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16/09/2003

La città ritrovata

di Enrico Bianda, alle 12:26

Un passato ricco di riferimenti, un cinema politico molto legato alla dimensione urbana. Poi la scomparsa della città come spazio del conflitto sociale e politico. Oggi il cinema italiano guarda alla città con uno sguardo nuovo, trasformando la dimensione urbana in spazio narrativo. (>>>)

Velocità Massima di Daniele VicariRossellini, Pasolini, Fellini a Roma. Visconti a Milano. Rosi, Martone e Lattuada a Napoli. Amelio e Calopresti a Torino. E altre città raccontate dal cinema italiano negli anni, dal neorealismo alla fine degli anni sessanta. La città rivestiva un ruolo centrale nel racconto della trasformazione sociale del paese tra conflitto e sviluppo incontrollato. La città della violenza, della povertà, protagonista dei sogni di un paese che cambiava. La dimensione urbana segno della modernità che stentava a trovare una sua dimensione.
Poi il silenzio: il cinema sembrava essersi trasferito in città senza una memoria, che vivevano nelle case dei protagonisti, negli appartamenti tre-stanze-ed-una-cucina-abitabile-con-il-tavolo-di-formica.

Una possibile interpretazione di questa scomparsa della città come soggetto attivo del cinema italiano, potremmo cercarla nella violenza che dai centri urbani sembra emergere negli anni del conflitto sociale, dalla fine dei sessanta alla metà degli ottanta, dal post ’68 agli antagonismi del ’77, passando per la tappa cruciale degli anni di piombo. Dei rumori della città si sentivano solo i riverberi tra le mura, nelle parole, nei gesti. Ma il respiro della città non pulsava nelle storie. Le strade non innervavano le narrazioni del cinema italiano, se non sporadicamente, nei nomi di Sergio Citti o Maurizio Nichetti con Ratataplan. La dimensione urbana perdeva la sua centralità con la crescita del conflitto sociale, il cinema d’autore italiano si allontanava dai luoghi dello scontro, tenendoli in controluce, come una memoria lontana, un’aura che permeava le vicende ma non le accoglieva (I pugni in tasca, di Marco Bellocchio).
Restano alcune città ad animare il panorama urbano del cinema, ma non riescono in quei 15-20 anni a ritrovare la vivacità e la forza pervasiva che le aveva caratterizzate nei decenni precedenti. Tra queste città resistono Roma, Roma Set Mundi, il cinema di un secolo intero aveva guardato di volta in volta alla capitale come musa ispiratrice o come centro produttivo principe, come patria di un glorioso passato o come metropoli con le sue stravaganze mondane e con le sue sacche di povertà ed emarginazione. Roma, in tale veste multiforme, ricca e sfuggente, manteneva comunque saldo il suo posto nell’immaginazione cinematografica, a cui sapeva sempre dispensare l’energia dei suoi luoghi e della sua storia.
Palermo si traduce nella luce accecante del suo sole macchiata dalla denuncia (non incisiva, non continua, quasi latitante) e dal sangue versato della mafia, e lo fa soprattutto con Rosi, Dimenticare Palermo e con altri film come Pizza Connection. Restano tracce su Milano, Napoli e poco altro, ma sempre sfuggenti.
Gli anni ’90 riportano la città al centro della riflessione cinematografica, l’Italia si racconta di nuovo attraverso le sue città, una rinascita importante che vede la dimensione urbana ritrovare una sua centralità narrativa, nella Roma di Daniele Vicari ad esempio, Velocità massima, dove si racconta e si mostra una Roma che è quella di una periferia estrema, un’Ostia livida o calcificata come le ossa di uno scheletro sotto al sole, è un paesaggio che somiglia molto alla storia che ospita, in cui animali sconosciuti e misteriosi, figli di operai del passato o di nessuno, privi di futuro o di sogni o di pensione, esibiscono con quieta rabbia il diritto ad aspettarsi qualcosa dal mondo e dalla vita. Roma torna naturalmente con Nanni Moretti, Caro diario è anche la storia d’amore di un autore con la sua città, scavata, scossa, accarezzata.
E Roma proprio oggi, attraverso le ultime propaggini cinematografiche che ancora riverberano nelle sale, ha ritrovato una forte dignità estetica come tessuto narrativo, borghese e in crisi, che non si riconosce ma sia affeziona, che si racconta indolente e calorosa, dall’alto, lontana e quasi minacciosa nel Calopresti di La felicità non costa niente, e ancora nottambula, sempre borghese, luminosa, vista da dentro, intimamente, nel Ricordati di me di Gabriele Muccino.
(Rosso Fiorentino, n°4, Maggio 2003 – anche qui)


  • Le caramelle Sugus e il cioccolato Milka
  • Davanti ad una statua su una guglia
  • Filetto di maiale al brandy
  • Titoli di coda

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