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19/09/2003

A che serve l’intervallo

di Antonio Sofi, alle 12:13

Un tic dirimente. L’intervallo tra il primo e il secondo tempo. In molti cinema lo hanno ormai abolito, resiste in qualche sala, ricordo di interminabili fruizioni artistiche, dalle tragedie greche che duravano intere giornate alle opere teatrali ottocentesche in cinque corposi atti. In quei casi l’intervallo era misura di sopravvivenza, e spesso occasione di mondanità. Ormai un film che dura più di due ore e mezzo è considerato morbosamente lungo, una sorta di tentato omicidio lucidamente organizzato. La tendenza è verso la definizione di un nuovo linguaggio cinematografico, una sorta di “cinema breve”. Mario Verdone azzarda un cinema Internet: il linguaggio “internauta” – in cui la brevità è legge, e una fruizione troppo lunga ingenera impazienza e stanchezza – influenza il linguaggio filmico.
E l’intervallo? Persa la funzione di mera sopravvivenza, non può nemmeno essere, per brevità, un momento minimo di socializzazione. I più, ormai, aspettano pazienti, cercando di non lasciarsi sfuggire le scie mnemoniche (quanto assomigliano ai sogni!) dell’ultimo fotogramma. Rimane l’omino dei popcorn e delle bomboniere, sempre più curvo e sempre più vecchio (non ci deve essere molto ricambio generazionale). Ma, pare, il 62% degli spettatori non acquista nulla durante l’intervallo (certo, dico io, li si spenna all’ingresso con i pop-corn giganti – ma li croccano con lamine d’oro?).
E poi: proiettare pubblicità non puoi o, giustamente, ti sbranano. Insomma a che serve? Come scrive Marquant in un bel post sull’argomento: “Magari a qualcuno l’intervallo piace, perché serve a tirare un po’ il fiato. Ma è un film, dio santo, mica una partita di pallone.”


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