Luoghi senza memoria
(ma c’è speranza – segue da ieri)
La casa della memoria, di Giuliano Mauri
La modernità è impunita, straniata produttrice di nonluoghi.
Centri commerciali, negozi in franchising al posto di negozi storici, autogrill, parchi giochi fatti con lo stampino, stazioni autobus che sembrano aeroporti, e viceversa. Una modernità asettica e inodore: sterile. Nel senso che non ha germi, e che nulla procrea. Una modernità sterile. Credo che, su questo, Marc Augè sarebbe d’accordo (questo è il libro da cui parto per queste disastrate tangenti): sul resto non credo.
Perchè i nonluoghi mi interessano così tanto? Cos’è che mi porta a pensare che siano snodi centrali per capire e ricostruire il mondo in cui viviamo, come è cambiato e continua a cambiare? E’ forse anche una forma di irresistibile fascinazione.
I nonluoghi sono tutt’altro che il babau cattivo. E’ il mondo che viviamo e che ci circonda, e che abbiamo contribuito a costruire. Sono una deriva della modernità che va di corsa, che sente il bisogno di avere spazi di interconnessione tra un qui e un altrove, mere zone di passaggio, no man’s land dove lasciar sedimentare (riposare, e un poco morire) la propria affaticata invadente identità, sempre in movimento, sempre pensante: i nonluoghi diventano concettualmente simili a camere iperbariche, in cui riequilibrare la pressione interna di mondi a diverse atmosfere.
Questo per dire che i nonluoghi sono tutt’altro che insensati, folli, o inutili.
L’identità moderna, così frastagliata, così instabile, così continuamente a rischio, così sempre in movimento, in viaggio, ha un disperato bisogno di luoghi in cui, finalmente, perdersi.
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