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10/09/2003

L’epica quotidiana

di Enrico Bianda, alle 12:28

La 25° ora: come tradurre in epica un’esistenza mediocre
Riflessioni in forma di guida sul mito nel cinema americano

La 25° ora di Spike LeeLo sguardo corre virato in blu elettrico sulle rovine dolenti di Ground Zero. Si sofferma su quanto resta in piedi della struttura in cemento armato delle Twin Towers. Totem megalitico su di una collina degli stivali post nucleare. E’ una sequenza di un film magnifico di Spike Lee, La 25° ora, primo film a fare i conti veramente con quanto resta dell’invincibile America, rovinata tra i fumi tossici all’amianto e le fiamme dell’attacco fantascientifico alle torri gemelle. Spike Lee guarda e ci lascia guardare attraverso il vetro di un appartamento downtown di Wall Street quello che resta tra le macerie. E lo fa con un’indulgenza che sorprende: quasi una celebrazione inaspettata da parte di un regista antagonista.
Ma proprio in questo suo indulgere eloquente sulle rovine dell’ex Impero americano ci fa capire che lui lavora sulla natura stessa del mito americano: ci guida alle radici, all’origine del processo di produzione culturale del mito, strumento fondante della cultura americana, collante indebolito della natura stessa del melting pot americano. Li, tra quelle macerie, si svela il meccanismo che tiene unita l’America: trasformare tutto quello che accade in mito, leggere attraverso lo specchio deformante dell’epica tutto quello che accade all’uomo americano.

L’epica è l’ancora di salvezza di una nazione in crisi di identità dal suo nascere. E attraverso l’epica rilegge e aggiorna svelandole le miserie di una società in crisi di astinenza da eroi. Ecco che allora anche un pusher egoista, arricchitosi spacciando eroina tra i locali e le strade di Manhattan può diventare eroe anche solo per un giorno. Alle spalle un’esistenza di cui forse non andare troppo fieri, pochi amici, falliti a loro modo, tra nevrosi e complessi, e una donna di cui non si fida: davanti a se la prospettiva del carcere, sette anni e la paura di non farcela.
Lo scontro tra quotidianità ed eroismo è al centro di molta della produzione culturale americana della seconda metà del 900, mossa com’era dalla consapevolezza che parte del mito della frontiera su cui si era costruito il paese lasciava dietro a se una scia di sangue con un’intera cultura spazzata via dall’epica della conquista e del West. Nel cinema, in modo più o meno consapevole, più o meno critico, lo troviamo a partire dalla grande tradizione del cinema di Capra (La vita è meravigliosa). Ma è nel genere e nelle sue declinazioni anche storicizzate, che l’epica trova una sua dimensione fondante: il riflesso dell’epica americana vive allora nei noir e nei western, trovando nella fantascienza (soprattutto negli anni 60 e 70) una fase intermedia quanto alla consapevolezza: erano gli anni della rincorsa alla conquista dello spazio, e alla frontiera verso ovest si sostituiva l’altra grande frontiera eroica, quella dello spazio profondo da conquistare opponendosi all’altro grande conquistatore, il nemico d’oltre cortina.
L’epica quotidiana trova una sua eloquente declinazione in alcuni lavori più contemporanei: Altman che traduce per il grande schermo Raymond Chandler e Raymond Carter, nei rispettivi Il lungo addio e America oggi (meglio la versione originale, più rispettosa soprattutto dell’origine letteraria del film, Short Cuts). Qui il quotidiano si traduce in forza epica di sopravvivenza contro una metropoli snaturata e dilagante, oppressiva e disumanizzante, la città di quarzo di Mike Davies, che guardiamo dall’alto idealmente – lynchanamente diremmo – con lo sguardo dinoccolato dell’investigatore Marlowe che con Altman ha il corpo postmoderno (eroico perché debole e corrotto) di Elliott Gould. Los Angeles è, naturalmente con New York, la più grande espressione dell’epica quotidiana negli sguardi eversivi di grandi registi come Peckimpah (L’ultimo Buscadero), Aldrich (I ragazzi del coro) e Siegel (Il caso Skorpio), registi che hanno guarda caso innervato il lavoro e l’estetica di un maestro d’oggi, Michael Mann, che con The Heat disegna un’epica secondaria e potente, quella dello scontro tra un poliziotto (Al Pacino) e un ladro professionista (De Niro) inequivocabilmente indistinguibili, e che giunge alla perfetta definizione della quotidianità dell’epica con Insider.
(da “Rosso Fiorentino” n° 5, Giugno 2003 – articolo leggibile anche qui)


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