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31/10/2003

Mensa sana in corpore sano

di Enrico Bianda, alle 00:20

Ore 11:30. Fame.
La sveglia è suonata alle quattro del mattino. Non è suonata. E’ direttamente penetrata nei gangli vitali scuotendoli ferocemente.
Ma è andata, insomma ci si fa anche questa volta, poi forse è l’ultima mattina. Comunque alle 11:30 la fame si attorciglia e sconquassa le viscere. Decido che forse è giunto il momento di scendere in mensa. Lavoro in un’azienda pubblica in Svizzera, la quale è, diciamo, normodotata: la mensa c’è, si disegna serenamente lungo i bordi di un giardino sempre fiorito. E’ luminosa e poco affollata. Strano, mi dico da qualche anno.

Scendo, apro la porta di vetro che mi separa dal mondo dei vivi. Grande salone, deserto, inquietante il giusto, silenzioso se non pensiamo al gracchìo di una radio a transistor che viene dalle cucine. L’odore è quello, immagino, di una mensa qualsiasi, dove si mischiano sughi fatti con il dado e le polverine, puree di patate gialle latte-andato-a-male e caffè raffermo. E fumo. (Ah. Sul caffè ci torno).
Sala deserta. Solo quattro figuri che in fondo, allineati all’ultimo tavolo sembrano mangiare a gesti lentissimi.
Entro, mi fermo e mi guardano da sotto le tazzine o i bicchieri. Fermi. Silenti. Mi guardano. Sono loro i padroni della mensa. Eppure, penso, la mensa è aperta.
Ma mi guardano, non dicono nulla e hanno smesso di mangiare. Solo la radio a transistor dalla cucina continua a gracchiare. Intanto nella mensa è sceso un clima da duello al sole. Loro guardano me, e io guardo loro. Vorrei sfidarli. Urlare “Un caffè, per favore”. Ma mi trattengo. Mi scuso ed esco. Resto con la fame. C’è una morale in tutto questo.
Nessuno in questi giorni ha parlato delle mense. Esistono e rappresentano degli interregni alimentari, dove si annullano le regole di ogni dieta, dove anche ingrassare è difficile, ma è anche difficile non soffrire di terribili gastriti, laceranti rigonfiamenti addominali postprandiali.
Nella mia mensa, i rumori sono attutiti, e anche il colpo secco – stack stack – che accompagna ogni svuotatura della porzione di caffè per la macchina sembra affievolirsi nella noia del barista. Lui fa stump, leggero, rilassato, in modo che poi a fine giornata il tuo caffè sarà anche quello di tutti gli altri.
Loro, gli appaltatori del servizio mensa, di qualsiasi mensa, abitano una dimensione alternativa, ne sono sicuro, non si nutrono mangiando, ma guardandoci mangiare, succhiano la nostra vitalità servendoci “piccata al marsala con carote lesse e purea di patate” con la stessa nonchalance con cui poi spolpano il cranio di quello che entrando alle 11:30 ha chiesto titubante il suo caffè.


  • Il pasto è finito, andate in pace.
  • Il partito chiama e Zoro risponde.
  • Il cantico di Rumiz
  • Gastro di corsa. Il biroldino.

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