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Post scritti nel febbraio, 2004

29/02/2004

Soundblox

di Antonio Sofi, alle 18:04

A proposito di tracce, ho montato su webgol un soundblox. Che cos’è un soundblox? Con le parole di Laszlo, il suo sviluppatore: «SoundBlox is an MP3 audio playing Internet application that can be embedded into a personal blog template or Web page, and displayed in any modern Web browser.»
Insomma un lettore mp3 online, per farla breve. Le istruzioni per montarlo sono sempre in questa pagina (oppure date un’occhiata qui o qui).
Insomma un altro (inutile?) affarino mangia-spazio-web.
Per aprirlo basta cliccare qui o dall’apposito link nella colonna qui a fianco. Basta cliccare su “playlist” e poi sulla canzone scelta.

Visto che non abbiamo voglia di utilizzarlo inserendo mp3 in commercio, non si sa mai, ora ci sono solo alcune musichine di default (“Rockotronica”, “Experimental Electronic”, e addirittura tre “Historic Speech”: da Martin Luther King “I Have a Dream” ad un discorso di John Fitzgerald Kennedy), e pensavamo di usarlo, appunto, per digitalizzare e rendere ascoltabili alcune vecchie canzoni dei vecchi gruppi miei e di Enrico (il quale non è molto d’accordo: ma cercherò un infame colpo di mano). Giusto un tassellino musicale di piccole vecchie storie di garage band, se ci riusciamo.

In piĂą, se c’è qualcuno che legge (blogger o meno) e vuole segnalare sue canzoni da fare ascoltare, le mettiamo su nel soundblox, fino ad esaurimento spazio web, e tema, e magari scriviamo anche due paroline. Servizio completo: recensione, ascolto, eventuale feedbecche.
Io qualcuno in mente giĂ  ce l’ho.

29/02/2004

Want to play punk?

di Antonio Sofi, alle 16:21

punkomatic.jpg
Due segnalazioni che legano il punk, o quello che ne rimane, con internet.

– Per chi ha sempre sognato di suonare in una band caciarona, questo è il modo piĂą semplice: Punk-O-Matic (Flash – 2.95 Mb)
(via Giavasan)

Narthex, a small story from the days of punk.
Questa è invece la storia di una punk band attiva dalle parti di Philadelphia, dal 1980 al 1983, tra cambi di nome, problemi di formazione, di strumenti, e di trasferte avventurose.
«There’s a million stories out there in the eternal city of vans and station wagons, soundchecks and set lists, beer puddles and all-night diners, tedious time-killing and those fleetingly fantastic moments onstage. Hopefully, everyone’s story will be told and preserved somewhere out here in the digital stew.»
In digitale, scaricabili, 14 tracce.
Tracce, in quanto segni di un passato, e di un passaggio, seppur minimo, in questo caso, è la parola giusta.

27/02/2004

Musica per le mie orecchie (ovvero live vs mp3)

di Antonio Sofi, alle 17:13

Un paio di giorni fa, accennavamo ad alcune questioni legate alla musica digitale. L’argomento mi pare centrale. Ragionando sulla musica e dintorni, impossibile prescindere completamente dal contesto, dagli strumenti, dai canali attraverso cui la musica è fruita e ascoltata.

Nel post, si accennava ad un possibile doppio binario di fronte al quale si trova oggi, e si troverĂ  sempre piĂą in futuro, l’industria musicale. Banalizzando (e i piĂą esperti di me mi correggeranno): da una parte la musica registrata, attraverso il supporto dei cd, e, sempre piĂą, dell’mp3, dall’altra la musica live, esperienza sonora unica e irriproducibile.
Low Res, nei commenti a quel post, aggiungeva: «[…]molti gruppi e artisti guadagnano di piĂą con i concerti live che con le vendite dei dischi. Quindi quello della pirateria musicale è un falso problema. In un certo senso si torna alle origini: la musica vera si vive “dal vivo”, dal palco. Mentre la musica registrata è soltanto un passaggio intermedio, che serve a rinforzare l’esperienza.»

Si ripropone, in un certo senso, una nuova valenza del confronto tra analogico e digitale, se anche si pensa che, in questo caso, anzi nel piĂą ottimistico dei casi, non si potrĂ  prescindere da una musica registrata che passerĂ  anche dal web, nel momento in cui le major discografiche smetteranno la via del terrore, e cercheranno nuove modalitĂ  per integrarsi con le nuove tecnologie legate ad internet, dal peer-to-peer in poi.

Ma oltre un problema di opportunitĂ , di diritto e di copyright, di politiche commerciali, c’è anche un risvolto relativo alla qualitĂ  del suono digitale.

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26/02/2004

Note stonate

di Antonio Montanaro, alle 17:27

pianomani, foto di as, mani di ebFumo, tanto fumo. D’altronde pare che l’accoppiata musica-tabacco sia imprescindibile. Per un ogni locale jazz che si rispetti. «Attenzione, però dipende anche dal whisky che hanno in riserva: le note prendono tutto un altro aspetto». Gianfri è un esteta della musica. E’ lui che mi accompagna nelle scorribande notturne, ovunque ci sia un piano, un contrabbasso, una chitarra, una batteria a suonare.
SarĂ , ma a me il whisky non piace. Ci ho preso una sbronza a dodici anni – infanzia difficile – e da allora se solo sento l’odore mi ritrovo in un cesso a vomitare. Ho smesso pure di fumare. Allora? Non dovrei apprezzare il jazz? Stronzate.
Certo che se fumassero di meno in questa bettola dal soffitto troppo basso sarebbe meglio. Ma la musica è musica. E va ascoltata, gustata, metabolizzata. A prescindere, avrebbe detto Totò, jazzista della risata.
E poi che vuoi che sia un po’ di fumo. Se solo funzionassero gli areatori. Lo so, non siamo al Blue Note, né in uno di quei grossi locali tanto pubblicizzati dai giornali. Lì ci trovi i nomi importanti, i Paolo Fresu, i Roberto Gatto, i Pat Metheny, i Chick Corea, i Jack DeJohnette. «E ci trovi pure il Lagavulin». Gianfri, fanculo tu e il tuo whisky.
Qui, invece, le pareti sono scrostate, ingiallite, ricoperte di volti in bianco e nero: Chet, Miles, Luis, Bill, Wes, Ella, Billie. E sul palco, piccolo, in fondo alla sala, una cantante, cicciottella, pallida. Con un gran petto che scolla la scollatura. Fino a renderla pericolante, precaria. Una chitarra e un chitarrista magro, pensieroso, quasi assente. Un giovincello rapato a zero, muscoloso, aggrappato ad un contrabbasso. E un piano, nero, a coda, suonato da un uomo barbuto e canuto, con la sigaretta costantemente accesa.

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25/02/2004

Sono un istrione

di Enrico Bianda, alle 22:03

Ovvero: perché Charles Aznavour ti deve spaccare il cuore in mille pezzi

aznavour1.jpgQuando Aznavour finge di fare il verso a Frank Sinatra è irresistibile. Ascoltatelo in una perla di swing come Toi et tes yeux d’enfants: si balla, si sorride, ma resta una vena di malinconia che ti entra dentro come una lama fine da pescatore norvegese.
Ed è questa la vena dominante della canzone francese dei maestri della canzone intimista. Si sorride, oggi, al pensiero di queste canzoni d’amore, ma non passano insensibili ai nostri ardori e alle nostre passioni. Si incuneano sicure della strada che trovano nelle nostre emozioni: ci raccontano con freschezza – vista l’età – di storie d’amore sul filo del rasoio…
Lì lì per esplodere, lì lì per restare da soli, con un gesto riparatore arrivato in ritardo, con una frase non detta e un sapore amaro in bocca. Sarà un percorso particolare, sarà la memoria di un padre che teneva un vecchio 45 giri in un cassetto, quasi nascosto per un pudore sorprendente, ma se ascolto Reste, una canzone scritta nel 1962, mi domando davvero come possa essere possibile resistere a questo inno sentimental-intimista-disperato-categorico.
Poche parole, tutte al posto giusto, ideale per muovere leggermente la testa a tempo di gondola tentennante, un po’ crooner maledetto un po’ ammiccante consapevole in punta di piedi. Si inanellano allora i pezzi di questa storia che si racconta ammirevolmente, tra pezzi di vita che passano veloci e un Que c’est triste Venise sentita una volta al telefono dalla casa di un amico.
Aznavour è un po’ come ascoltare Jacques Brel mentre si ama ricambiati (Brel al contrario impone l’abbandono, fisico e spirituale, non lascia scampo). Riascoltare Aznavour dopo, alla memoria diciamo, non può che spezzarti il cuore in mille pezzi, perché un po’ ti penti di quello che non hai fatto, un po’ ti ripassa tutto dentro la testa, veloce, e hai voglia di prendere il motorello, e attraversare la città dove vivi al buio, per i viali sgombri, magari in un inizio di primavera o con il profumo dei tigli a maggio.

25/02/2004

La musica è mia e la remixa chi voglio io

di Antonio Sofi, alle 13:27

Riporto quanto scritto da Ziccardi, che mi sembra molto interessante:
«Gli antefatti: tale DJ Danger Mouse pubblica un disco dal titolo The Grey Album, nome ideale per raccogliere ciò che è un remix del Black Album di Jay-Z e del White Album dei Beatles. Si tratta di una operazione di remix dei brani che DJ Danger Mouse effettua senza alcun permesso. L’esito di questo remix senza permesso viene considerato “arte illegale”. Il 24 febbraio, in rete, viene celebrato il Grey Tuesday, una giornata organizzata da molti musicisti e gestori di siti web per protestare contro la guerra legale che si è sollevata contro il Grey Album: l’azione di protesta consiste, come è abitudine in Internet, nel postare e mettere a disposizione l’album su più siti possibili in Rete. »
Continua a leggere il resoconto completo su Ziccardi.org

Il giorno dopo il risultato della “historic online protest“?
“The Grey Tuesday protest was simply amazing. Yesterday, approximately 170 sites hosted a full copy of the Grey Album” che dicono gli organizzatori “honors both the Beatles and Jay-Z”.

Non vi convince? Pensate che comunque avrebbe dovuto chiedere il permesso? Forse avete ragione. Ma il problema non è così semplice come sembra.

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25/02/2004

Eufnbowqifbowqebfroqfqfqwffqw

di Antonio Sofi, alle 12:00

champagne.gif Se non fosse stato per Quarky che, con santa e ammirevole pazienza, una vera opera di archeologia blog, ha stilato una lista dei primi post di alcuni blog, non mi sarei accorto che webgol ha compiuto da alcuni giorni il suo genetliaco. Compleanno insomma. Il primo post è datato 17 Febbraio 2003 ed riporta queste argute parole “Eufnbowqifbowqebfroqfqfqwffqw“.
Quello che si chiama un buon inizio, insomma.

[per sapere il perchè di questo inizio nei commenti di quarky, altrimenti basta un “auguri” senza ridere troppo]

24/02/2004

Shareware music

di Antonio Sofi, alle 13:30

Le nuove tecnologie digitali, interagendo con l’ambiente internet, hanno cambiato radicalmente il modo di fruire la musica, portando con sé anche una serie di problemi che rimangono in parte irrisolti. Che la musica non possa essere completamente gratuita è una ovvietà che nessuno può mettere in discussione. Ma che invece di cercare di trovare il modo di integrarsi con le nuove tecnologie diffuse e non limitabili, si attuino strategie difensive, basate sul terrore è tutt’altra questione.

Giovanni Ziccardi, uno dei maggiori esperti italiani in materia, cura un bel blog, che ho scoperto da poco, e che consiglio vivamente a chi voglia farsi una idea sensata su questi argomenti.
Ziccardi, ier l’altro, segnalando l’accordo tra l’FBI e produttori di Hollywood per mettere un “warning label” su cd, dvd, software (nonchè una dichiarazione del genere “la pirateria è la terza prioritĂ  contro i crimini informatici subito dopo il terrorismo ed il controspionaggio”), argomenta con passione sull’efficacia di tali strategie del terrore.

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23/02/2004

Tra il Televideo e un saggio d’attualitĂ 

di Antonio Sofi, alle 12:58

Nicola, nei commenti a questo post scrive: «quanto s’incazzano quelli che intervisti quando riassumi il loro pensiero e lo semplifichi. vagli a spiegare che il giorno dopo il giornale serve a incartare le uova, e un servizio in tv diventa una cassetta da riciclo. la mia opinione è che i blog non facciano informazione, almeno qui da noi. (…) (non mi ricordo una notizia corposa tirata fuori da un blog italiano, e non è mica una colpa)».
Visto che siamo in un blog e posso permettermi di lasciar scorrere un po’ di parole e pensieri in libertà, senza l’assillo delle precisione accademica, lo faccio e mi perdonerete. L’ho diviso in capitoletti che indicano il punto esatto in cui vi dovete ridestare dall’abbiocco e continuare a leggere.
Dopo torniamo alla musica.

Non solo scoop.
L’equazione i blog non fanno informazione regge finché pensiamo alla notiziabilità giornalistica come valore puntuale legato alla semplice novità dell’evento. I blog, da questo punto di vista, non possono reggere il confronto con le organizzazioni editoriali, che hanno risorse umane e economiche per soddisfare la domanda di continuo aggiornamento informativo. Ma i processi giornalistici non si esauriscono nella semplice produzione di news, cioè di novità, di notizie che hanno la caratteristica dell’appena-accaduto. Il punto è che il giornalismo non è solo scoop, è anche qualcos’altro.
Una delle tendenze che più caratterizzano il giornalismo moderno è la velocizzazione. Le nuove tecnologie (ma non solo) hanno letteralmente creato una domanda di informazione aggiornata che prima non esisteva. Tutto si deve sapere subito, immediatamente, senza dilazioni di tempo o di riflessione. Quindi accade che in una unità tempo determinata ora sono disponibili più notizie, e che queste notizie sono sempre più, per ovvie ragioni e con le ovvie eccezioni, poco approfondite, adatte ad essere ingoiate e metabolizzate in fretta, che ti permettono di stare nel presente, ma che domani ti serviranno a poco. Una enorme mole di informazione aggiornata che deperisce in fretta.

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20/02/2004

Copiate e divulgate

di Antonio Sofi, alle 20:54

Dice un’anonima giormalista, amica di gg, a proposito di divulgazione (che, per inciso, riguarda intrinsecamente la complessitĂ , altrimenti non sarebbe divulgazione)
«[…] quasi mai chi è “dentro” la complessitĂ  approva le semplificazioni necessarie a comunicarla.»
Difficile non essere d’accordo. Lo scrivo da amante della difficile, difficilissima, arte della divulgazione. Ma forse semplificazione è termine ambiguo. Che può essere confuso con l’uso indiscriminato di tipizzazioni banalizzanti(internet=pedofilia/perversione/hacker, ecc. ecc.), o con la semplice accessibilitĂ  del linguaggio utilizzato, che spesso poco c’entra.
Divulgazione è invece quando la complessità non solo diventa semplice, ma anche densa, e pregnante. Divulgazione è densificazione pregnante di un universo espanso. E solitamente incasinato.

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20/02/2004

Preferisco il rumore dei solchi

di Enrico Bianda, alle 20:00

queen.jpg Giugno 1986. Riccione, gita scolastica delle quarte medie.
Piove, come avrebbe sempre fatto da li alla quarta liceo, con l’ultima attesissima gita a Barcellona. Pomeriggio libero: due le scelte. Gita in carrozzella coperta, due posti sotto tendalini alternativamente rossi o blu. Per riconoscersi. Oppure passeggiata sul lungo mare saltando la risacca. Alternativa romantica, ma la carrozzella nascondeva una minaccia pesante: la competizione tra maschi per la ragazza piĂą carina. Opzione stancante, e persa in partenza.
Si va a cercare dischi, giĂ  allora occupazione preferita da me e altri due amici, con i quali condividevo il sogno dei Frozen Feet, formazione underground di rock alternativo a tutto: scuola, amiche, letture, genitori. Si sa che è uscito l’ultimo degli Smiths. Lo aspettiamo da qualche mese, letta la recensione su Rockstar. Rientriamo con due album appogiati nel cestino del carretto con la cappotta gialla (niente ragazza, niente carrello rosso/blu! era stata la sentenza dell’omino delle biciclette): The Queen is Dead, degli Smiths, e una scommessa, The Drum is Everything, di Carmel. Ma il ricordo piĂą tenero, e qui mi sbilancio, è la sensazione di smarrimento una volta rientrati nella camera: non c’è il giradischi!
Riuscimmo a fare un giro dei negozi e dei bar della zona alla ricerca disperata di un impianto dove poter ascoltare il disco degli Smiths. Finimmo con il guardare i solchi in controluce e a leggere i testi delle canzoni. Ma niente musica per una settimana. Solo il silenzio dei solchi.
Quello fu il primo ascolto di The Queen is Dead.

[Dal vecchio webgol, agosto 2003]

19/02/2004

Mancano solo i campanacci ed è perfetto

di Antonio Sofi, alle 20:08

Non so se avete visto lo spot promozionale del 54° Festival di Sanremo in onda in questi giorni sui canali delle reti pubbliche. Beh, c’è Simona Ventura davanti ad un microfono che canta, stonata come una campana, e sensuale uguale. L’unico caso di promo che sembra far pubblicità alla controprogrammazione.

18/02/2004

Parental advisory: explicit lyrics

di Carnefresca, alle 11:21

tipperprince4.jpgMe ne sono fatta una ragione io quindi deve per forza essersene fatto una ragione lui.
Voglio dire, tra tutte le donne che deve aver incontrato Prince, The Artist Formerly Known As Prince, ovverosia 0{+>, ovverosia di nuovo Prince, quella che maggiormente ha lasciato il segno, se non nella sua biografia almeno nella storia del rock, risponde al nome di Tipper Gore. ‘Gore‘ nel senso di moglie di Al Gore.
E dove potè Tipper Gore non poterono nè Courtney Love nè Pamela Anderson nè Nancy Spud: senza commettere nemmeno adulterio o fumarsi uno spinello ha lasciato un segno inequivocabile su tutta la produzione rock dal 1985 ad oggi: un adesivo. E una scritta che ormai è slogan: parental advisory, explicit lyrics.

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17/02/2004

Ti spezzo la lacca

di Antonio Sofi, alle 19:33

Da una intervista di Antonio Dipollina a Roberto Vecchioni su Venerdì di Repubblica del 6 Febbraio, tra le tante banalitĂ , un aneddoto fulminante sull’invidia tra uomini di passione.

Ma quella volta, circa trent’anni fa, lei ascoltò davvero Rimmel di De Gregori e, alla fine, lanciò il disco dalla finestra?
«Verissimo. Poi andai a recuperarlo. Era un capolavoro, lui era giovane e vendeva molto. Anch’io facevo capolavori, ero meno giovane e vendevo meno.»
Pura invidia.
«Siamo così. Una sera venne a cena da me De Andrè, avevo una lacca con l’incisione di Sestri Levante. Lui l’ascoltò, poi la prese e la spezzò in due.»

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17/02/2004

Benvenuti all’Ipercoppe

di Antonio Sofi, alle 11:11

iodoppiofin.jpg Non c’entra niente con il tema del mese, ma quando un link scappa scappa.
Ci sono dei ragazzi livornesi (Paolo Ruffini e altri) che doppiano in dialetto i film famosi. Solo due voci (“io e ciccetto“), qualitĂ  analogica e master registrati con duplicazione tra due registratori, sempre “buona la prima”, quindi risate, sbagli, incertezze tutto compreso. Quel tipo di comicitĂ  che è allegro cazzeggio estemporaneo, che proviene direttamente da quei rari momenti di grazia ridarola tra amici. Quello che se, finito il magic moment, ci vai giĂą di spatola e cesello per sgrezzarla, semplicemente, non fa piĂą ridere.

Qua di seguito ci sta lo spezzone piĂą divertente, il titolo è “007 all’ipercoop“.
Io manca poco cadessi dalla sedia, dalle risate.

Bonus Track
[Invece, in questo filmatino dal titolo “Le ultime parole di Braveheart“, lo so che sembra incredibile, ci sta Emmebi, livornese, colto in un momento di tensione durante la trasmissione radio che fino a poco tempo fa conduceva su Radio Due insieme a Luca Sofri. Pisano.]