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21/11/2003

dhcmrlchtdj

di Webgol, alle 00:32

(ovvero degli esagoni, ovvero dei cassetti, ovvero della carta, ovvero del telefono, ovvero dei disegni, ovvero dell’amore, ovvero dell’hard-disk.)
di Carnefresca

Nel mio hardisk...Ci sono due estremi e in mezzo agli estremi le infinità di variazioni in termine, si insegna.
Le più disparate, le più necessarie, assolutamente infinitesimali.
E se a sinistra, dunque, stanno quelli che non conservano niente, fanno piazza pulita di tutti i fogli della scrivania, non hanno nemmeno da parte il biglietto di un concerto e cancellano qualsiasi e-mail tanto dalla posta ricevuta che da quella in arrivo che da quella quella inviata e hanno l’hard-disk vuoto come ogni perfetto criminale, la destra è piena di quelli che sotto il letto accumulano scatole di scarpe, con dentro le scarpe di cinque anni prima, che hanno gli scontrini volatili nel portafogli e nelle pagine dei libri che hanno comprato, e il biglietto del primo treno preso in vita loro.
I cassetti strabordano di fotografie e il computer all’avvio grida di dolore per dover caricare le decine e decine di icone di collegamento alle varie cartelle che archiviano i dati. La posta eliminata è piena dello spamming ricevuto dal primo giorno in cui il fischio del modem a 56k ha lanciato il nulla osta allo scambio concordato di byte tra uomo e bot, e non sarà svuotata mai.

Conosco storie leggendarie di donne anziane che, nella compulsività del “tutto può servire” e con lo sgomento dei parenti andati ad aiutare a traslocare, per anni e anni hanno accumulato in ripostiglio le coppette di cartone e di plastica dei gelati confezionati e a parte i relativi cucchiaini di plastica, quasi come a non voler scompagnare il servizio.
Alcuni uniscono all’accumulo l’ordine, altri il completo disordine.
Mio padre catalogava le cartoline dalla sua collezione per provenienza, per data, per parenti/amici/conoscenti/sconosciuti e quelle che inviava a se stesso dai luoghi in cui andava.
Mia madre conserva in un cofanetto che fu di sua nonna un pacchetto di sigarette dorato al cui interno in una bustina ci sono le prime due cicche che fumarono al primo appuntamento e l’anello che mio padre le fece con la stagnola delle sigarette per suggellare il loro incontro. Ogni volta che quando ero piccola aprivamo l’armadio io ero contenta perchè prendeva il cofanetto, ci sedevamo sul letto e mi facevo raccontare la storia di mio padre emozionato che la guardava e le regalava quell’anello.

Questa cosa mi ha sempre fatto credere che ognuno a modo suo ha le sue reliquie, le vestigia fisiche di un ricordo. Può essere da un lato il souvenir in ceramica di un viaggio, per chi tiene segno dell’emozione che da lo spostamento in altro luogo, così come lo è una fotografia, così come lo è la data impressa su uno scontrino di un clandestino dopopranzo con caffè, o, per chi ha la costanza di tenerlo, un diario privato.
La maggior parte del tempo passato se ne va via dai ricordi, diventa il tessuto connettivo tra un evento e l’altro e molte volte il tentativo di ricostruire come è andato che quel giorno in cui, il famigerato giorno in cui, ci siamo vestiti, ci siamo alzati, abbiamo avuto un’idea e qualcosa è cominciato, entra nella leggenda che addolcisce lo sguardo di ogni persona e si perde nei confini della favola.

Mi ricordo tante cose della mia vita, ma la cosa più difficile è afferrare il momento esatto in cui mi sono innamorata.
Mi ricordo sguardi, nella mia mente appaiono a ritroso tutte le immagini di tanti istanti.
Da quando avevo cinque anni e guardavo in chiesa il ragazzo con i capelli lunghi e i baffi che suonava la chitarra del coro, e mi piaceva. Quando uno si innamora, in genere ricorda l’istante in cui da un pensiero all’altro, da uno sguardo all’altro, è passata la stessa idea e lo stesso calore. Su quella frazione di secondo poi la mente arriva e ci romanza, ci disegna sopra il senno di poi, il lo sapevo, il non volevo, il sei stato prima tu, il tu non sai quanto eri bello, quanto eri dolce, quanto immediatamente con tutto il cuore, in quel momento, io ti ho perdutamente amato.

Mi sono innamorata di te senza averti visto prima, e questo rende ancora più ineffabile il mio ricordo.
Mi sono innamorata di te mentre ascoltavo la tua voce, e questo me lo ricordo.
Mi sono innamorata di te mentre per telefono ti ascoltavo parlare, la notte si faceva giorno, io stavo distesa sulla moquette con le dispense di un esame e una penna in mano, e disegnavo.
Mi sono innamorata di te mentre ti ascoltavo parlare e ribattere a tutte le mie parole che cercavano il distacco e volevano un contatto.
Mi sono innamorata di te con gli occhi increduli una notte in cui mi sembrava di scorrere sul tetto di un treno, sguardo epico e presa tattile leggendaria come tutti i personaggi immaginari. Ragliavano i binari ai miei piedi e io mi sentivo forte, invincibile e immortale. Mantenere l’equilibrio era al costo della vita.
Mi sono innamorata di te mentre mi sfidavo a non ricordare il tuo nome e a non voler ammettere una persona che non avevo mai guardato in faccia nella mia esistenza. C’era una voce che mi graffiava piano mentre intorno il mondo era in corsa, che diventava emozionata e roca e che mi diceva che sbagliavo. Nel mio cuore c’è un istante in cui dalla mia stanza col telefono e i miei fogli in mano e la mia penna mi sono spostata in bagno, per non svegliare nessuno e non far rumore, e tu mi hai detto una cosa, e io ho guardato la valvola del termosifone. Guardavo il termosifone ed ero senza fiato.
Mi sono innamorata di te in quel momento, su quale frase non te l’ho mai detto, ma finiva dicendomi: “…Hai capito?“.
Avevo capito.
Da quel momento in poi ci sono state altre telefonate, altre mattine azzurrite dalla notte, poi io ho passato l’esame. La sera stessa, tornando, davanti alla porta di casa, mi sono slogata la solita caviglia. Mi sono fasciata. Al posto dell’osso c’era il gonfiore di una pesca di carne. Ti ho detto che probabilmente l’indomani alla stazione avrei saltellato e che sarei venuta senza tacchi, tu mi hai detto: “Oddio…“.
Quello che è accaduto dopo non è più un mio ricordo, non è un ricordo solo mio, non è ancora tempo di chiamarlo ricordo, l’ho ricordato tante volte e tante volte te l’ho raccontato che non me lo ricordo, è qualcosa che abbiamo visto insieme, e un ricordo condiviso è qualcosa di più che un semplice ricordo.
Attaccato il telefono presi il mio foglio disegnato, lo poggiai sullo scanner e poi te lo mandai via e-mail.
Me lo avevi chiesto tu.
Quell’istante è nel mio hardisk, nella mia posta inviata, nel mio cuore, e adesso è qui.


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  • Un commento al post “dhcmrlchtdj”

    1. hanna arendt
      aprile 16th, 2007 17:38
      1

      L’ho spedita a chi amo

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