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Post scritti nel settembre, 2003

09/09/2003

Sale cinematografiche

di Antonio Sofi, alle 12:02

A margine di un post sui tic partecipativi o meno dei cinespetattori, due bei ricordi sulle sale cinematografiche, com’erano, un po’ di tempo fa.
Maria scrive di incitamenti ad entrare (buttadentro ante-litteram?) e “vari tempi” senza chiasso: “…vorrei descrivere una sala cinematografica di un paesino della Calabria di 50 anni fa quando io piccolina con i miei genitori andavo quasi ogni settimana a vedere un film. Era una sala bellina su due piani con un dislivello di due scalini, in basso i bambini e sopra gli adulti, durante la proiezione non c’era chiasso, mi ricordo un silenzio assoluto. La cosa che ricordo è che non c’era un orario preciso: si incominciava quando la sala era quasi piena e anzi noi bimbi andavamo fuori per incitare la gente a camminare più veloce e non fermarsi a parlare. Un’altra cosa che ricordo è che spesso se ne andava la corrente elettrica ed era difficile che tornasse per cui ce ne andavamo per poi tornare un altro giorno e la stessa cosa succedeva quando, molto spesso, si spezzava la pellicola e per aggiustarla ci voleva molto tempo, quindi a volte si vedeva a vari tempi, non avevamo fretta, si doveva passare la serata.[…]”

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08/09/2003

Il cinegioco dei titoli

di Antonio Sofi, alle 12:01

Il gioco, ancorché sdoganato da un bel libro scritto da gente dotta e degnissima (Sfiga all’Ok Corral di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, ospiti d’onore, Umberto Eco, Paul Auster, Roberto Benigni e altri) fa comunque parte del bagaglio standard di molti giochi adolescenti, spesso dettati dalla noia, e tra banchi di scuola.
Il meccanismo è semplice: stravolgere i titoli dei film (ma anche dei libri, o delle canzoni). Con alcune regole: si sostituisce o aggiunge o elimina una lettera, e si inventa una definizione, una trama plausibile. Molti, negli anni, ci hanno giocato, anche pubblicamente (io stesso): anche se è difficile essere del tutto originali, e sempre incerta rimane l’attribuzione. Meglio provarci con quelli recenti.

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06/09/2003

Silenzio, siamo al cinema

di Antonio Sofi, alle 11:58

Mi raccontano che c’erano una volta le vecchie sale. In parte parrocchiali ma anche no. Quelle in cui si poteva far di tutto: commentare ad alta voce, mangiare, fischiare durante le scene un po’ spinte, urlare incitamenti ai protagonisti, sghignazzare ad improbabili dialoghi, suggerire svolte filmiche. La nuvola di fumo, una nuvolaglia densa come smog, come nebbia, pare non mancasse mai, e rumori vari, di dubbia provenienza, e sedie di legno, scomode e scricchiolanti. Un caos. Mi raccontano che andare al cinema fosse un divertimento non solo per lo spettacolo sullo schermo ma anche per quello che accadeva nella sala. Credo che molti dei film del padre di questa blogger fossero visti così. Un caos così diverso dalle sale di oggi, dove vigono chiesastico silenzio, riverente attenzione, e lussuose poltroncine di velluto.
Silenzio o caos, quindi? C’è chi (come Gaia) pretende il primo, e chi, come chi mi ha raccontato, rimpiange il secondo.
Ho una proposta: e se qualche furbo gestore di multisala pensasse ad una sala apposita dove sia possibile commentare ad alta voce, fumare, urlare incitamenti, fare la ola? D’altronde anche nei ristoranti c’è la sala riservata ai fumatori: sarebbe una sala riservata ai commentatori (e se non una sala, un giorno della settimana, l’ultima proiezione, insomma qualcosa).

05/09/2003

La legge del fotoamatore sfortunato

di Antonio Sofi, alle 11:49

Senza SordinaE’ quella, da me più volte, e tristemente, sperimentata, secondo la quale la possibilità che ci sia un qualcosa di fotografabile è inversamente proporzionale alla vicinanza fisica di un qualsivoglia apparecchio atto a fotografare.
Ne scrivo su Glob, la bella rivista blog e culturofila di Excite (per Proserpina, uno dei salotti della rete: io spero solo di non aver rotto i ninnoli o sporcato il tappeto).
A proposito di fotografia, una tromba senza sordina, su photowebgol: 6 foto jazz e liquefatte, scattate a quattro mani.
Ah, dimenticavo: su Photoblogger, è on line il 4, come sempre bellissimo, numero.

03/09/2003

Preferisco il rumore del cinema

di Enrico Bianda, alle 12:30

Appunti per una fono-patologia filmica
Marathon di Amir NaderiShhhhhnnnn. Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare, recita una poesia di Dino Campana, che poi è finita delicatamente a fare da titolo ad un film di Mimmo Calopresti. Abituati come siamo al Digital Sound o al Dolby Surround di qualche anno fa, che ancora oggi abita i salotti di qualche patito, non percepiamo se non malamente il suono sporco, analogico, della presa diretta con microfoni d’annata… Come faceva il protagonista del film di Wim Wenders in Lisbon Story: raccoglieva schegge di suoni, frammenti di vita sonora in una città straniera, perché il suono ha una sua personalità, e identità. Il DS appiattisce le identità filmiche trasformando tutto in una melassa magmatica a-sensoriale, laddove proprio il rumore vorrebbe fondersi con le immagini alterando la dimensione claustrofobia e rassicurante al contempo della sala cinematografica. Wsshhh, shuuuuwwnn. Preferisco il rumore del cinema.

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03/09/2003

Cineblog

di Antonio Sofi, alle 11:48

A prima vista sono di meno di quelli che scrivono, quasi esclusivamente, per esempio, di musica. Forse perchè, come scrive uno dei cineblog, ci vuole coraggio a scrivere di cinema. O forse perchè la musica è moglie bella e gelosa, vuole l’esclusiva tra le passioni, non accetta tradimenti o cedimenti. Il cinema, invece, nato popolare, come celia, come scherzo buffone, tale, in fondo, rimane: si lascia avvicinare da chiunque, toccare parlare, invischiato nella trama delle cose che accadono come una mosca in una ragnatela. Senza scampo, in mezzo alle cose. Ho fatto, ho mangiato, ho visto un film, ho dormito. Vallo a dire di una canzonetta.
Il cinema è arte mediana puttana villana, il suo posto è in mezzo alle cose, e alle persone. Anche se vedi da solo un film, sei in mezzo ad una moltitudine. E quindi, il cinema, sta in mezzo ai post. Ecco perchè blog che scrivono esclusivamente di cinema non son poi così tanti. Eppure eccezionali. Una incompleta lista (aperta, altri?): Zittialcinema (e Estatevizitti, versione vacanziera), Bassoatesino, Gokachu, Il cinema invisibile, Il cinema secondo me, Pickpocket, Il nido del cuculo, Billblog, Festen, Seconda Visione, Emanuela Zini, Minimamoralia, Desordre, IlDeserto, Sblog, Ile de France, Circe coi trampoli, Buio in sala.
Ce n’è da buttare Ciak nel cestino (se non l’avete già fatto).

02/09/2003

Sesso Matto

di Antonio Sofi, alle 11:46

A cercarlo su internet, facilmente ci si confonde, tra siti a luci rosse e pop-up che pubblicizzano programmi contro i pop-up (una strategia che ha del geniale: entrata libera, uscita a pagamento). L’invincibile spirito dei tempi, più letterali che semantici, dominati da google: oggi, un titolo così, non potrebbe mai essere.
Il film di Dino Risi (da cui il nostro header) non è certo un capolavoro eppure meriterebbe più considerazione, e non solo per una Laura Antonelli variamente discinta, e un Giancarlo Giannini variamente virtuoso. Il film è ad episodi (perchè non ne fanno più, chi me lo spiega?), le musiche di Armando Trovajoli, un maestro, la traduzione della versione inglese, per una volta, migliore, da film giocoso qual è: how funny can sex be. Guardate il poster, ha quote di questo genere “Giannini is the new Chaplin“. Urca.
Nove piccoli racconti, l’ironia e un vago retrogusto di macchietta, un sapore da pastarelle della domenica, comprate dopo la messa e fresche di passeggiata. Quelle ripiene di peccato, e di una ambivalente, incerta, liceità.
Da salvare una ritrosa Paola Borbone insediata da un occhialuto gerontofilo, uno spettacolare Alberto Lionello nei panni di Gilda, un travestito di origini pugliesi, e Giannini che, rincitrullito da una Antonelli in combutta con il marito, si lava le mani con un pacchetto di sigarette. Il fumo uccide e nemmeno deterge.

01/09/2003

Cinematic

di Webgol, alle 20:11

Già, è il prossimo tema. Sottotitolo: il cinema ha dei tic, il cinema è i tic che ha.
Patologie del cinema, di chi lo fa e di chi lo guarda: rumori e silenzi, (a)sincronicità (fuori-sincrono ghezziani, e fuori-post biandeschi, diremmo), mostre e mostrine settembrine, visioni recensite e recensioni viste, appunti sensati e insensati. Patologie che sono desideri, follie, sogni, bramosie, ma anche terribili crudeli illusioni, come ben sa Giancarlo Giannini nell’header d’apertura (altri ne seguiranno: ma qualcuno riconosce il film?).
Cinematic forse anche come quei macchinari che talvolta usano le mamme per fare i dolci, per far prima e meglio, in cui si infilano tutti gli ingredienti, e quella impasta tritura mescola amalgama cuoce crocca la ricetta. (Il cinema, in più, prepara e serve a tavola)
Iniziamo con un eccezionale (permettetecelo) pezzo di Enrico Bianda sulle fono-patologie filmiche (on line nei prossimi giorni), infettato dal dolby surround, nel rimpianto di microfoni d’antan che si fondevano dolcemente con le immagini: preferisco il rumore del cinema. Poi si vedrà.