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02/10/2003

Bertolucci, dreamer

di Enrico Bianda, alle 00:37

Parte tre: Cinema del presente
(prima parte e seconda parte)
Un fotogramma da Il ConformistaIl bisogno di non sentirsi diversi, di essere come tutti gli altri. E’ questo che accade ne Il conformista, girato a cavallo tra il ’69 e il ’70. Bertolucci ambienta il suo film, tratto da un romanzo di Moravia, nel 1937, in epoche di censure e purghe politiche, di caccia alle streghe in un paese, L’Italia, dilaniato dai delatori e dai collaborazionisti. All’epoca Bertolucci sapeva bene che quel film era un film sull’Italia delle stragi. E così è stato quasi sempre nel suo cinema, un occhio al passato, remoto o prossimo, la lettura del presente – e del futuro – in prospettiva: Prima della rivoluzione (’64), Partner (’68), Strategia del ragno (’70), Il conformista (’70) e Novecento (1976). Rivedere Il conformista oggi ci imprigiona in un sospetto, in un timore: l’Italia del ’37 quanto è diversa dall’Italia del 2003?

Il film ancora oggi è un film sul presente, su un paese in cui è possibile avere dei casi in cui a prevalere è la ricerca dell’omologazione. Appunto essere come tutti gli altri.
E arriviamo ancora ai Dreamers, ai sognatori. Molto fa pensare all’Italia di oggi, e forte è la sensazione che le cariche della polizia sui boulevards della Parigi del ‘68 immaginata da Bertolucci siano un riverbero di quello che le televisioni lasciavano vedere nel luglio del 2001, a Genova.
“Il finale dei Dreamers credo che faccia pensare molto a Genova. Quando si fa un film sul passato, e ormai lo so perché ne ho fatti tanti, bisogna aprire le porte al presente, perché c’è un cordone ombelicale fortissimo. Parlando del passato occorre sempre tenere gli occhi aperti e cogliere le similitudini.
Il film finisce con una carica dei CRS, i celerini francesi. E’ una carica che poi in sede di montaggio ho allungato, allungato, e sembra che non finisca mai più. E li sono stato influenzato da quello che avevo visto durante i fatti di Genova. Questo rapporto passato-presente è molto difficile. Deve essere qualcosa che nasce veramente quando si sta realizzando il film. E’ come stare attenti a dei segnali che arrivano, improvvisi.”

(Rosso Fiorentino, fine)


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