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Post scritti nel dicembre, 2003

29/12/2003

Nevica

di Antonio Sofi, alle 12:09

clicca per vedere anche le altre foto nevoseNevica, come pioggia mordida.
I piccoli fiocchi scendono dritti, e dondolano impercettibilmente nella aria senza vento, come piccoli paracadute s’impigliano nei rami degli alberi.

Nevica, come pioggia soffice.
Neve, ne vedo, ne va del mio presente, attutito, lontano.
Nevica, come pioggia vaporosa.
Quel cielo così bianco, come diceva Paz.

(nevica, ed è anche una scusa per artisteggiare un po’, in mancanza di sci. Sono uscite fuori cinque fotacce nevose, le trovate su photowebgol >>)

24/12/2003

Il dono, i regali, l’amore (forse i blog)

di Antonio Sofi, alle 12:14

Odio fare i regali. Da sempre. Perciò vivo con inquietudine i periodi come questi, in cui, invece, il regalo diventa il centro dei pensieri di molti: farlo, non farlo. Cosa fare a chi. Eccetera.
Eppure non credo di essere una persona poco generosa.
L’idea del dono, per esempio, provoca in me minore repulsione.
In fondo non sono la stessa cosa? Forse no, non completamente.

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18/12/2003

La memoria della memoria

di Webgol, alle 19:58

A questo siamo arrivati. Alla memoria della memoria. Meno male che la finiamo qui.
Di seguito un elenco dei post di quest’ultimo (memorabile – ma ogni scarrafone è bello a mamma sua) mese di webgol, tutto dedicato ai ricordi.

Kafka e una vita per arrivare, La memoria dei blog 1 e 2, Odoriti e i profumi mnemonici (uno: l’odore dei frati, due: il silenzio degli estoni), Caveblog, a futura memoria, o ad eterno scorno, Una innaffiata ai gerani dei blog (una delle più belle immagini dell’amicizia) e webgol featuring 5 bloggers (Antonella Fulci, Carnefresca, Gaia Capecchi, Lorenza di Contaminazioni, Proserpina), La vendetta è un piatto che si consuma (cinematograficamente) freddo, Memento, Settembre ’43: non avevo ancora compiuto 2 anni, Nulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose, La memoria di Maus, Un amore, La tecnica della pastarella e foto di Druuna alla finestra, Luoghi senza memoria (uno: call center e Internet News, due: i non luoghi siamo noi, tre: tre miracoli), Una promessa.

Il prossimo tema è un nontema vacanziero. Cambiati d’anno. L’accento mettetelo dove vi pare.
Arriveremo lenti lenti, senza altre idee se non quella di scollinare l’anno, dove ci aspetta qualche novità e un tema più serio.
Sottotitolo? Una vecchia splendida battuta di Altan (cito a memoria): Un altro anno? Allora ditelo che è l’ergastolo.

17/12/2003

Una promessa è una promessa

di Antonio Sofi, alle 19:15

In un post di un mese fa, avevo scritto: «La promessa è un legame tra il presente e il passato. Il blog spesso è proprio una pubblica promessa. Ci ritorno: promesso (capito perché è un legame?)».
Di certo nessuno me ne avrebbe chiesto conto, ma una promessa è una promessa.
Allora ho messo un po’ di ordine nei pensieri e nei due vecchi post che hanno iniziato questo mese mnemonico di webgol, e ci sono ritornato in un pezzo postato su Glob, la bella rivistina blog di Excite. Si chiama la memoria dei blog, e, ti avverto, è lungo e palloso, ma (aridaglie) una promessa è una promessa.

Perché la promessa è un legame tra passato e presente. Ma è anche un ponte lanciato nel futuro, fatto apposta per camminarci sopra.
Io dico a te che farò qualcosa, e quindi io sono io solo nella misura in cui ho tenuto fede a quella promessa, ho attraversato il ponte che ho lanciato, e che a me è riconducibile.
Il blog spesso è proprio una pubblica promessa.
Ho scritto, ho fatto, ho scritto che ho fatto.
Ho scritto che farò.
Farò.
Come dire: tutto quello che scrivi sui blog potrà essere usato contro di te.
Paura, eh?

15/12/2003

La memoria dei luoghi

di Antonio Sofi, alle 19:18

(Dei tre miracoli e di come i non luoghi diventano luoghi – segue dai giorni scorsi)

Tallin, Estonia, quartiere russo

Tallin, quartiere russo, Antonio Sofi, Novembre 2003I nonluoghi sono il prodotto di una modernità sterile, senza memoria, che non crea identità singole, o relazioni significative, ma similitudine (e talora una sorta di rassicurante solitudine, consolante anonimità). Pensa ad un centro commerciale, ad un aeroporto, o ad una autostrada con la sua bella area di servizio.
Luoghi che potrebbero essere lì e anche altrove, contemporaneamente, e nessuno se ne accorgerebbe.
Teletrasporta un autogrill da Francoforte a Caserta Sud, e l’unico modo di accorgerti della differenza sarà provare il panino rustichella e controllare che non ci siano dentro i crauti.
Poi ci sono i luoghi, che tu dici «eh già, sono proprio qui, e non potrei proprio essere altrove».

Poi pensa ad uno dei quartieri periferici di nuova costruzione a margine delle grandi città, pensati come un centro commerciale (spesso intorno ad un centro commerciale), quartieri dormitorio dagli edifici tutti uguali, piantati nel bel mezzo di periferie vuote e desolate come spente candeline in una torta bruciacchiata.
Cosa sono, secondo te? Luoghi, nonluoghi?

Il punto è che è ormai praticamente impossibile scindere gli uni dagli altri. I luoghi e gli spazi, i luoghi e i nonluoghi si incastrano, si compenetrano reciprocamente. La possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo.

Ma può un nonluogo diventare un luogo?
E’ una domanda che mi gira in testa da un po’. Per esempio: quale è l’impatto che ha il passare del tempo sui nonluoghi?

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11/12/2003

Luoghi senza memoria

di Antonio Sofi, alle 19:26

Luoghi senza memoria
(ma c’è speranza – segue da ieri)

La casa della memoria, di Giuliano Mauri
La casa della memoria di Giuliano MauriLa modernità è impunita, straniata produttrice di nonluoghi.
Centri commerciali, negozi in franchising al posto di negozi storici, autogrill, parchi giochi fatti con lo stampino, stazioni autobus che sembrano aeroporti, e viceversa. Una modernità asettica e inodore: sterile. Nel senso che non ha germi, e che nulla procrea. Una modernità sterile. Credo che, su questo, Marc Augè sarebbe d’accordo (questo è il libro da cui parto per queste disastrate tangenti): sul resto non credo.

Perchè i nonluoghi mi interessano così tanto? Cos’è che mi porta a pensare che siano snodi centrali per capire e ricostruire il mondo in cui viviamo, come è cambiato e continua a cambiare? E’ forse anche una forma di irresistibile fascinazione.

I nonluoghi sono tutt’altro che il babau cattivo. E’ il mondo che viviamo e che ci circonda, e che abbiamo contribuito a costruire. Sono una deriva della modernità che va di corsa, che sente il bisogno di avere spazi di interconnessione tra un qui e un altrove, mere zone di passaggio, no man’s land dove lasciar sedimentare (riposare, e un poco morire) la propria affaticata invadente identità, sempre in movimento, sempre pensante: i nonluoghi diventano concettualmente simili a camere iperbariche, in cui riequilibrare la pressione interna di mondi a diverse atmosfere.
Questo per dire che i nonluoghi sono tutt’altro che insensati, folli, o inutili.
L’identità moderna, così frastagliata, così instabile, così continuamente a rischio, così sempre in movimento, in viaggio, ha un disperato bisogno di luoghi in cui, finalmente, perdersi.

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10/12/2003

Luoghi senza memoria (e portafoglio)

di Antonio Sofi, alle 19:29

Aprire il portafoglio, please.

Cos’è un luogo? Uno spazio che ha una identità precisa, spesso conformata da un passato riconoscibile che lo innerva di senso, e ne segna le relazioni interpersonali. E un nonluogo? L’esatto contrario.

Se un luogo può definirsi identitario, relazionale e storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico è un non luogo. Il contrario di una casa, una piazza, un quartiere. Sono luoghi generati dalla modernità che corre: gli aeroporti, le autostrade ma anche le stazioni di servizio, i centri commerciali, le grandi catene in franchising. Spazi che producono identità anonime e solitarie, relazioni contrattuali appiattite su un presente perpetuo: non luoghi funzionali, di volta in volta utili a utenti o consumatori. Passeggeri, per esempio, non viaggiatori. Persone mai. […]

È l’incipit di un mio pezzullo uscito su Internet News di Dicembre, dal titolo “Il problema, nei non luoghi, è l’identità: acquistiamola!”, a corredo di un dossier sui call center. Se hai tempo e ti interessano questi argomenti, puoi leggerlo tutto qui (nella versione cartacea, purtroppo ma sono cose che succedono, il pezzo c’è ma la firma è saltata in stampa: un altro punto a favore dell’online?).

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08/12/2003

La tecnica delle pastarelle & Druuna alla finestra

di Antonio Sofi, alle 19:31

(cosine personali, sorry)
Druuna alla finestraLa tecnica delle pastarelle è di strabiliante efficacia.
La adotta mio padre ogni qual volta, durante pranzi o cene, ci siano buste o contenitori contenenti cibarie da offrire ai convitati. In questi casi inutile chiedere se il cibo da scartare sia più o meno gradito, e se vada quindi scartato o meno. Inutile aspettare cioè una esplicita dichiarazione di intenti. Una apertura al buio. Occorre invece aprire il pacco strappandolo con vivace teatralità (onde non far credere che si possa semplicemente richiudere senza segni di apertura, ove non apprezzato), e mettere i commensali davanti al fatto compiuto. La fragranza delle pastarelle farà il resto, convincendo flebili o sazi appetiti.
Io ho appena adottato la tecnica delle pastarelle con alcune foto che ho scattato ad una cara amica poco più di anno fa. Le foto sono tutte qui.
Messa davanti al fatto compiuto, ho ricevuto l’assenso della splendida modella a rivelarne l’identità (perché è una blogger e ha una deliziosa casetta su excite), per rendere onore alla sua bellezza, e alla più che decennale pazienza, ché ce ne vuole tanta per rimanermi amica.
Grazie Druuna.
P.S. preventivo: è sposata, guardare e non toccare, insomma non c’è trippa per gatti.

07/12/2003

Un amore

di Webgol, alle 20:00

racconto di Antonio Montanaro

Amoriflessi 01, Roma 2002, foto di Antonio SofiI ricordi sono come monete, persi al gioco della memoria
(Vinicio Capossela, Suite delle quattro ruote – All’una e trentacinque circa)

Non ricordo l’ultima volta che ci siamo incontrati. Forse è stato cinque anni fa. O forse sei, sette. I giorni ti passano addosso e ti riempiono di nuove immagini, di nuovi odori, che scaraventano in una polverosa soffitta mentale ciò che hai vissuto appena qualche milione di attimi prima: le ore non dovrebbero passare così in fretta.

Ricordo che c’era vento. Ed era inverno. Gli ultimi giorni d’inverno. Probabilmente era marzo. Sì, questo lo ricordo. Io ero imprigionato in un caldo cappotto di lana blu, me lo aveva passato mio padre perché non gli entrava. Ingrassava così velocemente da dover cambiare spesso il guardaroba. Per la mia gioia e per la rabbia di mia madre, vissuta sempre con l’incubo di far quadrare il bilancio della casa. Anche quando non se ne avvertiva il bisogno. “E se poi capita qualcosa all’improvviso, come ci comportiamo?”, si difendeva ogni volta che io e le mie sorelle la prendevamo in giro. Veniva da una famiglia di contadini e la parsimonia era stampata nel suo dna, come una preziosa eredità. >>

Continua a leggere Un amore di Antonio Montanaro

Foto: Amoriflessi di Antonio Sofi (l’intera serie di 8 foto su photowebgol)

06/12/2003

La memoria

di Antonio Sofi, alle 19:35

vista da Maus
Memoria, disegnato da Maus
n.d.r.: nel deprecabile caso in cui non non conosciate le meraviglie della penna – del mouse – di Maus innanzitutto vergognatevi, e poi andate a dare un’occhiata. Poi tornate a ringraziarmi, chè la dritta è quasi impagabile. Io ringrazio lui, intanto, per questa deliziosa interpretazione della memoria, fatta apposta per webgol. (a.s.)

04/12/2003

Un giorno un mio amico mi disse ┬źnulla mi fa sentire vecchio come ricordarmi le cose┬╗

di Webgol, alle 20:02

di Franco Bellacci

il Grande TorinoSe chiedete alle persone che mi conoscono un esempio di persona dotata di memoria, molto probabilmente diranno il mio nome. Non lo so se io sono una persona con molta memoria, vediamo un po’? Comincio subito col dare alcuni elementi che dimostrano l’opposto: a parte il «mi illumino d’immenso» credo di sapere dall’inizio alla fine non più di 4/5 poesie oltre alla formazione del Grande Torino, 3 o 4 canzoni (da recitare senza musica), conosco la parte più importante dell’inno d’Italia, ma questo è facile alle medie il frate che ci insegnava musica ce lo ha fatto cantare tutte le settimane.

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03/12/2003

Nel settembre del ’43 non avevo ancora compiuto due anni…

di Webgol, alle 20:04

di Giuseppe Masi, storico

Italian campaignDa sempre la guerra ha rappresentato, a mio parere, un macrocosmo, arricchito di elementi fantastici e popolari e questa componente è entrata nell’immaginario collettivo, segnando una svolta precisa nella comune percezione del vissuto personale. In ognuno di noi, grande o piccolo, le fratture, introdotte dagli eventi bellici, hanno lasciato un ricordo diretto, un’immagine più o meno concreta, richiamati alla mente come testimonianza soggettiva di un’infanzia o di una giovinezza lontane.
In coloro i quali vissero quelle giornate da fanciulli, oggi, uomini maturi, permane, ancora (è il mio caso), un labile segno, che, pur localizzato nello spazio e nel tempo, si mantiene vivo, quasi a rievocare che quel momento non è trascorso invano. D’altra parte cancellare il ricordo di queste “schegge” significherebbe rimuovere una stagione della propria esistenza.

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02/12/2003

Memento

di Webgol, alle 19:51

di Massimo Salto del Canale
Memento di Christopher NolanSveglia!
Prendi una penna e scrivi
Tatuati il corpo
Ricomponi il tuo mosaico di verità
Fotografa ad occhi chiusi un fluido ricordo lontano
Svegliati Sammy!

Arrenditi all’evidenza di un nome indelebile
Perditi nella frenesia di una ripetitiva quotidianità
Piegati alla tua fantasia bugiarda
Replica l’errore dell’effimero
Confondi le carte della vita
Fuggi e cambiati destino
Nutriti di oblio perenne
Ma non fermarti mai
Una ricerca senza meta ti porterà lontano dall’unica foto che non hai mai scattato
Sorridi!

01/12/2003

La vendetta è un piatto che si consuma freddo

di Enrico Bianda, alle 20:21

…o della persistenza (cinematografica) della memoria
Kill Bill Volume 1, di TarantinoQuattro anni di coma, solo qualche frammento di vissuto percepito al di la delle palpebre abbassate. Il silenzio di una stanza d’ospedale. Poi il risveglio improvviso, trattenendo il fiato come dopo uno spavento. Black Mamba-Uma Thurman inizia così il suo recupero di coscienza e vita progettando una vendetta sanguinosa che consumerà quasi religiosamente, con serenità e consapevolezza. La tranquillità che le permetterà di essere pressoché invincibile maneggiando sapientemente una spada in acciaio finissimo e resistentissimo.
E’ la vendetta che si trasforma in arte e segreto di auto-rappresentazione e significazione; vendetta come processo di costruzione di una propria consapevolezza, strumento analitico di appropriazione di un super-io perduto.
Black Mamba sa attendere, come deve saper attendere un buon samurai, che cura i suoi strumenti fino a farne un’ossessione quasi terapeutica.
La sua vendetta è una vendetta compiuta, mai rapace, ma che si gusta lentamente come un piatto che, come detto, va consumato freddo: un sushi analitico ed emotivamente contenuto.
Il guerriero freddo e calcolatore, il tema della vendetta perseguita con tenacia torna al cinema, guarda al suo passato cinematografico con lucidità e spirito citazionistico e smuove le sue membra annichilite da un politically correct prolungato.

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