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01/12/2003

La vendetta è un piatto che si consuma freddo

di Enrico Bianda, alle 20:21

…o della persistenza (cinematografica) della memoria
Kill Bill Volume 1, di TarantinoQuattro anni di coma, solo qualche frammento di vissuto percepito al di la delle palpebre abbassate. Il silenzio di una stanza d’ospedale. Poi il risveglio improvviso, trattenendo il fiato come dopo uno spavento. Black Mamba-Uma Thurman inizia così il suo recupero di coscienza e vita progettando una vendetta sanguinosa che consumerà quasi religiosamente, con serenità e consapevolezza. La tranquillità che le permetterà di essere pressoché invincibile maneggiando sapientemente una spada in acciaio finissimo e resistentissimo.
E’ la vendetta che si trasforma in arte e segreto di auto-rappresentazione e significazione; vendetta come processo di costruzione di una propria consapevolezza, strumento analitico di appropriazione di un super-io perduto.
Black Mamba sa attendere, come deve saper attendere un buon samurai, che cura i suoi strumenti fino a farne un’ossessione quasi terapeutica.
La sua vendetta è una vendetta compiuta, mai rapace, ma che si gusta lentamente come un piatto che, come detto, va consumato freddo: un sushi analitico ed emotivamente contenuto.
Il guerriero freddo e calcolatore, il tema della vendetta perseguita con tenacia torna al cinema, guarda al suo passato cinematografico con lucidità e spirito citazionistico e smuove le sue membra annichilite da un politically correct prolungato.

Kill Bill, Mystic River, Cantando dietro i paraventi, Zatoichi e Matrix Revolution; Tarantino, Eastwood, Olmi, Kitano e Wachowsky: quintetto vendicativo che inneggia al mantenimento della memoria.
E’ la contemporaneità che alimenta i cineasti più sensibili al divenire del tempo, al trasformarsi delle sensibilità del presente che vive sulle ali della vendetta ipertrofica post 11 settembre. Le sue radici, le loro radici cinematografiche restano salde nel passato, che va dal Kurosava de I sette samurai al Sergio Leone di Per qualche dollaro in più con il primo Eastwood che ritroviamo oggi a scavare nell’animo americano in un percorso difficile e controcorrente di demistificazione-celebrazione dell’innocenza perduta di un paese vendicativo con la memoria corta.
Mentre per la vendetta occorre la memoria lunga, persistente.

Si affaccia allora, in una prospettiva quasi agnostica, quando non palesemente opposta ai dettami cristiani, la possibilità di rivestire di smalto etico la vendetta: un’etica-estetica della violenza pensata, consumata e motivata a freddo, lentamente, preterintenzionalmente; la vendetta diviene dunque colpa, trasforma la propria natura di istinto primordiale in atto innaturale, a-sociale, penalmente perseguibile.
Eppure la vendetta oggi è perseguita da alcuni Stati con maestoso dispiego d’armi; eserciti che si muovono alla ricerca di una vendetta da consumare in diretta televisiva.
Tarantino in Kill Bill spoglia il gesto e l’azione vendicativa della retorica nazionalista, spettacolarizzando, estetizzando la ricerca e l’uccisione quasi rituale del colpevole.
Ci sorprende per la sua sensibilità politica, affrontando una riflessione politica sul suo paese, dove non è bene “esibire” la propria contrarietà verso una guerra duratura contro terroristi e infedeli. Lui invece esibisce la sua ritualità iconoclasta dello smembramento del corpo del nemico.
Olmi, che dopo Il mestiere delle armi torna a riflettere finemente sull’uso e commercio delle stesse, con il suo Cantando dietro i paraventi ci propone la storia ancora di una donna e della possibilità di una vendetta eticamente consumata, nell’attesa di una pace, questa si cristiana, e nell’attesa di poter tornare a cantare, ma solo dopo aver consumato, più o meno simbolicamente, la propria vendetta.
L’Eastwood di Mystic River guarda alla predestinazione quasi calvinista, con sguardo freddo e compatto, dove la vendetta non ha possibilità di riscatto: ciò che si è si sarà.
Il fato allora detta le regole della vendetta, la possibilità di aspettare, conservando ed alimentando la memoria, metaforicamente affilando l’acciaio di una spada tagliente che si trasforma in oggetto infallibile ed implacabile proprio come il fato nelle mani di Zatochi nel film di Takeshi Kitano.
(e.b. – Rosso Fiorentino, dicembre 2003)


  • La memoria della memoria
  • Il silenzo degli estoni
  • L’ultima sbira
  • Mangia quanto ti pare, soltanto non inghiottire.

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