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20/10/2011

#opencamera: hashtag, cronaca (e liti) digital-parlamentari.

di Antonio Sofi, alle 19:08

Da qualche mese Andrea Sarubbi, parlamentare del Pd, inizialmente in splendida solitudine, occupa gli scranni digitali del parlamento di Twitter e racconta quasi quotidianamente dal suo profilo le sedute della Camera dei Deputati.

Il giochino, che giochino non è e si configura invece come un allargamento virtuoso della rappresentanza politica alla cronaca giornalistica, è contagioso: e altri deputati (soprattutto del Pd, ma anche pe Roberto Rao dell’Udc) si aggregano e fanno cronaca parlamentare dall’interno e all’interno dell’hashtag dedicato #opencamera (#opensenato è stato inaugurato in scia senatoriale da Roberta Pinotti, sempre PD).

Il giochino, che appunto giochino non è più (e non lo è nemmeno altrove: in Inghilterra i parlamentari hanno votato e ottenuto il diritto di twittare dall’aula, che si cercava di negare), oggi fa un piccolo grande salto di qualità – perché da esperimento in semiclandestinità internettica diventa luogo conclamato di discussione e dibattito di politica e tra politici.

“Mi hai offeso su Twitter!”

Uno dei protagonisti è il deputato Pd Pierangelo Ferrari, che durante una seduta parlamentare commenta con un tweet il discorso di un collega della Lega, Massimo Polledri.

Il quale legge il tweet, e, come racconta Andrea Sarubbi, va a protestare con Ferrari.

Svela il motivo della protesta il protestato, sempre via tweet; pare c’entri la comprensione del termine “omofobo” (e altri parlamentari come Guido Melis pubblicano definizioni da vocabolario).

Conclude Sarubbi, diffidente sulla notiziabilità della cosa.

La morale? Una impressione, più che altro. Il parlamento migliore si giova di questa comunicazione incrociata, calda e velocissima. Nella sua versione conversazionale e digitale la politica rischia addirittura di diventare appassionante, perché è fluida e in movimento e non incatramata nei titoli di giornale o compressa nei lanci di tg.

07/10/2011

TEDx Reggio Emilia, 15′ per una idea

di Antonio Sofi, alle 22:27

Domani, sabato 8 ottobre, si terrà a Reggio Emilia un bell’evento TEDx (organizzati in cc con TED-papà-quello grande).

TedxReggio Emilia

L’amico Riccardo Staglianò mi ha chiesto di andare a parlare di politica e web e ci proverò domani all’interno dei tradizionali 15 minuti che la formula di TED democraticamente dedica a qualsiasi idea – da quelle geniali (che “valgono la pena di essere diffuse”) a quelle modeste come le mie.
Less is more, come diceva un tale.

Il sito per maggior informazioni: TedxReggioEmilia e il programma
L’hashtag con cui seguire le conversazioni su Twitter: #TEDxreggioemilia

26/09/2011

Inizia Agorà

di Antonio Sofi, alle 22:27

Nuova stagione, nuova Agorà.
Inizia domani, tutte le mattine, fino a giugno.

Agorà

Anticipiamo di un’ora rispetto allo scorso anno: dalle 8.00 alle 10.00, sempre su Rai Tre.

PER MAGGIORI INFORMAZIONI e seguire tutt’e cose: sito (con streaming), pagina facebook, twitter

01/08/2011

Le case (multimediali) degli spiriti. Rumiz alla ricerca del paese perduto

di Antonio Sofi, alle 12:43

E’ quasi un rito estivo – non solo ovviamente il viaggio di Paolo Rumiz su Repubblica ma anche un post che qui lo annunci e ci ricami un po’ sù, legittimati dagli anni di fanship rumizzeide, e dei tanti post che abbiamo dedicato negli anni ai lavori del triestino adunco qui su Webgol (e addirittura di un ebook tratto da un testo accademico e firmato da Enrico Bianda sulle pratiche giornalistiche del giornalista errante: M’è dolce questo narrar).

Il viaggio di Rumiz di quest’estate si chiama Le case degli spiriti ed è un viaggio alla ricerca del paese perduto, tra ruderi, paesaggi dimenticati, luoghi abbandonati: prede del vento e della natura che se ne riappropria. 26 puntate fino a fine agosto – come appunto da tradizione. Il logo (in alto a sinistra) è come sempre disegnato da Altan, mentre i disegni all’interno son firmati da Carlo Stanga.

Illustrazione di Carlo Stanga per la prima puntata di Le Case degli Spiriti, Tratto da www.carlostanga.com

Il reportage promette assai bene.
In più, finalmente, dopo tanti anni che lo evocavamo (“Il reportage è colpevolmente nascosto sul sito di Repubblica, difficilissimo da trovare – per solutori web più che abili. Un prodotto come quello dell’inviato triestino dovrebbe essere più valorizzato – oltre ad una migliore visibilità da home page, basterebbe la metà della ottima grafica e composizione della pagina del cartaceo”) Repubblica allestisce una sezione multimediale a supporto del reportage cartaceo.

C’è un trailer video e un altro video a supporto della seconda bastianica puntata (e spero che i prossimi abbiano un po’ più di contenuti, ché tanti ce ne sarebbero e oltre la buona fattura).
C’è la mappa di Google con l’indicazione dei 26 luoghi del reportage, e c’è soprattutto la foto della mappa, bellissima: la MLP, la mappa dei luoghi perduti e da sola vale il prezzo della candela.

La mappa dei luoghi perduti, di Rumiz per Le case degli spiriti. Tratto da Repubblica.it

Sulla propensione cartografica di Rumiz abbiamo spesso scritto.
Le mappe per Rumiz non sono una soluzione facile ai problemi contingenti di orientamento, nè oggetti impolverati da tirar fuori quando proprio non si sa più che strada prendere. Sono strumenti di lavoro, feticcio transazionale per andare stando, ancòre multidimensionali per contrastare i marosi dello spaesamento temporale e spaziale che lo spostamento dalle rette vie spesso provoca. Sono atti distensivi: mostrarla equivale ad un patto.

Le mappe sono compagne di viaggio. Che accompagnano. Spesso vengono segnate dal viaggio e spesso diventano veri e propri co-protagonisti del racconto. C’è il viaggio lungo inedite direttrici verticali in L’Altra Europa e la mappa si trasformavano a seconda di lato e latitudine: quelle del nord perdono la forma quadrata e diventano trapezi isosceli – seguendo «i fusi orari che si restringono come gli spicchi di un’arancia». C’è il viaggio per mare sulla eterea scia della battaglia di Lepanto e una enorme mappa piena di appunti a margine faceva spesso capolino, incastrando come un puzzle temporale passato e presente. C’è la mappa sotterranea e invisibile del viaggio sottosopra che svela ciò che in superficie non si vede.

Perfetto esempio di ciò che la mappa è sempre: radar che mostra ciò che ad occhio nudo non si vede.

10/07/2011

Agorà e dintorni. Tv vecchia o nuova, arricchita o alla moviola, digital-popolare

di Antonio Sofi, alle 10:45

In occasione del convegno organizzato dal Corecom Lazio lo scorso 6 luglio, voluto dal bravo Francesco Soro e intitolato Vecchia Tv vs. Nuova Tv, ho buttato giù alcuni appunti/promemoria che ripropongo qui in forma di bozzolone (più bozzolo che bozza) – per provare a contrastare una specie di maledizione alla memoria corta tipica di una società ipermediatizzata (la migliore scusa che ho trovato per non dire che mi dimentico le cose) e perchè più seriamente qualcosa durante le quasi 190 puntate di Agorà (da settembre a giugno, ogni mattina) abbiamo provato a sperimentare. Nella pagina degli atti (doverosamente multimediali) del convegno ci sono interviste ai presenti e interventi più interessanti e strutturati (segnalo tra tutti quello di Alberto Marinelli).

Nuova tv vs. vecchia tv? Sempre più tv “enriched”

Nuova tv vs. vecchia tv è una contrapposizione che, se intesa come tubo catodico & palinsesto unidirezionale vs. tecnologie digitali orizzontali e on demand, perde sempre più di valore effettivo: si assottigliano le differenze, non sono ormai più da tempo due sport diversi e probabilmente nemmeno più due diversi campi da gioco.

Per esempio la rete si nutre fortemente della tv cosiddetta tradizionale o generalista, quest’ultima è spesso il luogo centrale (la piazza, l’agorà appunto) dei cittadini digitali – dove si incontrano e fanno cose. Ecco alcuni tipici momenti di incontro/scontro:

    - Il commento in diretta su Twitter, Facebook o Friendfeed – che trasforma di fatto la visione solitaria della tv in una lunghissima poltrona digitale o se vogliamo in un gigantesco gruppo d’ascolto (che una volta si riunivano giusto in occasione di eventi importanti come il Festival di Sanremo e ora invece lo fanno spesso se non ogni sera, da eventi speciali come Vieni via con me o Tutti in piedi alle puntate settimanali di Annozero, Ballarò, Exit ecc.);
    - La condivisione del giorno dei pezzi più emblematici sui social network. La maggior parte dei video condivisi sono (emblematico anche questo, direi) video politici, provenienti da talk politici, contenenti dichiarazioni improvvide, gaffe, litigi, uscite di scena ecc. che alimentano discussioni donanda ulteriore tempo di vita ai programmi televisivi;
    - La parodia a là politics busting, in cui si stravolgono o remixano format, linguaggi, momenti e/o la creazione di prodotti video che trovano canali di diffusione dentro i social network (e spesso trovano la via d’ingresso per la tv: dai trailer “fasulli” per il processo Ruby e Pisapia ai video della Sora Cesira alle web-series anche nostrane)
    - La tv come archivio informativo e repertorio probatorio per alimentare le conversazioni, e “ancorare” la memoria personale a momenti storici e condivisi, costruendo così giudizi su fatti e persone
    e così via…

Per certi versi insomma mi sembra di notare, negli ultimi tempi, una rinnovata centralità politico-sociale della televisione generalista – fenomeno in parte attribuibile all’attenzione, presenza e rilancio delle persone dentro i media digitali. Persone che, seppur non rinnegando la libertà di decidere autonomamente gli arzigogolati e crossmediali percorsi dei propri consumi informativi (e indietro non si torna su questo punto), si ritrovano spesso ad ambire luoghi comuni e condivisi a una audience più ampia di se stessi. Ovviamente non vale di default per tutta la televisione generalista, ma (credo) ci siamo capiti.

Lo studio di Agorà con Andrea Vianello. Sul widescreen una webopinionista espone da casa il cartello 'ora parliamo noi'
Lo studio di Agorà con Andrea Vianello e gli ospiti. Sul widescreen una webopinionista espone da casa il cartello 'ora parliamo noi'

D’altra parte, la tv tradizionale sempre più si apre (o dovrebbe farlo) a questi sommovimenti, includendo nei suoi format linguaggi, idee, trovate creative, contenuti e, perchè no, personaggi. Non più in una logica di contrapposizione ma di arricchimento: non più nuova tv contro vecchia tv ma una tv “enriched”, arricchita, dalle dinamiche social – che sta nei palinsesti dei canali televisivi ma, per esempio e oltre al già detto, sta anche sui social network dopo la messa in onda per chi la vuole rivedere con calma o a pezzetti…

La moviola di Agorà, digital-popolare

Proprio a questo proposito, nella convinzione che la tv oggi sia un flusso che entra e esce dalla tv e si alimenta all’interno dei media circostanti e connessi, una delle cose che abbiamo provato a sperimentare quest’anno ad Agorà è lo spazio del “Moviolone” – che curo e che è nato con l’idea di attualizzare (anche con logiche digitali) un classico della televisione nazional-popolare.

Il moviolone infatti prova a fare in tv quello che noi in quanto utenti dei social network facciamo ogni giorno online: segnalare e commentare i video più interessanti del giorno prima. Nel corso dei mesi il campo da gioco si è allargato e abbiamo finito per non fare distinzioni rispetto alla fonte del video: non solo tv ma anche web. L’importante era il significato politico, giornalistico e comunicativo del video: quanto riuscisse a “raccontare la politica al cittadino” (come da mission del programma) attraverso la sottolineatura comunicativa di momenti significativi e quanto fosse funzionale al dibattito in studio (che spesso si rinfocolava al lancio di video più o meno imbarazzanti per gli ospiti seduti, i quali dovevano giocoforza confrontarsi con prese in giro o dichiarazioni non smentibili perché televisivamente riprodotte).

Attraverso il momento del moviolone, il web è entrato dentro il talk politico di Agorà sotto forma di:

    1. Riproposizione dei video televisivi più interessanti condivisi sui social network;
    2. Attenzione ai fenomeni video “nativi” di Internet (video virali, parodie, remix, ecc.)
    3. Logica della citazione ipertestuale tipica di Internet (abbiamo segnalato senza alcuno scrupolo di concorrenza qualsiasi programma, canale e rete: Rai ovviamente, Mediaset, La7 e fonti online, dai quotidiani alle agenzie stampa multimediali fino ai singoli utenti)
    4. Ironia e alleggerimento (dall’apertura con stralci di film e commedie più o meno famosi a monologhi comici storici o recenti, ecc.)

Un mix di contenuti, modalità e fonti che appunto non ha fatto troppa differenza tra vecchia e nuova tv. Una differenza assolutamente non apprezzabile nell’uso quotidiano. Un video buono poteva venire da qualsiasi parte, in una logica di monitoraggio a 360° che comprendeva: dichiarazioni politicamente emblematiche o significative di politici; stralci o montaggi dei talk show di prima serata (con un occhio di riguardo verso la “notizia di apertura dei social network” il giorno dopo, quella che tutti avrebbero commentato ma cercando di scovare anche la “chicca” passata più inosservata); sintesi ragionata di inchieste o servizi politici, da programmi o tg; vecchie dichiarazioni d’archivio del politico di turno che attualizzate risultano imbarazzanti per il politico stesso che intanto ha cambiato idea (o è invecchiato); collezione di dichiarazioni di più politici su un singolo tema (la guerra in Libia, i ministeri al Nord, ecc.); note di colore su tic verbali e non, vestiario, comportamenti; videocronache amatoriali di citizen journalism; semi-grezzi di eventi politici pubblicati dai quotidiani online; video virali, parodie e montaggi creativi di videomaker online; ecc.

Un estratto video dal moviolone speciale dell’ultima puntata, con i tre momenti dell’anno di Agorà più votati tra redazione, facebook, blog, mail: da Sgarbi a Scilipoti a Santanchè che va via con in più il premio della critica per la migliore apparizione misteriosa, il “pulitore di vetri” – in realtà un tecnico addetto alle luci – comparso all’improvviso in collegamento da Milano)

Ancora ovviamente molto c’è da fare: ci proveremo anche nella prossima stagione. L’obiettivo è sempre quello di arricchire il programma televisivo, nei limiti di una sostanziale “irriproducibilità” televisiva delle dinamiche fluide della Rete (la domanda delle domande, cui ancora non sono riuscito a dare adeguata risposta è “Come fare a far vedere un contenuto web in tv – se questo contenuto non è un video?”) e di uno spazio tv che ha comunque le sue regole, non solo con il meglio della televisione stessa ma sempre più con il meglio della Rete.

Per approfondire
- Sito web ufficiale di Agorà, profilo Facebook, Twitter (profilo + hashtag)

01/06/2011

Il tenero Zedda

di Antonio Sofi, alle 12:12

Uno. La linea del Pd (“Abbiamo vinto”) viene seguita da Letta con una solerzia cui non siamo abituati: bene. Linea che incredibilmente conferma l’ottimo comportamento in tal senso del Partito Democratico durante le ultime amministrative: tutti zitti e in fila composta senza sbuffi e diserzioni dietro candidati anche non propri – legittimando oltre che il candidato anche se stessi attraverso la scelta delle primarie, strumento che serve come il pane alla comunicazione (e alla) politica e che spesso vede vincere i candidati del Pd.

Due. Formigoni s’agita non sapendo interpretare l’ultima dichiarazione di Berlusconi sulla Carfagna (“Avrebbe vinto a Napoli ma non la volevamo consegnare alla camorra”) e se la prende con il pubblico pregiudiziale e contrario (ultimo appiglio prima delle cavallette).

Massimo Zedda
Massimo Zedda

(E soprattutto) Tre. Ieri a Ballarò ha debuttato uno spettacolare Massimo Zedda, neo inaspettatissimo (a vederlo dall’esterno) sindaco di Cagliari, faccia e idee pulite, verso cui tutti tosto diventano chioccia (drizzare le orecchie alla fine della domanda di Floris, c’è Di Pietro che si preoccupa: “è troppo difficile!”)

(Per la moviola di Agorà)

12/05/2011

L’Occidente estremo? Scilipoti, per esempio.

di Antonio Sofi, alle 14:10

Federico RampiniGli amici di Bol mi hanno chiesto se volevo intervistare Federico Rampini al Salone del Libro di Torino per la presentazione del suo “Occidente Estremo” – e io ho detto sì, con piacere: Occidente estremo è un libro importante, così come la sua esperienza comparativa di inviato tra Pechino e New York (ma io credo che gli chiederò, tipo, di Scilipoti).

L’appuntamento è, per chi ha voglia di perdersi tutto il resto, sabato 14 maggio alle ore 15.00, padiglione 2 stand H126-J125.

Segnalo anche, visto che ci sono, anche questa bella iniziativa a margine di, come si dice – perfetta per bibliofili listomani.

Si possono indicare i cinque libri della vita, c’è una classifica generale e la promessa di donare 4800 libri – immagino presi dalla classificona – a 4 biblioteche scolastiche di Milano, Napoli, Palermo e Torino.

Questa è la mia lista:

  • La scomparsa di Majorana, di Leonardo Sciascia
  • Maus, di Art Spiegelman
  • Tutto quello che fa male ti fa bene, di Steven Johnson
  • Baffi, di Emmanuel Carrère
  • Esegesi dei luoghi comuni, di Léon Bloy

[No, non era richiesta motivazione, ma qui la metto perché mi sono dato la regola di non sovrapporre "tipologie" di libri. E allora ho messo il meraviglioso saggio fictional - capostipite di un intero genere intergenere - di Sciascia, il romanzo a fumetti di Spiegelman, il saggio di struttura classica ma d'argomento digitale di Johnson per non essere troppo passatista come spesso ci si riduce in queste liste, fino al mio romanzo del cuore (Baffi, di Carrère) e al mio libro da comodino, come si dice, centenario ma modernissimo, che ha anche per me il titolo più bello della storia dei titoli: Esegesi dei luoghi comuni, di Leon Bloy].

10/05/2011

Hai vinto tu. Ora basta però. La strana storia del videomessaggio meno visto della storia di B.

di Antonio Sofi, alle 13:03

E’ il videomessaggio presidenziale meno visto della storia di Berlusconi.

302 visitatori in 4 giorni sono pochi anche per il filmato amatoriale del pupo che piange o che sbatte il grugno, se passa un paio di volte dalle bacheche di Facebook degli amici. Pochi anche per il Cavaliere, che con il web non è mai andato d’accordo – come all’epoca dimostrò la pronuncia di Gogol, ops, Google. Secondo i counter pubblici il video, che dura 7 minuti e scarsi, è stato caricato online il 5 maggio scorso sul canale YouTube ufficiale del Governo Berlusconi. Quattro giorni esposto ai venti del web, e davvero esigui i visitatori autonomamente attratti dall’appello presidenziale – pugnace sul voto amministrativo, sulla fronda ex-interna di Fini e dei centristi, sul rilancio delle riforme a fronte della crisi economica.

Screenshot del canale di governoberlusconi, con la data dell'upload e il numero di accessi
Screenshot del canale di governoberlusconi, con la data dell'upload e il numero di accessi

Ma le stranezze non finiscono qui. Perché quello che è di fatto un video fantasma, non visto da nessuno online, non è stato ripreso da nessun media tradizionale – che di solito fanno a gara a spolparsi i manufatti comunicativi del premier. Niente sui giornali cartacei, niente sui quotidiani online, niente sui tg o sui programmi televisivi.

Tutti hanno “bucato” il videomessaggio.
Non è stato lanciato dall’ufficio stampa del Governo (che pure l’aveva messo online)? O nessuno ha ripreso il comunicato stampa (strano)? Come è possibile che un videomessaggio del presidente del Consiglio è stato quattro giorni online in semiclandestinità e nessuno se ne è accorto? Nemmeno un militante berluschino, un battagliero avversario, un semplice cittadino che oggi armato di social network tutto scruta e sfruguglia?

La Repubblica.it, 10/05/2011. Apertura sul video elettorale di Berlusconi.
La Repubblica.it, 10/05/2011. Apertura sul video elettorale di Berlusconi.

Il video – sfondo classico abbellito dal logo pidiellino in elettoral sovraimpressione – è ritornato su solo oggi, come una peperonata mediatica. Lo “lancia” questa mattina l’agenzia di stampa ItalPress (senza specificare che il video era di 4 giorni fa – lo abbiamo fatto notare noi in tempo reale ad Agorà su Rai Tre) e quindi finalmente il povero video finsice nel circuito classico della visibilità mediale. Al momento in cui scrivo è l’apertura di Repubblica, de L’Unità e in homepage de Il Corriere.

Magari c’è una spiegazione razionale e sensatissima, ma tra le varie ipotesi che si possono fare sul videomessaggio fantasma ce n’è una che accarezzo, contropelo, come una speranza bizzosa: che sia perché è tutto così tanto già visto milioni di volte, sentito in miliardi di varianti, vecchio vecchio decrepito – un miscuglio letale tra un ritornello andato in loop e un deja-vu che niente cambia o aggiunge. Che questa disattenzione collettiva sia il segno di una resa invicibile e insieme di una riscossa silenziosa.
Hai vinto tu. Ora basta però.

04/05/2011

Che gli vuoi dire, a un La Russa così?

di Antonio Sofi, alle 14:14

Cosa vuoi dire a un Ministro della Difesa che si siede in uno studio televisivo, imposta tutta una faccia tirata sforzandosi di non ridere alle battute di Crozza (il quale lo grazia non spendendosi, se non per pochi secondi, la sua riuscita imitazione), e poi tirato un sospiro di sollievo attacca subito turilla con il suo vicino di sedia e di governo Flavio Tosi, pallido e mascellato. E’ una domanda senza punto.

La Russa, il ministro international la cui miglior difesa televisiva è da sempre l’attacco, ieri sera a Ballarò forse esagera, è overconfident, pecca di hybris, cerca il knock-out definitivo fin dal primo round – dimenticandosi che la tivvù tutto concede tranne questo, che lo spettacolo non duri il tempo pattuito.

Cosa vuoi dire a un Ministro che intorno al minuto 6, quando – si sa – ancora le squadre si studiano, prova a far passare sottobanco, quasi bisbigliando, un perfido “Come ben sanno gli amici della Lega, le bombe non hanno alcun effetto sugli sbarchi degli immigrati”, e il sindaco di Verona, che invece ben sa, si china a rovistare nella metaforica armeria, carica a pallettoni leghisti la carabina modello Nimby e spara un colcazzo “In realtà la gente scappa da dove cadono le bombe – anche perché ha paura che così intelligenti non siano”.

Da quel momento è la fascia laterale destra del campo da gioco di Ballarò a perdere l’erba – con battute rabone, frecciate no-look, di quelle che fintano di andare a sinistra e colpiscono accanto, a destra. “Non spariamo sui civili”. “Sparate eccome”. “Porca puttana, fai parte di una coalizione”. Mentre di sopra i sorrisi si sprecano, entra nei microfoni il rumore dei denti che digrignano e delle tacchettate sotto il tavolo – e Floris ha buon gioco a sollevare la tovaglia e mostrare facile il moto perpetuo del vescovile scalciare. “La smettete almeno per qualche minuto di litigare?”.

Cosa vuoi dire allo stesso Ministro, se lo stesso Ministro poi cade nel facile tranello di Pier (così lo chiama per tutta la puntata, cercando di blandirlo) Casini, che sfidando l’adagio che suggerisce di non far niente quando il tuo nemico sta commettendo un errore, lo sfida a retorica tenzone con un affondo su Vladimir Lukashenko. “Hai tutta la puntata per trovarmi un altro capo di Stato che è andato in Bielorussia a far visita a Lukashenko” – detto con cipiglio alla Jack Bauer “Hai 24 ore di tempo per salvare il mondo”.

Ecco allora che il ministro invece di fregarsene s’informa, allerta gli assistenti che a Ballarò fanno da pizzini viventi al politico ospite, s’agita cercando la risposta che inchioda e così facendo non s’accorge che la pubblicità è finita, che gli amici se ne vanno, che serve a poco il giornalistico gesto di coprire il microfono, chè c’è l’occhio silenzioso e ramanzino della diretta, e che il “Chi è questo?” eternato sarà nei tormentoni striscianti e nei sottotitoli in rosso cardinale dei canali You Tube.

Che gli vuoi dire? Grazie.

15/04/2011

Festival di Perugia. L’occhio del ciclone del giornalismo

di Antonio Sofi, alle 11:58

Festival Internazione di Perugia, 13-17 aprile 2011Come ogni anno – e come ogni anno in ritardo (ma in anticipo per chi come me organizza il weekend un giorno prima del weekend stesso) segnalo anche qui il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia – che ha aperto i battenti il 13 e finisce domenica.

Questo il terzo anno che partecipo, volente e felice per l’atmosfera che aleggia in tutte le strade di una citt pacificamente invasa da ospiti, giornalisti, curiosi e i bravissimi volontari, per il programma monstre che ogni anno cresce come un suffl, per il piacere di vedere Arianna Ciccone e Christopher Potter in azione modalità force tranquille – ovvero una lectio magistralis vivente di come fare a mantenere la calma nel mezzo del ciclone.

Quest’anno replichiamo la rassegna stampa un po’ cazzarona dello scorso anno con Diego Bianchi: il sabato e la domenica , con colazione appunto aggratis, c’è lettura giornali, video e facezie. Dalle 10.30 nella sala Maggiore dell’Hotel Brufani.

Poi, sabato 16 alle 22.00 all’Hotel Brufani, una serata festivaliera di Tolleranza Zoro – una edizione specialissima a met tra cineforum, talk show e seduta di autocoscienza politica, con proiezione dei video più “d’inchiesta” di questa stagione zoriana, da Lampedusa a Terzigno, da L’Aquila a Manduria (con forse qualche inedito).

Infine, last but not least, sono con piacere a parlare di giornalismo e comunicazione politica in un panel intitolato “L’informazione politica nell’era dei media sociali” con insigni amici e colleghi: Dino Amenduni, Stefano Epifani, Sam Graham-Felsen, Alessio Jacona, Micah L. Sifry. Sempre sabato 16 alle 18.00, Sala Notari dell’Hotel Brufani.

E poi c’è davvero un sacco di roba interessante: date un’occhiata al programma.
E a ripensarci in effetti Perugia, in questi giorni, è proprio così: nell’occhio del ciclone del giornalismo.

27/03/2011

M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico

di Antonio Sofi, alle 19:49

Per Paolo “Rummo” Rumiz, io ed Enrico Bianda, abbiamo una passioncella atavica, che abbiamo nutrito in tutti questi anni di Webgol.it con costanza saltuaria, scombinata e sorridente – seguendo i suoi reportage estivi, evocandolo come maestro quando abbiamo provato a immaginare giornalismi diversi, che s’arrotolavano intorno a idee nuove e spirose di approfondimento narrativo e digitale.

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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

In questo ebook dal titolo “M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico“, estratto e editato da un saggio più articolato e in occasione dell’insegnamento di Teorie e pratica del giornalismo a Scienze Politiche all’Università di Firenze, Enrico Bianda mette in fila alcune riflessioni sul giornalismo di Paolo Rumiz: un nuovo feuilleton giornalistico, un nè-nè (reportage o inchiesta) di zigrino dalla pelle cotognesca.

M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare
M'è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda. Clicca per scaricare

Indice

Sommario
Prefazione
La Cotogna Picaresca
Né Reportage Né Inchiesta
Il Processo Produttivo
La Dimensione Narrativa
Testimonianza e Fabulazione
Il Valore Epico del Viaggio
Identità Culturali
In Forma di Conclusione e di Confessione
Note al Testo

Sfoglialo online

Di seguito, il flash per sfogliarlo online, anche a tutta pagina e l’introduzione appunto

Introduzione di Enrico Bianda

Una parte dell’introduzione di Enrico Bianda…

Raccontare dunque, in modo molto sbrigativo, può essere assimilato a una funzione primordiale, fisiologica: a un bisogno fondamentale per la sopravvivenza. Anche soli al mondo, tradurremmo la realtà in un pensiero narrativo interiore: ricostruiremmo il mondo che ci circonda, ipotizzando un interlocutore.
Nel 1831 Balzac scrive un racconto, quasi una novella morale, interpretata da alcuni anche come un dispositivo narrativo. La trama è semplice. Un giovane ambizioso è spinto al suicidio dalla miseria, dal gioco d’azzardo e da una passione infelice. Dopo aver speso i suoi ultimi denari alla roulette si ritrova in una bottega d’antiquario. Il negoziante gli offre in dono un antico talismano, una pelle di zigrino, che ha la capacità di esaudire ogni suo desiderio. La pelle però ha un potere: si restringe ogni volta che viene esaudito un desiderio, accorciando l’esistenza del giovane. Dopo un primo momento di esaltazione, Raphael, il protagonista, si rende conto del potere distruttivo del talismano e delle sue nefaste conseguenze.
La novella mette in scena l’alternativa che gli uomini hanno sempre e comunque di fronte: una vita lunga ma tetra o una vita intensa ma breve.
Questo racconto di Balzac è una metafora del meccanismo compulsivo e fisiologico del narrare. Ossia che, malgrado tutto, saremo sempre portati a stabilire, con altri da noi, una relazione a carattere narrativo, un legame basato su di una narrazione. Costi quel che costi, ci dice Balzac.
Tra le tante interpretazioni della novella non manca quella freudiana. Se l’amuleto di Raphael – la pelle di zigrino – si restringe ad ogni desiderio soddisfatto, Freud lo assimila al pene post-coitale, che si restringe dopo il necessario inturgidimento. Soddisfatto il bisogno riproduttivo, concluso l’atto sessuale, il membro maschile si ritira. Il bisogno è stato calmato, il sesso è una necessità fisiologica, così come il narrare, sembra suggerirci Freud. Narrare e riprodursi: due bisogni primari dell’uomo. Con conseguenze che turbano l’equilibrio dell’individuo.
L’ho presa da lontano. Che c’entrano Rumiz e Freud? Balzac e il reportage?


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(612 KB): M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico, di Enrico Bianda, Webgol Network Edizioni, 2011

Grazie di cuore a Dario Agosta per il progetto grafico e l’impaginazione.

14/02/2011

Rock & Roll

di Enrico Bianda, alle 14:18

E’ morto come avrebbe voluto morire. O almeno è morto il giorno in cui avrebbe voluto morire. Il giorno del suo compleanno, a 53 anni. Tutti vissuti per la musica. Generosamente.

Ernesto De Pascale davanti ai suoi dischi
Ernesto De Pascale davanti ai suoi dischi

Ernest – come lo chiamavo io – De Pascale, l’avevo visto l’ultima volta un anno fa: era venuto a cena a casa, e se c’era una cosa che amava forse quanto la musica era la cucina. Gli brillavano gli occhi come ad un concerto degli Steely Dan, faceva una smorfia goduriosa, e se nel mentre lo stereo suonava qualcosa che amava, o che lo incuriosiva, beh, l’avevi conquistato.

L’ho frequentato per qualche anno, e per un periodo sono stato spesso a casa sua, di fronte ad un’immensa parete di vinili, e si ascoltava musica, bevendo un caffè, sopratutto la mattina. Lui parlava sempre, mille progetti, recensioni, presentazioni, articoli, riviste, fotografie.
Ieri un comune conoscente, mentre si vegliava il suo corpo, ha detto semplicemente che Ernesto era un professionista, come pochi ce ne sono nel mondo della musica in Italia oggi.

Per lui la musica era una missione, e sopratutto lo era aiutare e promuovere i giovani talenti, o anche coloro che forse talenti non erano, ma amavano la musica e ci volevano provare. Per loro aveva un sacro rispetto. La passione giovanile per lui non si era mai sopita, e se la scorgeva in qualcuno, anche il più scapestrato dei musicisti, lo rispettava. Era una cosa molto bella e commovente.

E poi amava alla follia incontrare musicisti: vedere la musica. E se si trattava di farsi anche un’ora di palestra a New York, che per lui non era proprio agevole, lo faceva: beh, lo faceva perchè era quello il modo di incontrare Lou Reed. E rubargli un’intervista. Negli anni ha regalato a Webgol altre storie: la nota più profonda dell’universo, un reportage da Celebration, la città perfetta, un ricordo di Ray Charles e un post doppio (prima e seconda parte) sul 1980 – a pretty wild year.

Ecco, credo che Ernesto abbia incontrato tutti, ma davvero tutti quelli che valeva la pena incontrare – e tutte le storie che valeva la pena raccontare ci ha raccontato. Grazie.

02/02/2011

Il dopo Berlusconi. Da Tremonti alla Giudice, chi succederà al Cavaliere?

di Antonio Sofi, alle 14:48

E se cadesse davvero – ovviamente Berlusconi? E’ un gioco (che forse troppo di fantapolitica non è) che abbiamo fatto lunedì ad Agorà, con un parterre tutto composto di giornalisti “destri”. Metti che cade B, appunto – ci sarà davvero il diluvio o qualcuno verrà fuori dall’ombra del Cavaliere e prenderà in mano il centrodestra? Da Tremonti alla giovanissima Giudice, passando per l’arcinemico Fini, il fedelissimo Alfano e il jazzista Maroni, cinque clip per presentare in (meno di) un minuto i papabili successori al trono di Arcore.

1. Giulio Tremonti, il superministro

Il primo papabile è il superministro Tremonti – economista parodiatissimo che sa far di conto e non le manda a dire: tutto ciò che non ha fatto lui fa schifo ma ha estimatori eccellenti, da Bossi a Feltri allo stesso Berlusconi. Qui per provare a rendere l’idea di giovanil schiettezze, sguardo anti-opposizioni e endorsement di schiatta.

2. Angelino Alfano, l’ex giovane fedelissimo

Il secondo possibile successore è l’ex giovane e fedelissimo Angelino Alfano – nativo forzitaliota e zuckerberghiano, che è orgoglioso del capo e rifiuta l’investitura, secondo cui dopo di Berlusconi c’è solo il diluvio. Nel caso estremo, ce la farebbe ad essere lui l’uomo del dopo-B?

3. Roberto Maroni, interno blues

Il terzo papabile è il leghista soft e ministro degli Interni Roberto Maroni – che combatte la mafia sia al nord che in tv, bluesman emozionato che preferirebbe però un Golden Globe alla presidenza del Consiglio. Potrebbe prendere lui il posto di Silvio?

4. Gianfranco Fini, l’acerrimo nemico

Il terzo è il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha sfidato a viso aperto il premier e ha perso nella sfiducia del 14 dicembre scorso. Dopo un periodo di silenzio per ammortizzare il colpo, Fini è tornato in pista, si dice comunque di destra mentre briga per il nuovo Polo, accusa Berlusconi di voler l’impunità e non ha intenzione di dimettersi. Se cade B. può salire lui.

5. Sara Giudice, giovanissima che contesta.

La quinta e ultima è Sara Giudice, giovanissima e ancora poco conosciuta pidiellina consigliere di zona milanese assurta alla cronaca per aver iniziato una raccolta di firme contro Nicole Minetti – e il meccanismo poco meritocratico di selezione della classe dirigente. Vuole un centrodestra senza berlusconismo, può essere lei il vero successore di Berlusconi?

Per la moviola di Agorà, andato in onda il 31/01/2011.

30/01/2011

Wikileaks e la trasparenza. Ovvero la politica che deve dir grazie ad Assange

di Antonio Sofi, alle 16:58

Julian Assange, in copertina sul TimeLo scorso 27 gennaio si è svolto a Roma una iniziativa dal titolo “Sette interrogativi su WikiLeaks. Una iniziativa di studio“, promossa da Università Roma Tre, IULM-Mediascapes, Premio Ilaria Alpi, Fondazione Ugo Bordoni, Isimm – per quel poco che ahimè sono riuscito a seguire molto interessante. A questa pagina il programma completo, le sette domande aperte e la relazione introduttiva di Menduni. Di seguito una bozza del mio intervento – ho rimesso insieme un po’ di cose che ho scritto nell’ultimo periodo…

Qualche giorno prima della fine dello scorso anno ci è capitato di giocare con ospiti, politici e cittadini collegati via web su chi fosse l’uomo politico dell’anno – un “gioco” televisivo che abbiamo messo in piedi ad Agorà su Rai Tre per chiudere simbolicamente l’anno politico con una specie di vincitore. Tra i candidati c’era l’onnipresente e onnipotente Berlusconi, Il poetico Vendola, l’unica donna Camusso, l’esterofilo Marchionne, il giovane Renzi, l’impegnato Saviano, i giovani intesi come molteplicità in marcia e in protesta, Fini lo sconfitto in zona cesarini, il re dei peoni Scilipoti. E poi Assange, appunto, misterioso australiano fondatore di Wikileaks, sito soffione di intermediazione giornalistica. Nella votazione in studio ha vinto Berlusconi, ca va sans dire. Io, pur potendo con il mio voto modificare l’esito finale, ho votato convintamente Assange: ed ecco perché mi fa piacere poter spiegare qui perché.

Una premessa: è pre (o post-) giornalismo

In molti hanno interpretato la creazione di Assange come fosse un quotidiano cartaceo, o un quotidiano online – con tanto di redazione, direttore responsabile (Assange appunto), pagine, aperture, editoriali ecc. Quello che Wikileaks fa, quasi come mission “aziendale”, è spostare sulla scena pubblica (e on line) un’operazione tipica del retroscena del giornalismo tradizionale: la ricerca delle fonti e la raccolta delle informazioni. Wikileaks è una modalità evoluta della disintermediazione giornalistica operata inizialmente dalla blogosfera e dal primo citizen journalism e irrorata dalla reticolarità dei social network: fa sì a meno degli articolati meccanismi tradizionali di previa validazione delle informazioni ma nello stesso tempo ne ha bisogno ex-post – prevedendo per esempio l’appoggio e la collaborazione con strutture giornalistiche classiche (vedi El Pais, Le Monde, ecc.), che forniscono la sintesi e la gerarchia delle informazioni necessari alla costruzione dell’agenda. Quando si dice – e si è detto – che Wikileaks ha fallito perché non ha dato notizie, quindi, si dice insieme una cosa forse vera e una cosa sicuramente falsa: la cosa sicuramente falsa è che il successo di Wikileaks dipenda dagli scoop che riesce a fornire (e in passato peraltro lo ha fatto). Il successo di Wikileaks è invece nell’aver messo sotto gli occhi di tutti informazioni che prima erano sotto gli occhi di pochi: aver reso trasparenti le stanze del potere con annnessi dispacci (da quanto non si sentiva in giro la parola “dispaccio”? roba che richiama grammofoni e poste pneumatiche). Ovvero, un successo per molti versi di una sorta di pre-giornalismo o post-giornalismo – un cambiamento di sistema, quasi delle regole del gioco.

Una mediasfera trasparente

Il punto più interessante, a mio giudizio, è proprio l’impatto che ha Wikileaks all’interno del sistema politico – del modo di concepire l’architettura delle già intricate relazioni (anche comunicative) tra politica, media e cittadini.
Dice: “Dittatura è quando il governo controlla il popolo, democrazia è quando il popolo controlla il governo”. Quindi ha fatto bene Assange a pubblicare quei documenti riservati – a prescindere dal fatto che dicessero cose risapute o banali? Il “popolo”, i cittadini devono poter vedere tutto ciò che concerne chi governa, o chi governa ha il diritto di tenere qualcosa nascosto per il bene dei cittadini stessi? Il punto è proprio questa benedetta trasparenza. La logica del web e delle tecnologie connettive ha messo in discussione i tradizionali separè che delimitano il pubblico e il privato degli affari di Stato – così come hanno sbrecciato la porta delle camerette di tutti noi, che stiamo sui social network con una simbolica webcam puntata in diretta sui cavoli nostri. Sotto lo scossone di una mediasfera che è insomma come quegli stracci supermoderni che s’infilano negli angoli e non lasciano sporco e inesplorato nemmeno un anfratto, la democrazia si è riscoperta essere una roba fragile. Dittatura è quando il governo se ne frega di quel che scopre il popolo, democrazia esattamente il contrario.

Wikileaks

Tutti controllano tutti, è una democrazia più forte

Però c’è un però. Al contrario di un passato in cui le guerre e i totalitarismi hanno rotto violentemente questa roba fragile in mille pezzettini acuminati, la fragilità che nasce dai milioni di occhi che controllano e dalle milioni di bocche che divulgano è invece un elemento di rinnovata robustezza del sistema. La democrazia 2.0 è robusta proprio perché fragile. Resiste bene proprio perché si vedono perfettamente i meccanismi interni e le linee di rottura – dove potrebbe essere infranta. Perché è trasparente, appunto. Un panopticon in fibra ottica, policentrico e con i muri di cristallo: dove tutti controllano tutti.
La trasparenza è a ben pensarci una buffa cosa, ontologicamente tremolante. Perché se una cosa è trasparente vuol dire che ci si può vedere attraverso: la trasparenza è un apostrofo traslucido tra il dentro e il fuori. Non si può guardare direttamente, la trasparenza: è sempre il mezzo e mai il fine dello sguardo (e del controllo). Forse anche per questo non è amata dalla politica egotica di questi tempi, che ama più i riflettori puntati sul palazzo che riflettere ciò che sta altrove. Dittatura è quando il governo non riflette, appunto.
La trasparenza è infine un’arma a doppio taglio: una lama è paura (che si vedano cose che non si dovrebbero vedere), una lama è fiducia (che non c’è nulla da temere a far vedere le cose che non si dovrebbero vedere). Però non può essere mai completa, assoluta: c’è sempre qualcosa in mezzo, per quanto lindo sia. La trasparenza assoluta è solo se non c’è niente in mezzo, ma se non c’è niente in mezzo non c’è la trasparenza: ovvero qualcosa che deve trasparire (e infatti è l’assenza il vero contrario della trasparenza). Traspare solo ciò che c’è. Ecco perché a Wikileaks, la politica, dovrebbe dire grazie.

11/01/2011

Fatti male, comunista in cachemire e fascista fallito! La politica che delegittima

di Antonio Sofi, alle 19:56

Gli “eccessi” della politica: le mille salse della delegittimazione, condita di toni che si alzano, epiteti fantasiosi e mancato riconoscimento degli avversari. Dal cachemire ai giudici passando per odi geografici, retributivi e traditori (e privilegiando i casi di cronaca recente – e non quelli più famosi: la politica che eccede è quella che abbiamo anche ora).

Di seguito, i dettagli.

1. Giudici di sinistra! Berlusconi contro la magistratura

In attesa del pronunciamento della consulta sul legittimo impedimento, non poteva mancare uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi – che si ripete con poche varianti da anni. A Matrix, Berlusconi parla di giustizia come “grave patologia della nostra democrazia” e di una sovranità non appartiene più al popolo, ma “ai giudici di sinistra”. Berlusconi al telefono invece (è la puntata in cui rivolge alla Bindi un “è più bella che intelligente”) parla della consulta: “Non è organo di garanzia ma organo politico, composto da giudici eletti da Presidenti della Repubblica di sinistra”. Da Matrix del 21/12/2010 e Porta a Porta del 7/10/2009

2. Comunista! La politica rotocalco, e il pink-tank di Signorini.

La politica rotocalco del direttore di Chi e di Tv Sorrisi e Canzoni Alfonso Signorini – scrive Ceccarelli su Repubblica – per delegittimare l’avversario politico e al contrario del “metodo Boffo” punta sul gossip “soft” e maligno. L’intervista di Signorini al premier ha come pretesto una vacanza di D’Alema a Saint Moritz, e i capi indossati (e la strategia funziona: D’Alema infatti smentisce di indossare sciarpa di cachemire e giustifica la provenienza e il costo delle scarpe indossate – Decathlon, 29 euro) e arriva a Beppe Grillo e Santoro. Da Kalispera del 5/01/2011.

3. Guadagni troppo! Cremaschi, Vendola e i superstipendi

Le differenze tra ricchi e poveri dividono la società. La politica c’entra, vista come parte di una casta milionaria e inciuciona che “magna” alle spalle dei cittadini. I superstipendi sono oggetto dell’accesa lite tra Cremaschi e Giannino sui salari dei lavoratori in comparazione con la retribuzione degli amministratori delegati. Più recentemente, intervistato da Fabio Fazio in occasione dell’uscita del libro “Un’Italia migliore”, Nichi Vendola parla di Fiat e Marchionne: “Si può chiedere a operai a 1200 euro di mettersi sulle spalle la crisi e salvare gli squali? Marchionne non è una icona della modernità: lui guadagna 450 volte più dell’operaio quando Valletta guadagnava 20 volte più”. Da L’ultima parola del 1/05/2010 e da Che tempo che fa del 9/01/2011.

4. Sei giovane e fallito! Adinolfi, Sallusti e i trentenni che non hanno casa

C’è anche la contrapposizione (e la reciproca delegittimazione) tra generazioni: i padri che accusano i figli di essere bamboccioni e i figli che accusano i padri di non cedere il passo e non favorire il ricambio. C’è una generazione precaria, che non ha lavoro stabile e che probabilmente non avrà pensione – e che fatica a uscire di casa. Emblematica la discussione tra Adinolfi e Sallusti nella puntata di Exit dal titolo “L’Italia non è un paese per giovani”: “Un uomo di 37 anni che non riesce a farsi una famiglia e pagare l’affitto ha un problema lui, è un fallito”. Da Exit del 1/12/2010

5. Sei un traditore! Berlusconi e Ciarrapico sui traditori del mandato.

Il tradimento del “mandato” elettorale è stato uno degli argomenti più usati negli ultimi tempi per delegittimare l’avversario politico. Al centro di queste accuse spesso Fini, prima durante e dopo la fuoriuscita (e/o la cacciata) dal Pdl e la (mancata) sfiducia al governo del 13 dicembre scorso. Berlusconi in un messaggio sul sito: “Chi non starà con noi fino a fine legislatura, si assumerà la responsabilità di aver tradito gli elettori e sarà segnato per tutta la vita dal marchio del tradimento e della slealtà”. Ciarrapico durante la prima fiducia al governo (30 settembre 2010), ha portato l’accusa ad emblematici estremi, con una affermazione dal sapore antisemita che ha molto fatto discutere: “Spero che facciano un loro partito e che abbiano ordinato le kippah: chi ha tradito una volta tradirà ancora”.

6. Hai un brutto carattere! Feltri, il Giornale e gli eccessi giornalistici.

I toni si alzano anche tra giornali e giornalisti – dalla politica al giornalismo politico il confine è labile e la polemica va sul personale. Feltri intervistato da Marino Bartoletti a CortinaIncontra così giudica, a “freddo”, il carattere di Belpietro e Sallusti, una volta colleghi e sodali di “berlusconismo”: “Sallusti ha aspetti del carattere meno facili da digerire, mentre Belpietro ha più rispetto per l’interlocutore. Tra i due sceglierei Belpietro, per una questione caratteriale”. In interviste successive Feltri si è detto stupito degli attacchi del direttore del Giornale, accusandolo di “ingratitudine”. Da “In Onda” del 8/01/2011.

7. Fatti male! Radio Padania, Vendola e gli eccessi federal-secessionisti

C’è anche una contrapposizione che nasce dalle spinte federal-secessioniste della Lega – e che in alcuni contesti percepiti come “protetti” (come in feste popolari o appunto nella radio di partito) sfocia in dichiarazioni molto discutibili. Chissà se c’è però solo l’anti-sudismo in questa telefonata andata in onda su Radio Padania alla fine dell’anno, in cui Marco Pinti, ventiseienne consigliere provinciale della Lega a Varese, commenta tra le risate dei conduttori l’aggressione di un gruppo di militanti Pdl a casa di Nichi Vendola: “Peccato che non si sia fatto danni permanenti”.

8. Fascista! La Russa, Di Pietro e gli eccessi storico-ideologici

Al contrario del refrain “comunista!”, abbondantemente usato dal premier Berlusconi, l’accusa di “fascista” sembrava passata di moda – non più usata dalla sinistra contro gli avversari: troppo banale? Non per Di Pietro che dà più volte del fascista al ministro La Russa, per non aver lasciato parlare un rappresentante degli studenti in balconata: “Se vi chiedete cosa è il fascismo, il fascismo è La Russa”. Il ministro della Difesa risponde di non considerarlo un insulto, rievocando Montanelli, i partigiani, chi la pensa in maniera diversa.

Per la moviolà di Agorà, andato in onda il 10/01/2011.