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22/11/2003

Il lamento della professoressa

di Webgol, alle 00:25

di Lorenza Contaminazioni

Maledetti professori, specialmente quelli di lettere.
Si portano sempre sulle spalle il loro fardello di letture scolastiche, di lezioncine maldigerite, di chiacchiere letterarie che nessuno ha piu’ tempo di ascoltare. In molti di loro dorme il germe dello scrittore incompreso, dell’intellettuale fallito, del critico arguto, dell’accademico di successo, di quello che “avrebbe voluto, ma non ha potuto”, perche’ ingannato dalle mille trappole della vita.
Ancora imberbi studentelli, avevano immaginato diverso il loro destino: in compagnia dei grandi autori, loro stessi trasformati in entusiasti predicatori della cultura, pronti a sacrificare sonno ed energie alla causa dell’umanesimo… E invece si ritrovano quotidianamente a fare i conti con pratiche burocratiche di misera levatura, con alunni riottosi e distratti, con famiglie polemiche e poco sensibili.

La loro si arte si immiserisce e immalinconisce durante i tristi pomeriggi trascorsi a correggere compiti sgrammaticati da cui emerge il riflesso grottescamente deformato di quelle che loro avevano ritenuto lezioni brillanti e significative e che nelle parole smozzicate degli alunni sembrano regredire al rango di squallide banalita’ senza costrutto. Ahime’, sono una di loro, sono come loro. E ora che mi si chiede di discettare blogghisticamente sul tema della memoria, non trovo niente di meglio se non recuperare dalle pagine di qualche consunta antologia le parole di uno degli autori con cui normalmente assillo i miei poveri involontari discepoli: Italo Svevo Che dire di piu’? Lui non lo immaginava, ma quasi ottant’anni fa gli e’ capitato di essere inconsapevole profeta dei blog. Dedico le sue parole a chi, come noi, rimane quotidianamente invischiato nelle trappole della memoria e della scrittura, negli oscuri labirinti della vita letteraturizzata.

4 aprile 1928. Con questa data comincia per me un’ era novella. Di questi giorni scopersi nella mia vita qualche cosa di importante, anzi la sola cosa importante che mi sia avvenuta. La descrizione da me fatta di una sua parte. Certe descrizioni accatastate messe in disparte per un medico che le prescrisse. La leggo e rileggo e m’e’ facile di completarla di mettere tutte le cose al posto dove appartenevano e che la mia imperizia non seppe trovare. Come e’ viva quella vita e come e’ definitivamente morta la parte che non raccontai. Vado a cercarla talvolta con ansia sentendomi monco ma non si ritrova. E so anche che quella parte che raccontai non ne e’ la piu’ importante. Si fece la piu’ importante perche’ la fissai. E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L’unica parte importante della vita e’ il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’ io ho tutti scriveranno. La vita sara’ letteratirizzata. Meta’ dell’umanita’ sara’ dedicata a leggere e studiare quello che l’altra meta’ avra’ annotato. E il raccoglimento occupera’ il massimo tempo che cosi’ sara’ sottratto all’orrida vita vera. E se una parte dell’ umanita’ si ribellera’ e rifiutera’ di leggere le elucubrazioni dell’altra, tanto meglio. Ognuno leggera’ se stesso. E la propria vita risultera’ piu’ chiara o piu’ oscura ma si ripetera’ si correggera’ si cristallizzera’. Almeno non restera’ qual e’ priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s’ accumulano uno eguale all’ altro a formare gli anni, i decenni, la vita tanto vuota, capace soltanto di figurare quale un numero di una tabella statistica del movimento demografico. Io voglio scrivere ancora. In queste carte mettero’ tutto me stesso la mia vicenda.
(Italo Svevo, Il vegliardo, ed. critica di B. Maier, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1987, pp.79-80)


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