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03/09/2003

Preferisco il rumore del cinema

di Enrico Bianda, alle 12:30

Appunti per una fono-patologia filmica
Marathon di Amir NaderiShhhhhnnnn. Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare, recita una poesia di Dino Campana, che poi è finita delicatamente a fare da titolo ad un film di Mimmo Calopresti. Abituati come siamo al Digital Sound o al Dolby Surround di qualche anno fa, che ancora oggi abita i salotti di qualche patito, non percepiamo se non malamente il suono sporco, analogico, della presa diretta con microfoni d’annata… Come faceva il protagonista del film di Wim Wenders in Lisbon Story: raccoglieva schegge di suoni, frammenti di vita sonora in una città straniera, perché il suono ha una sua personalità, e identità. Il DS appiattisce le identità filmiche trasformando tutto in una melassa magmatica a-sensoriale, laddove proprio il rumore vorrebbe fondersi con le immagini alterando la dimensione claustrofobia e rassicurante al contempo della sala cinematografica. Wsshhh, shuuuuwwnn. Preferisco il rumore del cinema.

Amir Naderi, in un fulgore parossistico da autoproduzione, disegna con Marathon un panorama sonoro di New York, passando dai vagoni della metropolitana che scende verso Downtown, ai treni urbani abitati da viaggiatori lavoratori che si fondono in un sottofondo sonoro che sale dalle viscere della Grande mela. Perdono la loro individualità, si trasformano in voci per un coro urbano filtrati da una macchina futurista che produce rumori, suoni indistinti.
Il suono analogico in questo come in altri casi dona la vita al paesaggio, strappandolo – per problemi anche di carattere economico – all’uniformizzazione digitale che spalma surround intorno e attraverso gli spettatori in sala.
Il suono è vita, sorprende, dissacra e disturba. Rifulge in un distillato di inquietudine percettiva. Così accade che in un film un po’ sbrigativo ad un certo punto si laceri il silenzio con un rumore di fondo che crea inquietudine. E’ The Mothman Prophecies diretto da Mark Pellington tratto da un libro di John A. Keel del 1975: vicenda a metà strada tra thriller e fantasy horror alla Stephen King. Il protagonista – un Richard Gere appena fuori ruolo – incontra l’uomo falena attraverso comunicazioni disturbate che passano per i cavi del telefono. E’ un rumore di fondo, che richiama i paesaggi sonori delle trasmissioni in bassa frequenza che abitano lo spazio sopra di noi: anni fa una rubrica del gruppo di Fuori orario su Rai3, epoca Guglielmi, ri-trasmetteva materiale in libera circolazione: si intitolava E-veline, e raccoglieva quanto passava nei canali informativi che trasmettevano, e che trasmettono via satellite. Il rumore dominava le immagini, dava un senso disarticolato di straniamento alle immagini tanto da far loro perdere di senso. E restavano le sequenze scioccanti di non-vedibile, tra uccisioni e disastri che non passavano nelle ore della visione rassicurante.
Suono disarmonico e immagini non accondiscendenti, per una drammaturgia del rumore che si contrappone al suono pervasivo, quando non invasivo, del dolby surround: abituiamoci, Murdoch e Sky ce lo porta in casa il rassicurante plasma acustico.


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