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23/10/2003

La Svizzera e bambi in salsa operaia

di Webgol, alle 00:02

di Nicola Giallodivino

Ristorante Cooperativo, Zurigo - foto di Nicola Z.Zurigo è una città bruttina, metà Heidi, metà Praga 9.
Insomma tetti di ardesia, campanili a guglia e casermoni grigi da periferia realsocialista, il tutto nordicamente senza persiane. Grazioso tram stile viennese, predicatori in piazza davanti ai grandi magazzini Globus che tuonano contro gli omosessuali.
Ho visto un sacco di ristoranti, pizzerie, kebabisti e cinesi. Ma penso che questo locale sarebbe piaciuto a Manuel Vasquez.
E’ un posto che ha fatto infrangere un tabù rigidissimo che mi vieta di entrare in ristoranti italiani fuori dai confini patri. Al massimo – osservando rigido la norma – mi avvicino e osservo da fuori le istantanee dei ragù bolognaise, dell’agnello arrosto, come accadde in Grecia. No, fatela anche voi l’eccezione.
La doppia porta è giustificata dal freddo che regala, già a ottobre, tre gradi, quando a Roma ce ne sono ventiquattro.
Il locale ha una storia da raccontare.
Di fronte ci sono le sedi di due sindacati, a cinquecento metri il palazzo della borsa di Zurigo. Una delle “case” del capitalismo globale, roba di titoli e futures, certo non è Francoforte, non è Wall Street, ma da queste parti i denari sanno cosa siano. E soprattutto sanno metterli al riparo sotto mattoni lussuosi e segreti.
Varcate la porta doppia, e sulla sinistra scoprirete con stupore un bel ritratto di un barbuto dell’altro secolo: Carlo Marx. Se vagate ancora con lo sguardo, vi si parerà di fronte un altro ritratto, anzi una foto in bianco e nero, di Giacomo Matteotti. Last but not least un busto di Dante Alighieri. Il luogo bizzarro, ma denso di ricordi. La memoria degli uomini passati di qui ha impregnato le pareti di puzza di nazionali senza filtro, alfa e ammezzati toscani.



Si chiama Ristorante Cooperativo, il posto che sarebbe piaciuto a Manuel Vasquez. L’abbreviazione è secca: il Cooperativo.
Se decidete di entrare, mangerete, pizzicando da un menu, ipertradizionale che pesca a mani basse da classici piatti della gastronomia nostrana, con l’ambizione di ricreare “un’idea platonica” di cucina italiana. Così almeno spiega Matteo, lo chef, pizzetto biondo, torinese, una vita trascorsa a metà tra agenzie di pubblicità prima, e San Cristobal de las Casas, poi. E oggi infatti spignatta ragu, risotti e tagliatelle ai porcini, coniglio in umido, verdure ripassate; io ho mangiato fettuccine al capriolo (ribattezzato dal sottoscritto Bambi in salsa operaia) e un tiramisù (era una serata di bassa, mi sono tenuto). Bevuto Montepulciano d’Abruzzo. A dire la verità conta poco quello che pappate.

Il Cooperativo era una sorta di ostello per gli emigranti italiani che sbarcavano in Svizzera a partire dagli inizi del novecento.
La prima pietra la posero giusto un secolo fa, meno un anno. Era il 1905. Una foto mostra tavolacci lunghi, sigarette, facce italiane che adesso indossano gli albanesi, ciglia unite sopra il naso, capelli lunghi, denti ingialliti, mani nodose da spaccatori di pietra. Venivano qui, dopo che sfangavano la giornata a tirare giù pezzi di montagna per costruire il San Gottardo. Bevevano (ma non era obbligatorio), fumavano, mangiavano a prezzi politici (ancora oggi i prezzi sono sensibilmente più bassi rispetto alla media di Zurigo) e parlavano di politica.
«Era casa loro», spiega Matteo. Scopri pure, dopo un po’ di chiacchiere, che l’italiano era un sorta di esperanto degli immigrati. Parlato da spagnoli, greci e portoghesi come lingua franca. La spiegazione più banale: i nostri, erano una sorta di “aristocrazia dell’immigrazione”, più vicini, più antichi. E i bergamaschi, ma potevano anche essere i bresciani, facevano i capomastri nei cantieri, il tedesco era lontano da ogni desiderio d’apprendimento. Insomma nessuno mai nei cantieri avrebbe parlato tedesco, e due parole d’italiano, o qualcosa di prossimo, erano necessarie. Certo poi viene in mente Albertone che dice a Gassman nella “Grande guerra”, aò parlece te co’ questi che so’ alpini bergamaschi, so’ paesani tui. Gli alpini bergamaschi erano gli austriaci, e allora si capisce tutto.

I due ritratti, messi uno accanto all’altro, secondo me, raccontano di storia patria e di storia della sinistra italiana, quanto un volumone di Spriano. In nessuna sezione del vecchio Partito Comunista Italiano avresti mai visto una foto di Matteotti, forse qualche eccezione in Emilia, al massimo in qualche “casa del popolo” particolarmente illuminata della Toscana. E comunque mai – ipotizzo – avresti visto un ritratto di Marx in una sede del Partito socialdemocratico, quello di Nicolazzi e Longo, per intenderci. Nello sgabuzzino di una sezione del Pci, a Roma, una volta scoprii due ritratti di Breznev. La foto non si poteva più mostrare in società, ma se andavi a scartabellare nella biblioteca, rintracciavi l’opera omnia del vecchio Leonida, dono di un compagno passato a miglior vita. In Svizzera, c’era una sezione del Partito comunista italiano e anche di quello socialista, oggi, immagino siano sopravvissuti solo i Diesse. I socialisti zurighesi ci trascorrono la serata delle elezioni, a bisbocciare per i loro progressi e a preoccuparsi per la vittoria di Blocher e dell’Svp. Ma a pranzo e cena – di giorni qualsiasi – ci trovi un po’ di tutto.
«Il 40% della clientela arriva qui spinto da ragioni politiche e ideali – racconta Matteo – ma c’è anche un 40% di capitalisti». E traduco io, di gente normale che magari lavora in banca, alla borsa, insomma in una qualunque azienda. Lo stabile venduto al comune di Zurigo, era di proprietà un tempo della Federazione socialista italiana in Svizzera e alle pareti oltre ai ritrattoni illustri, fanno bella mostra di sé una lunga serie di olii di un simil Guttuso svizzero. Un po’ più pecionesco, meno ricco suppongo e eleveticamente naif. Soggetti: sindacalisti, Di Vittorio compreso, giovani, lavoratori, bandiere, falci e martelli, tute bianche, immigrati e spaccasassi. La teoria dell’italianità del pasto, non mi sconfinfera molto. Ma assaggiando giusto una forchettata di polpettone credo che la nostalgia, tirata su a suon di lucciconi nel fondo degli occhi, di un lavoratore pugliese venuto da queste parti a laverà, penso abbia un senso.
Forse più ai tempi di Pane e cioccolata che oggi. Ma il cielo basso e bigio mi fa dubitare anche di questo.
Ristorante Cooperativo Strassburgstrasse 5 – 8004 Zurich Tel. 01.2414475
(n.z.)


  • Il pasto è finito, andate in pace.
  • Podcast live, buono come digestivo.
  • Cifra tonda
  • Le caramelle Sugus e il cioccolato Milka

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