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17/09/2003

La Mandrakata in periferia

di Antonio Sofi, alle 12:11

Ovvero: cicabum-cicabum-cicabum
Febbre da Cavallo, Steno, 1976Venerdì primo novembre, anno duemiladue, giorno festivo, Roma.
Piove: saltata la scampagnata progettata per il lungo ponte, i cinema vengono presi d’assalto da famigliole in crisi da eccesso di tempo libero. Mamma, papà, figlioletti schiodati a fatica dalla playstation. Scelgo un cinema periferico, uno dei pochi rimasti a non essere afflitti dal virus dei multi-cinema, piccole sale infrequentabili da ipermetropi. Questo è evidentemente un vecchio teatro riadattato, 1000 posti, enorme, spesso vuoto, un audio che è sempre buona accortezza supportare da orecchie terze (“che ha detto?”, “non ho capito nemmeno io”, “chiedi un po’ alla signora avanti“), poltrone nelle quali ho visto soccombere diversi artritici.
Faccio la fila, era da Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno che non si vedeva una fila in quel cinema. Il film inizia con 10 minuti in ritardo, il tempo di smaltire la coda. Il film, al primo giorno di programmazione, è Febbre da Cavallo – La Mandrakata, regia di Carlo Vanzina, remake dell’omonimo film del padre Steno, girato nel 1976, e che ha registrato una sorta di successo ritardato, sotterraneo, dagli anni ’90 in poi, e specialmente tra i giovani (giovani?) capitolini. Protagonista, allora come ora, è Mandrake, ovvero Gigi Proietti.
Uno sguardo panoramico sulla platea mi permette di distinguere senza alcuna difficoltà i veri aficionados dalla gleba del tempo libero. Hanno gli occhi luccicanti, e il pensiero perso a compitare mentalmente le battute più memorabili dell’originale. Ad uno di loro squilla il cellulare e la musichetta è cicabum-cicabum-cicabum, e a molti spuntano sorrisi sinceri, della stessa qualità dei lucciconi spontanei.


Prima del film passa uno degli ultimi esemplari di una categoria professionale in via di estinzione, l’omino dei popcorn, ormai sostituiti quasi dappertutto da macchine roteanti all’entrata. Quello che mi trovo davanti agli occhi è un perfetto esemplare della specie, da rinchiudere vivo in un museo, dietro una teca, per le scolaresche in gita, e quindi imbalsamato, a memoria delle generazioni future. Andamento ingobbito dal peso delle bomboniere e dei gelati, giacchetta rossa, lisa, vecchio di una vechiezza incomputabile, dalla faccia frastagliata, dello stesso colore della tappezzeria, nella quale ormai si mimetizza, come un camaleonte, pronto a sbucare fuori durante l’intervallo. Si chiudono le luci. Inizia il film.
La paura di tutti, percepibile, è che il remake sia troppo diverso dall’originale, e che gli autori, per non essere divertenti tout court (colpa cinematograficamente inespiabile), abbiano devastato lo spirito caciarone, senza pretese ma spassoso dell’originale. Per fortuna non è così: ancora prima dei titoli di testa, cicabum-cicabum-cicabum, e a stento mezza sala si frena dall’applaudire. Sembra un film degli anni ’70, ed è questo il suo impagabile pregio (non ne ha molti altri, ma va bene così). In più fa ridere. Alcuni argomentano sia colpa del cicabum, chè si sorride come si suppone sbavassero i cani di Pavlov: alla prima nota, per riflesso condizionato. Io non lo dico ma lo penso: finalmente.


  • Titoli di coda
  • Il Natale di un killer occasionale
  • Genius loci (Firenze e Roma)
  • Quando la città trattiene il respiro

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