo che segna una predestinazione. grazie per la conferma daniè :-)

    5. Antonio
      febbraio 2nd, 2004 17:53
      5

      Mariuccio nemmeno lo sa il bene che ha fatto. Gli andrebbe detto. Una menzione d’onore o un cavalierato sarebbe appena sufficente.

    6. Daniela
      febbraio 2nd, 2004 19:45
      6

      mariuccio avrĂ  perso tutti i rossi capelli e ora s’ascolta lucio dalla. un disastro. ;) (inchino)

    7. Ettorre (G.)
      febbraio 7th, 2004 00:45
      7

      Fruit Tree e’ un cofanetto imperdibile … pink moon … black dog … canzoni di una bellezza struggente anche se pervase di malinconia e tristezza.

      E’ un peccato che Nick Drake sia sempre stato poco valorizzato.

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