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29/10/2003

Cioccolato

di Webgol, alle 23:54

di Gaia Capecchi
Ti comincia a martellare nel cervello. Prima con un piccolo colpetto, lieve, quasi impercettibile. Poi, più forte. Colpisce, ribatte, insiste; nello stesso punto. Il pensiero comincia a essere totalizzante. Ha invaso ogni snodo della tua materia cerebrale e non c’è nient’altro, intorno. Senti qualcosa anche all’altezza del petto, che preme. Una specie d’affanno lesto e incontrollabile; vorace. Allora frughi ovunque, sposti, visioni, allunghi braccia in ogni anfratto della cucina. Finchè lo vedi: eccolo. Allora furtivamente lo prendi. Ti fermi un attimo e guardi: lo scarti, quasi sempre con furia. Non ne hai ancora scoperto un lembo che già ne senti l’odore, e la salivazione aumenta. Lo avvicini alla bocca e le narici si dilatano, con indecenza. Poi lo addenti, in morsi medio piccoli, e ti devi trattenere perché vorresti riempirtene la bocca in modo osceno, ma poi sai anche che finirebbe subito e tu vuoi invece quella specie di tortura della media-lentezza.

Lo lasci così a liquefarsi in bocca, lasci che t’impasti la lingua e i denti, che diventi un tutt’uno con la saliva e i respiri; lui si scioglie si scioglie si scioglie ancora; e scivola giù, giù lungo la gola, lento, liquido ma pastoso, inesorabile nel graffiarti un po’ ma anche così dolce da morirne, quasi; ti sembra anche di aver chiuso gli occhi per un istante, ma sì, sì che li hai chiusi, certo: il fuori ti disturba; infatti per un istante ne hai perso il senso – spaesata ma calda, al sicuro, superbamente drogata. Poi riapri gli occhi, senti che è appena arrivato nello stomaco ma già ne hai bisogno; allora, con le mani decise e con gli occhi che vagano per la stanza come a controllare l’inopportuno arrivo di qualcuno, ne stacchi un altro pezzo: compi lo stesso, lentaffannoso ed esasperante rituale. Non importa quanto ancora ce n’è: tu devi finirlo. Non esistono alternative. Non c’è scampo. Continui a staccare e ingoiare. Te ne imbratti le mani, ti guardi le dita appiccicose, non pensi a nulla mentre ti fissi i polpastrelli. Alla fine, dopo un corto sospiro, ti lecchi le dita; una ad una.
L’ultimo piacere che ti resta.
(Gaia Capecchi)


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