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26/01/2004

Blue Velvet

di Enrico Bianda, alle 16:21

Ovvero, di un apprendistato musicale

Vinile, di a.s. Come sempre accade il primo ricordo è legato ad un odore, che poi nel tempo avrei imparato ad amare e a riconoscere: il cartone delle copertine dei dischi in vinile. Un profumo inconfondibile, proprio dei negozi santuario che possiamo frequentare in un pellegrinaggio continuo e devoto, da New York, in particolare nei pressi di Washington Square (all’entrata di uno di questi templi un cartello ammonisce per la presenza di un gatto che comodamente se ne sta sdraiato sulle casse di vinile) oppure lo storico Colony Record & Tape Center sulla Broadway verso Time Square, a Londra il Ray’s Jazz Shop in Shaftesbury Ave. La commozione poi arriva quando i dischi comprati in questi negozi alloggiano con il loro inconfondibile profumo nei nostri scaffali: da loro emana un’aura suggestiva, alla faccia di Benjamin…

Ma torniamo indietro – questi ricordi appartengono in realtĂ  all’etĂ  consapevole del consumo musicale. Ma se mi guardo alle spalle intravedo un piccolo negozio, con una consunta moquette rossa, stava lungo una ripida salita nella cittĂ  vecchia di Locarno, dove in parte sono cresciuto. Si chiamava, mi pare, Blue Velvet, e piĂą che un negozio di dischi sembrava un salotto disastrato dove passare i pomeriggi seduti su poltrone che all’epoca avevano tutta l’aria di averne viste parecchie. Il Blue Velvet era frequentato in particolare dalla ristretta cerchia di dark, punk e metallari che all’epoca abitavano le stradine della cittĂ . Pochi, come detto, e parecchio mal visti dalla comunitĂ  locale. Ora, il fatto è che in questo negozio si potevano trovare dischi che altrove non era possibile nemmeno ordinare. Nella migliore delle ipotesi il commesso sbarellava e con gli occhioni all’improvviso appannati ti diceva che no, al momento non era possibile reperire il distributore (non c’erano, è vero i compiuter).

E quindi non restava che affrontare gli sguardi scettici quando non aggressivi degli abitanti del Velvet, abbassare la testa, ficcare le dita tra i dischi sistemati in prospetto e passare di lettera in lettera, impilare i vari Del Amitri primo disco, Durutti Column qualsiasi cosa si trovasse, Dinosaurs Jr. e Hüsker Dü o Godfathers e altre amenità dell’epoca. Poi respirando piano e con lo sguardo basso avvicinarsi alla cassa sperando di non aver nel frattempo maturato qualche interrogativo da sottoporre ad uno dei commessi. Che non capivano quale relazione potesse esserci tra i pantaloni di velluto marrone e cappotto con Clarks e la musica che si teneva in mano: in sintesi era una lotta senza quartiere tra appartenenze e apparenze, simboli e – diremmo oggi – consumo culturale. Ma poi, dopo un breve cenno del capo a mo’ di saluto a Lampadina (c’aveva il cranio rasato, molti orecchini e l’eskimo fisso) si tornava a casa e finalmente, nel caldo accogliente della borghesia locale alla quale appartenevamo si mettevano sul piatto i dischi tutti da scoprire.

Vinile, di a.s.Un negozio, le scoperte musicali, un consumo quasi eversivo e selvaggio della musica (ai Venom in ascolto saltuario accostavo Kid Ory e Gerry Mulligan), la costruzione, credo, di una consapevolezza musicale che oggi sostanzialmente mi ingabbia – ma ne sono felice – in un ascolto maniacale della mia musica.
Ecco. Io ero quello, sono stato anche altro musicalmente parlando, sono ancora qualcosa di diverso, e chissà che cosa diverrò tra qualche anno.
La questione è che tutto questo percorso può essere raccontato attraverso i miei ascolti: quei dischi stanno ancora ben sistemati negli scaffali della casa della mia famiglia. Basta ogni tanto darci un’occhiata e ripercorrere questi sentieri passionali.
Così faremo in questo mese dedicato alla musica, con Blue Velvet, raccoglieremo i ricordi, le riflessioni, i percorsi trasversali, tutti privati e macchinosi, che porteranno qualcuno magari ad associare Camus con gli Echo and the Bunnymen che suonano in una piazza fiorentina negli anni ’80, oppure a raccontare la vita di Woody Shaw, maestro jazz e tromba indimenticabile, attraverso le vicissitudini da romanzo esistenziale che è stata la sua vita…


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  • 4 Commenti al post “Blue Velvet”

    1. fringe
      gennaio 26th, 2004 21:08
      1

      Ho 1000 dischi in vinile.
      Condivido i tuoi ricordi con un po’ di malinconia ora che siamo ai tempi del peer to peer.

    2. MassimoSdC
      gennaio 26th, 2004 22:11
      2

      Belle le foto. In tema di vinile, mi vengono in mente i “78 giri” e quelli colorati (ne ricordo in particolare uno rosso, ma di chi era, questo no, non lo ricordo). M.

    3. Carnefresca
      gennaio 26th, 2004 22:32
      3

      grazie al vinile mia madre ha potuto farmi sentire ‘ruby tuesday’ non solo nel 45giri originale ma anche nello stesso mangiadischi con cui la ascoltava con mio padre. per me rimane qualcosa di superiore, non ho mai avuto per le cassette e così per i cd rom la considerazione che ho per i miei vinili. e anche io avevo un negozio del cuore (orecchio?)pieno di gente travestita da rockstar. il primo disco che mi comprai da sola era una collection dei doors, per ordinarlo ho impostato la voce e prima di entrare avevo curato il vestito. tempi…

    4. Antonio
      gennaio 27th, 2004 00:19
      4

      l’ultimo vinile che ho comprato è questo Montecristo di Vecchioni, copertina di Andrea Pazienza e praticamente solo per la copertina di Paz.

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