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15/12/2003

La memoria dei luoghi

di Antonio Sofi, alle 19:18

(Dei tre miracoli e di come i non luoghi diventano luoghi – segue dai giorni scorsi)

Tallin, Estonia, quartiere russo

Tallin, quartiere russo, Antonio Sofi, Novembre 2003I nonluoghi sono il prodotto di una modernità sterile, senza memoria, che non crea identità singole, o relazioni significative, ma similitudine (e talora una sorta di rassicurante solitudine, consolante anonimità). Pensa ad un centro commerciale, ad un aeroporto, o ad una autostrada con la sua bella area di servizio.
Luoghi che potrebbero essere lì e anche altrove, contemporaneamente, e nessuno se ne accorgerebbe.
Teletrasporta un autogrill da Francoforte a Caserta Sud, e l’unico modo di accorgerti della differenza sarà provare il panino rustichella e controllare che non ci siano dentro i crauti.
Poi ci sono i luoghi, che tu dici «eh già, sono proprio qui, e non potrei proprio essere altrove».

Poi pensa ad uno dei quartieri periferici di nuova costruzione a margine delle grandi città, pensati come un centro commerciale (spesso intorno ad un centro commerciale), quartieri dormitorio dagli edifici tutti uguali, piantati nel bel mezzo di periferie vuote e desolate come spente candeline in una torta bruciacchiata.
Cosa sono, secondo te? Luoghi, nonluoghi?

Il punto è che è ormai praticamente impossibile scindere gli uni dagli altri. I luoghi e gli spazi, i luoghi e i nonluoghi si incastrano, si compenetrano reciprocamente. La possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo.

Ma può un nonluogo diventare un luogo?
E’ una domanda che mi gira in testa da un po’. Per esempio: quale è l’impatto che ha il passare del tempo sui nonluoghi?

Un centro commerciale, una metropolitana, un’area di servizio sono nonluoghi, d’accordo.
GraffitiMa un centro commerciale continua ad essere un nonluogo anche dopo dieci, venti anni di nonluoghità? Con tutte le persone che vi hanno lavorato, che lì si servono ogni giorno, o ci andavano da bambini, che hanno lì fatto compere con la fidanzata o il fidanzato, o la prima spesa da studenti fuorisede?
Una metropolitana continua ad essere un nonluogo anche dopo che si riempie delle tag e dei disegni di generazioni di writers? (un graffito, più o meno consapevolmente, questo vuole fare: rendere un nonluogo luogo) Anche dopo che milioni di persone ogni anno la usano per andare e tornare dal lavoro, e lì leggono, pensano, si lamentano?
Un’area di servizio continua ad essere un nonluogo anche se, laddove è l’unico posto aperto anche a notte inoltrata, raccoglie i nottambuli per l’ultimo cornetto o caffè?

Come fa a rimanere asettico ciò che è vissuto, e usato? Se il problema dei nonluoghi è la sua sterilità (in altre parole, la mancanza di impatto persistente sul piano simbolico), il tempo e le persone che lo vivono caricano questi nonluoghi di simboli, di memoria, di identità.
In fondo, una specie di miracolo del tempo che passa.

Il secondo “miracolo” (quasta volta tra virgolette, perchè è un miracolo tragico) lo può fare la paura.
Ci hai mai pensato? I nonluoghi sono spesso luoghi a rischio attentato, nel mirino di terroristi. Le stazioni, gli aeroporti, la metropolitana, i grandi magazzini.
Che il rischio sia talora solo percepito o immaginato e non reale è poco significativo, e anzi sintomatico. Luoghi che, seppur asettici (e in parte proprio per questo), ci mettono in comunicazione diretta con la totalità del mondo esterno, anche magari lontanissimo. La paura innerva i nonluoghi come musica di sottofondo.
Dice Marc Augè in una intervista rilasciata mercoledì 3 dicembre 2003 a Fabio Gambaro della Repubblica:


«Dopo l’11 settembre, non esistono più luoghi preservati dal terrorismo. [...] Oggi ci sentiamo minacciati in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, anche se per fortuna non ci pensiamo continuamente. Ma c’è anche un effetto paradossale. Attraverso l’attentato o la minaccia, i nonlughi ritrovano una sorta di identità. Il World Trade Center, ad esempio, era un vero e proprio nonluogo. Con l’attentato è diventato un luogo tragicamente fondatore, un luogo di commemorazione. Da un certo punto di vista, ha acquistato un’identità e un senso che prima non aveva, si è caricato di simboli e di storia che lo hanno trasformato in un vero luogo. Allo stesso modo, le minacce e la paura conferiscono ai nonluoghi inediti significati simbolici.»
L’ultimo miracolo è giocoso.
Mi è balenato in testa sfogliando un libro di fotografie di Magnum, dal titolo Magnum Football.
Da’ un’occhiata alla galleria di immagini. Ci sono bimbi che giocano in un campo nei dintorni di Teheran tra i fili dell’alta tensione, o davanti ciminiere fumanti a Cardiff, o una partita a Mostar, in mezzo ad un quartiere devastato dalla guerra, nel 1994.
Capisci cosa intendo?

Prendi un nonluogo, buttaci un pallone in mezzo, aspetta che rotoli un po’, che qualcuno ci corra dietro; fai magari una porta con gli zaini o le giacche, la conta per decidere le squadre, poi sorridi pure, tira un calcio alla palla, e comincia a correre.
Il nonluogo si dissolverà all’istante, ed eccoti un campo da calcio.

(fine… non ne potevi più, eh?)


  • La memoria della memoria
  • La memoria
  • Corpi Estranei III – Tra le foglie, nelle fratte
  • Luoghi senza memoria (e portafoglio)

  • 2 Commenti al post “La memoria dei luoghi”

    1. Chiara
      gennaio 7th, 2005 17:22
      1

      sul concetto di nonluogo ho scritto una tesi di laurea, o meglio sto ultimando, dato che la mia sessione sarà a marzo, un lavoro sui nonluoghi nella letteratura romana, partendo dal capolavoro di Gadda,Quer pasticciaccio brutto de via Merulana,per poi esplorare Pasolini, ossia i nonluoghi creati dal fascismo in una Roma senza antichità,per poi giungere alla Roma “straniera” dei Superflui di Arfelli fino ai nonluoghi della modernità che circondano il Raccordo Anulare in una breve romanzo di Lodoli, I fannulloni. In questi romanzi così diversi ho cercato di applicare il concetto di nonluogo di Marc Augé ad una realtà frastagliata come quella di Roma, ed ho cercato di dimostrare come anche quei nonluoghi creati dalla storia, ma da essa dimenticata, come le borgate pasoliniane, con i lotti uguali, dove si muove una subumanità omologata nel linguaggio e nei gesti meccanici, possano diventare luoghi caratterizzati, o assorbire nella loro sterilità anche i luoghi riconoscibili di Roma.Oppure,per un discorso più attuale, ho evidenziato come i nonluoghi come i ritrovi notturni, gli squallidi palazzi di periferia, le palestre dei pugili, possano essere caratterizzati o caricati di senso più del Colosseeo o delle strade “umbertine”della capitale. il lavoro è molto ampio, poichè individua il nonluogo in ogni sua sfaccetatura. se ha materiale o pareri inerenti al mio lavoro la ringrazio anticipatamente.

    2. audrey
      novembre 8th, 2006 02:14
      2

      sono stupefatta!sono giorni che penso alla mia tesi sui nonluoghi;ho letto Marc Augè e Stefano Calabrese ne “I nonluoghi in letteratura” che consiglio “agli addetti ai lavori” e non sono riuscita ad arrivare a qualcosa che mi facesse suonare il campanello. vagando su internet ho trovato in un colpo solo un blog in cui ben tre giornate sono state dedicate a digressioni sui nonluoghi(già mi pareva di toccare il cielo)e un commento di una studentessa che voleva fare la tesi sui nonluoghi di roma….è STATA LA MIA PRIMA IDEA!!!leggendo ho pensato ma allora è possibile fare una tesi sui nonluohi di roma. il mio relatore si tesi è di Teoria della Letteratura e quindi il mio problema è trovare dei ROMANZI, dei TESTI che parlino dei nonluoghi, perchè di testi sociologici se ne trovano ma è la narrativa che faccio difficoltà ad incontrare. desideravo trovare dei romanzi ambientati in nonluoghi romani, nello specifico: i mezzi di trasporto quali tram, metro e taxi. forse il problema è che sono dei non-nonluoghi? ovvero ormai dei luoghi?mi spiego, quando parliamo di metro in termini di nonluogo a cosa ci riferiamo? ai vagoni? all’edificio?non l’ho capito, nel primo caso potrei anche pensare che all’interno di un vagone metro chiudendo gli occhi e riaprendoli si potrebbe pensare di essere ovunque ma nel secondo caso gli edifici della metropolitana sono sempre più differenziati e identificabili; le fermate della metro A di roma sono diverse le une dalle altre, hanno un’identità. la metropolitana di napoli è ancora più identificata, sembra di entrare in un museo di architettura postmoderna. qual è il punto? è come dice lei, che dopo un pò i nonluoghi diventano luoghi, per osmosi? per inerzia? perchè è inevitabile? oppure sarà che l’uomo non sopporta sentir nominare nonluogo un “posto” come la metropolitana che ha un peso così rilevante nella quotidianità di tutti coloro che ne usufruiscono? è interessante. e gli autobus? e i taxi? a me non sembrano tutti uguali nel pianeta. un taxi a beirut non è un taxi a new york city. non è che il punto è un altro? forse i mezzi di trasporto non sono nonluoghi veri e proprii, sono uguali in tutto il pianeta perchè svolgono la stessa funzione ma non sono uguali. e gli aeroporti? a me non sembrano tutti uguali, c’è differenza tra l’aeroporto di barcelona el prat e quello di venezia marco polo, credo abbiano un’identità in realtà. non è che abbiamo generalizzato ed esagerato accettando di utilizzare e sdoganare il termine nonluogo? non è che i nonluoghi non esistono, esistono solo luoghi uguali in misura più o meno rilevante? se è l’uguaglianza di riferimenti all’interno di essi, se è il fatto che sono uguali ovunque e che quindi infondono sicurezza e tranquillità perchè non hanno identità e non ci chiedono niente in cambio a meritar loro l’etichetta di nonluogo allora a me viene da pensare che esistono delle nonpersone. non mi riferisco al significato che si dà normalmente a questo termine ovvero quello di emarginati sociali, extracomunitari et cetera ma alle persone che si vestono tutte uguali in diverse città d’italia (dire in tutto il mondo per fortuna non è ancora possibile; se chiudi gli occhi quella ragazza o quel ragazzo potresti averlo visto in qualsiasi parte d’ Italia vestito con quel bomber, quei jeans neri stretti e quegli anfibi neri. non è che tutto ciò si chiama omologazione semplicemente? tutto si omologa e si appiattisce: il clima della terra, le idee, il commercio; le differenze si smussano ovunque ma proprio i posti che dovrebbero nascere come nodi congiunturali e per necessità tutti uguali rivendicano un’identità: a roma le fermate della metro sono tutte diverse e ai luoghi con la “L” maiuscola cosa succede? forse tutte queste chiese cominciano a diventare un pò tutte uguali?no, non sono nè cinica, nè nichilista, nè tantomeno dissacratoria ma dopo questo flusso di coscienza pre/pro-tesi credo di aver capito qualcosa in più su quello che vorrei dal mio lavoro finale, non so se troverò letteratura in merito però. forse più che romanzi sui nonluoghi dovrei parlare dei romanzi che si leggono nei nonluoghi, mezzi di trasporto! ma allora sono dei nonluoghi sì o no?

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