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11/12/2003

Luoghi senza memoria

di Antonio Sofi, alle 19:26

Luoghi senza memoria
(ma c’è speranza – segue da ieri)

La casa della memoria, di Giuliano Mauri
La casa della memoria di Giuliano MauriLa modernità è impunita, straniata produttrice di nonluoghi.
Centri commerciali, negozi in franchising al posto di negozi storici, autogrill, parchi giochi fatti con lo stampino, stazioni autobus che sembrano aeroporti, e viceversa. Una modernità asettica e inodore: sterile. Nel senso che non ha germi, e che nulla procrea. Una modernità sterile. Credo che, su questo, Marc Augè sarebbe d’accordo (questo è il libro da cui parto per queste disastrate tangenti): sul resto non credo.

Perchè i nonluoghi mi interessano così tanto? Cos’è che mi porta a pensare che siano snodi centrali per capire e ricostruire il mondo in cui viviamo, come è cambiato e continua a cambiare? E’ forse anche una forma di irresistibile fascinazione.

I nonluoghi sono tutt’altro che il babau cattivo. E’ il mondo che viviamo e che ci circonda, e che abbiamo contribuito a costruire. Sono una deriva della modernità che va di corsa, che sente il bisogno di avere spazi di interconnessione tra un qui e un altrove, mere zone di passaggio, no man’s land dove lasciar sedimentare (riposare, e un poco morire) la propria affaticata invadente identità, sempre in movimento, sempre pensante: i nonluoghi diventano concettualmente simili a camere iperbariche, in cui riequilibrare la pressione interna di mondi a diverse atmosfere.
Questo per dire che i nonluoghi sono tutt’altro che insensati, folli, o inutili.
L’identità moderna, così frastagliata, così instabile, così continuamente a rischio, così sempre in movimento, in viaggio, ha un disperato bisogno di luoghi in cui, finalmente, perdersi.

Alzi la mano chi non ha mai tirato un sospiro di sollievo camminando all’interno della zona duty free di un aeroporto, dove tutto è sempre uguale e riconoscibile, o sciogliendosi nell’anonimato rassicurante di un centro commerciale, dove niente ti viene richiesto.
Una sorta di inebriante libertà, in cui nessuna commessa ti sbircia dietro le spalle, in fondo chiedendoti di rivelarti, di identificarti.
Identificarti. Appunto. O pagare. Fammi capire cosa vuoi. Mi scusi, la posso aiutare?

Perdersi in un centro commerciale. Questo è ancora più vero, per esempio, quando si è all’estero.
Una tregua dalla sorpresa. Non voglio più essere sorpreso dal mondo. Almeno per un po’.

Eppure, poi si esagera.
I nonluoghi non conoscono confini, né zone impenetrabili, o intoccabili santuari (le zone franche, poi, son roba loro).
Spesso brandelli di città, interi pezzi di architettura urbana, edifici di nuova costruzione, nella mente di chi li pensa e li progetta, sono caratterizzati da questo vuoto storico e identitario, un horror vacui che spersonalizza le nostre città, le nostre strade, i quartieri dove viviamo.
Ho sempre pensato che noi italiani avessimo, in virtù di una mal compresa idea modernista, una abilità stupefacente a devastare tutto ciò che di vero e genuino riuscisse a sopravvivere, spesso boccheggiando, nel nostro territorio.

Mi aiuta Enrico Bianda, parlando di Lodi e dintorni, nel commento al post precedente (e sul contenuto ci ritorno):

Parlavo con un signore, difensore dei luoghi (l’artista Giuliano Mauri, che realizza enormi cattedrali di senso, in legno, negli spazi della natura) che mi raccontava di essersi trasferito in quella cittadina nel 1968, quando ancora non c’era nulla. Oggi è solo una distesa di case, tutte molto simili tra di loro, uniformate dal grigio di strade provinciali in perenne rimodellamento e allargamento, tra semafori e calzaturifici all’ingrosso. Un non luogo… mi dico, io guidando lentamente in coda dietro un caterpillar: ma poi mi domando: ma qui, tra queste case, in queste vie anonime, vivono persone, famiglie, loro sono, abitano, pensano e trasformano le loro case nel tempo. Abitano quello che noi da fuori vediamo come una distesa di non luoghi, eppure loro resistono, combattono, forse senza saperlo, ma animano di vita e pensiero il grigio invernale bagnato da una fitta pioggerellina di questa cittadina inerme al trasformarsi del paesaggio. E allora che fanno coloro che in un non luogo vivono? E’ possibile l’idea stessa di vita e residenza in una distesa di non luoghi?
Nemmeno gli altri scherzano, però.
Centro commerciale...Ci sono più centri commerciali a Vilnius, Tallin e Riga che in qualsiasi altra città europea (forse esagero, ma insomma ci siamo capiti).

Intorno, campagne, cipolle e terra da coltivare, e autobus scalcinati che hanno le scansie per i mazzi di fiori da portare in dono ad ogni visita, e sconfinati quartieri dormitorio di cupa edilizia popolare sovietica.

Eppure nel centro di Riga, per esempio, c’è la multisala più abbacinante abbia mai visto in vita mia. Se una sera capiti da quelle parti te la consiglio.
Diventa frenesia distruttiva, questa in fondo comprensibile voglia di affrancarsi da un passato sovietico che è diventato ingombrante e insignificante.

Guarda, per esempio, la foto qui accanto: sapresti dire dove si trova?
Se a Riga, New York, Agrigento, Hong-Kong o Firenze?

Ecco cos’è un nonluogo.
Dove siamo siamo, un nonluogo siamo noi.

(mi sono allungato di nuovo, abbi pazienza: domani o dopodomani proverò a scrivere su come i nonluoghi diventano luoghi, un miracolo del tempo, della paura o di una pallone che spunta, calciato.)


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  • Corpi Estranei III – Tra le foglie, nelle fratte
  • Self-help blog II

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