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22/09/2003

Il cinema è un campo di battaglia

di Enrico Bianda, alle 12:25

Lontano dalle mistificazioni di massa, le visioni della guerra da insegnare sono poche. Piccola guida all’incontro con quattro film di guerra contro la guerra.

1. La guerra come gioco: Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick (1957)
Kirk Douglas in Orizzonti di GloriaFrancia, 1916, prima guerra mondiale. Al colonnello Dax (Kirk Douglas) viene ordinata dai suoi superiori, la conquista del “Formicaio”, l’avamposto chiave della difesa tedesca schierato davanti alla trincea del suo reggimento. La missione è quasi impossibile, i suoi uomini sono pochi, in pessime condizioni, ed il numero delle vittime stimate è estremamente elevato. Il puro assurdo. Stanley Kubrick con il suo primo film di guerra, abbracciando il genere come avrebbe fatto anche in seguito, affronta la guerra consapevole del suo fascino, della sua assurda bellezza. Una guerra senza nemico, combattuta all’interno di un solo esercito in una sola nazione. I soldati si ritrovano davanti a nemici che avevano i loro medesimi volti, così il nemico, di cui tanto si parla (“pronto ad uccidere altri tedeschi?“) e per il quale ci si prodiga mirando a sconfiggerlo, non appare una sola volta in tutto il film, in una “guerra che pare astratta” Quello che conta, per Kubrick, non è solo l’antimilitarismo del racconto, dove non ci sono eroismi possibili, ma solo la paura, e la rassegnazione di una morte da percentuale, ma conta anche il meccanismo della guerra, il gioco, da svelare nella sua assurda fascinazione che può solo produrre morte.

2. L’infinita violenza: Il grande Uno rosso di Sam Fuller (1980)
Forse non è un caso se nella vita di Sam Fuller una delle ultime azioni cinematografiche sia stata l’apparizione nel film di Wim Wenders The End of Violence. Sam Fuller dirige Il grande uno rosso raccontando l’odissea – umana e niente più – di un gruppo di militari statunitensi durante la guerra di liberazione d’Europa nel 1944-1945. Dal Nord Africa fino ai campi di concentramento nazisti in Germania passando per le pianure piovose del Belgio. In guerra non esistono eroi, ci sono solo sopravvissuti, diceva Fuller. La sua guerra è una guerra che non riposa sui cadaveri, ma racconta la vita, o meglio la sopravvivenza con il taglio del reporter. Nel Grande Uno Rosso, la Prima Divisione della Fanteria Americana, Sam Fuller c’era stato davvero, come reporter, documentando tutti i fronti della guerra. E nel suo film, autobiografia di una sconfitta umana, Fuller porta lo spettatore nella dimensione fisica della battaglia, come mai nessuno prima di lui probabilmente aveva fatto, e ancora una volta non è un caso che Spielberg per il suo Ryan volle proprio Fuller come consulente… Ultimo atto di una vita di cinema controcorrente.

3. Fate l’amore, non la guerra: Kippur di Amos Gitai (2000)
Dedicato a Samuel Fuller, Kippur dell’israeliano Gitai mostra una guerra (quella del 1973) priva di retorica e antispettacolare, fatta di caos, confusione, corpi che affondano nel fango, rumore delle bombe, degli elicotteri, dei carri armati che girano a vuoto; il nemico, l’altro, non si vede mai: gli arabi e gli israeliani sembrano incapaci di guardarsi negli occhi e parlarsi. L’eccitazione iniziale dei giovani protagonisti si trasforma presto in angoscia, in incubi, in perdita della ragione di fronte all’assurdità della guerra e in silenzio. L’episodio è incorniciato da una parentesi d’amore, di corpi che si stringono, si lasciano e poi si ritrovano alla fine del film, tra colori quasi liquidi, in cui prevalgono i toni della guerra – verde, grigio, rosso sangue – come in una specie di sogno pop, con il sax di Jan Garbarek che si trasforma in una sirena lancinante, in piena atmosfera anni 70.

4. Buttate la bomba, sterminateli tutti: Apocalipse now di Francis Ford Coppola (1979, ried. 2001)
Francis Ford Coppola, Apocalypse NowInsegnano ai ragazzi a sparare sulla gente ma non gli lasciano scrivere fuck sugli aeroplani”: immoralità e ipocrisia della guerra. Apocalipse now è sicuramente un film sul conflitto in Vietnam e contro la logica di morte, ma i confini tra bene e male sono incerti e spesso indistinguibili e il tono non è quello realistico delle opere classiche del genere, ma quello ipnotico e delirante di un viaggio nel cuore di tenebra del sogno americano. L’opera di Coppola è anche qualcosa di più, racconta di una nazione, di un popolo, di una generazione, quella cresciuta e diventata adulta negli Usa negli anni 60, della sua energia vitale, energia che crea e che distrugge. Un film sul potere che di questa energia si nutre, fino a cannibalizzare i suoi stessi figli. Apocalipse now ha un andamento lento, interrotto da numerose e sublimi/atroci scene madri. Un risalire dantesco lungo un fiume, narrato in prima persona da Sheen/Willard alla ricerca di Brando/Kurz, dentro una giungla diventata labirinto mortale, ma soprattutto dentro un abisso interno sempre più profondo.
(e.b. – Rosso Fiorentino, n°3)


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