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19/11/2003

Il mistero della Cozza

di Webgol, alle 00:49

(Barlumi di memoria semi-arteriosclerotica.)
di Antonella Fulci

Fin dai primi zampettamenti tra i piedi di mio padre e delle ciarliere creature che ascoltavano jazz a tutto volume nel salotto dei miei, gli assenti del momento sembravano non avere un nome ma solo soprannomi.
Il mio gioco preferito era dare un volto agli esseri Tolkieniani che nascevano nelle sere in cui riuscivo a mimetizzarmi come un geco sulla tappezzeria, per ascoltarne le gesta sempre più fantastiche e altrettanto dileggiate.

Il codice segreto di riconoscimento diventava via via meno segreto e di regola, al quinto giorno di propaganda, all’entrata in scena del ‘topo nell’olio’ e del ‘topo in piedi’, scattava la standing ovation.
Con i ratti ebbi fortuna anch’io. Facile. Uno aveva il cranio catarifrangente e l’altro si guardava in giro col gomito piegato e la manina mollemente appesa all’altezza del petto. Applaudii all’unisono con i presenti, si accorsero di me, mi rispedirono subito a letto. Fu la prima volta che fantozzianamente mi feci la spia da sola.
Lo staff autoriale, formato in genere da mio padre e dal fraterno amico Vincenzo Talarico, padrino di tutti i miei sacramenti e promotore di molte delle mie proroghe post Carosello, non godeva di alcuna immunità. A cominciare da papà, ribattezzato ‘il Maialetto’ per la stazza e il robusto appetito alimentare e ‘verbale’, per finire a mia madre, universalmente conosciuta come ‘le Stimmate’ per la sua leggerissima tendenza all’ipocondria. Ma il più nominato era un enigma imperscrutabile, nome in codice ‘la cozza’.
Se ne parlava molto in casa mia….’Ho incontrato la cozza e mi ha detto che il film è saltato’…’, ‘…chi l’ha detto, Vincè? la cozza? Allora non ci credo manco morto’….E via così.
Ma siccome i mitili non hanno sesso, il gioco si faceva più duro a ogni mia truffaldina presenza nel loggione della lavanderia a conduzione familiare a due tramezzi dalla mia zona di coprifuoco. La cozza poteva essere chiunque, dalla signora un po’ ‘fanée’ perennemente attaccata alla parete che pescava vegetali da ogni piatto di passaggio, a quello che bisognava scollare ogni volta dal divano a fine serata, fatto sta che quando avvistavo una papabile cozza, inevitabilmente sulla mia testa di seienne echeggiava un ‘…me l’ha detto la cozza’, segno che il mitile non era nei paraggi, che sempre mi sconfortava.
Dopo averci riflettuto a lungo, distratta dal momentaneo interesse per l’astuccio a due scomparti, decisi a malincuore di abbandonare le indagini per dedicarmi alle rifiniture multicolori del libro di lettura di prima elementare. Poi una sera, a cena coi miei nella trattoria di Via dell’Oca, affollata succursale del lavatoio, si fece avanti un signore tutto nero. Barba nera, pelle olivastra, impermeabile nero, capelli scurissimi…
I simpatico signore salutò il Maialetto, le Stimmate e Vincenzo, si sedette, si informò su Volpi, Ratti e Oltraggi al Sudore mentre io ‘capivo’, e folgorata dalla rivelazione non riuscivo a smettere di fissarlo. Perché quell’uomo non aveva bisogno né di un nome né tantomeno di documenti. E perché da quel momento, ovunque nel mondo, le cozze avevano un volto.

P.S. Plagiando spudoratamente Antonio aggiungo agli svirgolamenti una parte udibile in diretta da Winamp: “By this River” da ‘Before and after Science’ di Brian Eno.
P.P.S. Cliccando qui si può leggere un articolo di
‘zio Vincenzo’ molto bello e ‘in tema’.
P.P.P.S. Antò, ti sei ricordato la valigia piena di collant-s? ;) Un bacione. Antonella


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  • Un commento al post “Il mistero della Cozza”

    1. gino meringolo
      dicembre 4th, 2005 13:14
      1

      Sono il nipote di vincenzo talarico avrei bisogno di contattare antonella fulci.3389972038

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