30/09/2003
Bertolucci, dreamer
di Enrico Bianda, alle 12:23
Parte uno: Rossellini Redux
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Il rapporto di fedeltà stilistica, amicizia e rispetto tra Bernardo Bertolucci e la generazione della Hollywood anni ‘70 inizia in modo squilibrato: il regista italiano a 21 anni ha già girato un grande film, La commare secca, Scorsese e Coppola lo guardano un po’ con invidia e un po’ già con rispetto. Sarà lo stesso Martin Scorsese a confessare che durante una proiezione del film Dopo la rivoluzione al Lincoln Center di New York, vide passare quello che per lui era il giovane regista italiano che aveva già fatto tutto.
Ad unire queste personalità, cui vanno aggiunte probabilmente anche quelle di Spielberg, Lucas e Cimino, un amore indistruttibile e insostituibile per il cinema di Roberto Rossellini. E sarà proprio grazie a questi registi, attraverso l’opera di riscoperta critica, quasi celebrativa dei Cahiers du cinéma, che Rossellini tornerà ad essere il maestro, dopo essere stato sostanzialmente dimenticato nel corso di tutti gli anni ‘50. Rossellini andata e ritorno, il titolo, ipotetico, immaginifico, di un film collettivo girato dal terzetto Bertolucci-Scorsese-Coppola.

The Dreamers (
Il primo
Bellocchio radiofonico.
Francia, 1916, prima guerra mondiale. Al colonnello Dax (Kirk Douglas) viene ordinata dai suoi superiori, la conquista del “Formicaio”, l’avamposto chiave della difesa tedesca schierato davanti alla trincea del suo reggimento. La missione è quasi impossibile, i suoi uomini sono pochi, in pessime condizioni, ed il numero delle vittime stimate è estremamente elevato. Il puro assurdo. Stanley Kubrick con il suo primo film di guerra, abbracciando il genere come avrebbe fatto anche in seguito, affronta la guerra consapevole del suo fascino, della sua assurda bellezza. Una guerra senza nemico, combattuta all’interno di un solo esercito in una sola nazione. I soldati si ritrovano davanti a nemici che avevano i loro medesimi volti, così il nemico, di cui tanto si parla (“pronto ad uccidere altri tedeschi?“) e per il quale ci si prodiga mirando a sconfiggerlo, non appare una sola volta in tutto il film, in una “guerra che pare astratta” Quello che conta, per Kubrick, non è solo l’antimilitarismo del racconto, dove non ci sono eroismi possibili, ma solo la paura, e la rassegnazione di una morte da percentuale, ma conta anche il meccanismo della guerra, il gioco, da svelare nella sua assurda fascinazione che può solo produrre morte.
Anche solo per un
Venerdì primo novembre, anno duemiladue, giorno festivo, Roma.
Rossellini, Pasolini, Fellini a Roma. Visconti a Milano. Rosi, Martone e Lattuada a Napoli. Amelio e Calopresti a Torino. E altre città raccontate dal cinema italiano negli anni, dal neorealismo alla fine degli anni sessanta. La città rivestiva un ruolo centrale nel racconto della trasformazione sociale del paese tra conflitto e sviluppo incontrollato. La città della violenza, della povertà, protagonista dei sogni di un paese che cambiava. La dimensione urbana segno della modernità che stentava a trovare una sua dimensione. 
“Io ti ammazzerei con le mie mani”, a parlare è il capo della squadra omicidi di un’Italia livida e surreale, ammuffita, raccontata in
Lo sguardo corre virato in blu elettrico sulle rovine dolenti di Ground Zero. Si sofferma su quanto resta in piedi della struttura in cemento armato delle Twin Towers. Totem megalitico su di una collina degli stivali post nucleare. E’ una sequenza di un film magnifico di Spike Lee, 

