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24/11/2003

Un uomo crudele.

di Webgol, alle 00:17

di Carnefresca
passaportoE’ che da una vita, a prescindere, sto pensando di scappare, prendere le bagattelle e infilarle in un bagaglio a mano, farmi prendere per mano e cercare un aereo che per un weekend mi porti via.
Nella mia memoria ci sono luoghi e sul mio passaporto la reliquia più bella è il timbro di Narita.
Mi farei rubare tutti gli eurocent che ho senza battere ciglio, tutto, anche la borsa, il cappotto, le mutande, basta che mi lascino il passaporto, solo per quel timbro. Prima di morire, come si suol dire, c’erano due luoghi che volevo visitare e che ho visto. Uno era Tokyo e l’altro era Parigi, il cimitero di Père Lachaise, per omaggiare la sfinge di Wilde. Entrambi sono stati viaggi simbolici, nel senso che nella mia vita e nella mia mente, a tutti i costi, almeno una volta avrei dovuto incontrare quel cielo e quelle spoglie che avevano accompagnato tutto il mio percorso di insonne adolescenziale.
Corrispondenza di amorosi sensi, la chiamano alcuni.

Il viaggio che immagino adesso è legato a un libro, che come tutti i libri che nella vita contano, ha una storia nella storia. Prima di essermi regalato mi era stato raccontato, per intero, con dovizia di particolari, e la stessa cosa era accaduta a chi me lo aveva regalato. Un giorno qualcuno lo prese da parte e iniziò a raccontargli una storia, gliela raccontò per più di due ore, un pomeriggio d’estate, con tutti i dettagli che hanno le storie fantastiche. Come a lui, anche a me per la schiena scorsero brividi. Nella prima pagina, dopo qualche riga c’è un uomo, Victor, che si ritrova a casa di una donna. Lei ha un figlio piccolo, che piange nell’altra stanza, la babysitter non è venuta, si scusa e lo mette a dormire mentre si avvia in cucina per preparare una cena per due. Filetto in salsa verde. Victor e Marta non si conoscono. Mentre lui la guarda cucinare si chiede quale sia il motivo che li abbia portati ad incontrarsi quella sera, quale istinto ali abbia spintia volersi incontrare a casa di lei, con il bambino presente, a cercare l’intimità di un primo incontro amoroso senza aspettare un momento migliore. Il bambino che piange lo mette a disagio e lo fa sentire l’uomo estraneo che vìola la compattezza di una casa in cui il padre è assente. Il marito di Marta è in viaggio per lavoro. Telefona, lei imbarazzata risponde nell’altra stanza allontanandosi sotto lo sguardo dell’uomo invitato. Ormai l’appuntamento clandestino è velato dal disagio. Victor e Marta vanno a letto. Lui guarda i vestiti del marito poggiati sulla sedia. Guarda le cose sparse per la stanza. Le slaccia il reggiseno, si abbracciano ma Marta ha un cedimento. Inizia a sudare, ad avere freddo, sta visibilmente male. Lo prega di non lasciarla e di stare accanto a lei. Victor vorrebbe chiamare qualcuno. Guarda i capelli di lei madidi di sudore attaccarsi alla nuca bagnata ma lei lo trattiene, vuole solo che qualcuno la tenga stretta accanto a se’. Victor la stringe e lo scrittore comincia a raschiare sulla carta le frasi che dal momento in cui le avrai lette rimarranno per sempre nella tua memoria. e cada la tua spada senza filo. Quello che accade è che Marta tra quelle braccia, senza parlare, nel vuoto stolido di alcuna parola, si raffredda e muore. Muore lasciando Victor nel letto che era suo e di suo marito ad abbracciarla, muore lasciando il bambino dormire nell’altra stanza, muore tra le braccia di uno sconosciuto, che nemmeno aveva avuto il tempo di amare, e cambia così per sempre il suo destino. Victor nella notte ha tra le braccia una donna che è appena morta. Pensa al bambino. Pensa al marito. Non vorrebbe lasciarla li, non può. L’indomani probabilmente sarebbe arrivato qualcuno ma fino all’indomani cosa sarebbe stato meglio fare? Comunicare al tempo stesso il decesso e il tradimento? Accanto al telefono c’è un foglio, su quel foglio un numero, compone il numero, poi attacca e fino a che le cose non andranno a posto da sole non dirà niente a nessuno. Non sono passate nemmeno venti pagine. Quando l’ho sentita raccontare ero in un bar e avevo un segreto. Un segreto che per me era orribile e che non avrei voluto raccontare. Avere un segreto ci fa bugiardi, basta a farci bugiardi il sapere di tacere. Ho pensato che se Marta avesse saputo di avere una malattia e l’avesse taciuta, anche nella buona fede di non sentirsi niente, nessun pericolo, avrebbe detto una imperdonabile bugia. Ma nel libro questo non si sa, nel libro l’unico che sa di tacere è Victor. Egli si insinua in quella quella vita che non c’è più, che era di Marta, e come un ragno tesse la tela per attendere e tornire il momento in cui parlare. E basta questo per renderlo, da apparente comparsa agli occhi delle persone che incontra, il protagonista accentratore della verità: l’unica cosa che la gente vuole sapere, anche quando questa ormai non conta più. Nell’inseguire il momento giusto Victor ripercorre tutta la sua esistenza, su di lui pende lo spettro del ricordo, lo spettro di Marta morta, lo spettro delle parole che scambia con la sorella di Marta fingendo di non saper niente, lo spettro che dalle labbra del bambino si leva come un vagito a dire che lui sa. Tutte le verità nascoste dalla nera schiena del nero tempo, tutto quello che la vita ci sottrae e di cui è impossibile valutare la perdita. In quella oscurità il suo sangue vivo si mescola a un altro che vivo non è più, e dopo avere assorbito tutto, compreso Victor stesso, il ricordo si lascia scoprire, esce dalle sue labbra e lascia alla vita il permesso di fluire. Come se nulla fosse.
Questa è la storia che mi ricordo, la storia del libro che prima di leggerlo mi hanno raccontato e la storia che prima che mi raccontassero avevano raccontato. Mi piacerebbe, per una volta, poter guardare, anche da lontano lo scrittore, porgergli il mio prezioso Einaudi tra le mani e vedermelo firmare. Un genio, e al tempo stesso un uomo crudele: Javier Marìas, “Domani nella battaglia pensa a me“.


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